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Reportage dalla Prima Edizione del Premio Tonino Accolla

Come in un trafiletto ottocentesco, riportiamo…

Siracusa2

11 Luglio, sfidando il caldo umido siciliano, il nostro Leo si è recato all’Antico Mercato di Ortigia, a Siracusa, per partecipare ad una importante serata (lo stesso giorno, molto più a nord, il vostro affezionatissimo festeggiava il suo compleanno, ma questa è un’altra storia).
L’evento siracusano, organizzato da A.R.C.A., era una raccolta di fondi per la ricerca sul canco pancreatico.

Da qui all’eternità“, questo il nome della serata culturale che ha ospitato la prima edizione del Premio Tonino Accolla, premio dedicato all’attore, doppiatore e regista scomparso un anno fa.

L’antiquata videocamera del nostro inviato ha catturato una interessante serata culturale fatta di voci, ballo e musica.

Alberto Pagnotta, giovane attore e doppiatore ha omaggiato la memoria di Tonino Accolla esibendosi in un doppiaggio in diretta del film “Una Settimana Da Dio” e in una cover Disney/Pixar della canzone “Let It Go” (dal recente film Frozen).

siracusa1
Le ballerine della scuola “Prince Du Ballet” si sono esibite in un interessante tributo tersicoreo sulle note delle colonne sonore di film alle quali Tonino Accolla ha prestato la voce. Al pianoforte, il Maestro Antonio Canino.

La cantante americana Tess Amodeo Vickery ha allietato il pubblico con le sonorità swing della sua voce, accompagnata da un trio di portentosi musicisti jazz.

La serata si è conclusa con la premiazione dell’attrice Galatea Ranzi, alla presenza dell’organizzazione, del padre di Tonino Accolla, e della pittrice Irene Lopez DeCastro.

Vi lascio con del materiale video gentilmente girato e montato dal mio inviato per gli interessati che non hanno potuto partecipare all’evento. Neanche io, per motivi geografici e per via della ricorrenza della mia nascita, ho potuto recarmi in loco, quindi anche da parte mia un grandissimo ringraziamento a Leo!

REPORTAGE DI LEO DELL’EVENTO PER DOPPIAGGI ITALIOTI
(con Alberto Pagnotta)

ESIBIZIONE DI ALBERTO PAGNOTTA

LE PREMIAZIONI

ALTRI MOMENTI SALIENTI

 

Come si dice “gentrified” in politica?

Un esilarante intervento di Renzi in “lingua inglese” ha cominciato a circolare in rete, mostrandoci i momenti migliori. Vi riporto la trascrizione delle sue parole come le percepirebbe un madrelingua:

My mother who cry in s… in the TV when… sheesh…. she feeling with d-d-d-d… she falt d-d-d-the Bèrlin walls destroyed by the people.

Because the idea without marketing the commercial feeli-mmm-stractuar d-d-d-the result are not good. But four country this is alls the rappresentation of possibility.

He was a walken, so he invented d-d-d-the telephone to speaking about… in the theatre. A genius!

He wasn’t Abel to use the copyright, lessens… -come si dice “brevetto”? License!- …license in 80…(?)

Adesso, come spesso accade in questi momenti, tocca al polit-now is the time to eat to the lunch, and th-for Italian politician is absolutely crucial today. Now is the TIME of lunch!

*applauso dei presenti*

E ora, come in una rassegna cinematografica alla Fantozzi, elogiamo i pezzi migliori immaginandoci tali elogi nelle voci di Filini e Calboni:

La madre che piange nella televisione!
Abele senza il brevetto!
I quattro paesi!
L’ora di mangiare il pranzo!
La povera madre che piange nella televisione!
“Un genio!”
L’occhio della madre, ma soprattutto Abele senza brevetto!!!
Non si piò rivedere un’altra volta?

Renzi2

PS: “brevetto” si dice “patent”.

Nostalgia Critic verrà doppiato in italiano… da noi!

Doppiaggi Italioti presenta NOSTALGIA CRITIC doppiato in italiano!
Chi già conosce questa famosa serie creata uno degli intrattentori più celebri di YouTube allora saprà anche che cosa vuol dire “doppiarlo in italiano”. Chi invece non ha mai sentito parlare di Nostalgia Critic… be’, miei cari, voi siete il motivo che ci spinge a produrre questo doppiaggio.

Questo è un progetto che il mio collaboratore Leo ha accarezzato per anni e anni; ultimamente gli ho dato un calcio in culo per farlo cominciare a registrare e finalmente abbiamo il nostro primo episodio. Ovviamente l’idea è di lavorare all’intera serie (sempre per puro divertimento) e già il prossimo episodio si trova in fase di lavorazione mentre molti altri sono già stati adattati.
Tuttavia, prevediamo che l’uscita di questi avverrà con una certa regolarità soltanto da settembre in poi… per ora, come anteprima, faremo uscire alcune di queste prime brevi produzioni di Doug Walker, quelle che ancora non erano nei “canoni” del suo programma.

A voi il primo episodio in assoluto: la recensione di TRANSFORMERS – IL FILM (cliccate sull’immagine)

Nostalgia Critic

…e, si, anche le urla e i versi sono doppiati.

Per via della fama ormai consolidata di questo personaggio, abbiamo optato per lasciare il titolo originale con aggiunta del sottotitolo (Nostalgia Critic – il critico nostalgico) come nome ufficiale dello show, il sottitotolo apparirà soltanto visivamente. Vi rivelerò altre curiosità mano mano che pubblicheremo altri video.

Tutti gli sketch di “me lo compro io per un dollaro!” (da RoboCop)

Nel precedente articolo sull’adattamento italiano di RoboCop ho parlato tanto dello sketch “I’d buy  that for a dollar” dimenticandomi tuttavia di pubblicare una clip italiana dello stesso. Sono “défaillances” che capitano dopo aver lavorato troppo a lungo allo stesso articolo! Per farmi perdonare, non ho inserito solo la scena più famosa ma vi delizierò con una vera e propria raccolta di tutti gli “I’d buy  that for a dollar” in italiano.

Data la facile reperibilità della versione in inglese (basta cercare su YouTube), non ho realizzato un vero e proprio video-confronto tra la versione originale e quella italiana, ma ho lasciato comunque i sottotitoli in inglese.

Cliccate sull’immagine per vedere il video:

uuuuuh... queste me le comprerei IO per un dollaro!

Tra l’altro… chi doppiava questo personaggio? Qualcuno ne riconosce la voce?

Robocop (1987) – Una recensione piena di parolacce

Inutile che cominci a parlarvi di RoboCop descrivendone l’impatto culturale, le sue metafore, le curiosità e tutto ciò che viene ormai snocciolato dal 1987 ad oggi da parte di critici cinematografici e appassionati vari. Vi dirò soltanto che è un vero film di culto degli anni ’80, ancora oggi largamente apprezzabile e per molti versi profetico. Personalmente, non vedevo i film di RoboCop da quando ero mooolto più giovane e ricordavo di averli adorati all’epoca ma poi, dopo la metà degli anni ’90, non li ho più rivisti fino ad un mese fa. Contro ogni mia aspettativa li ho ritrovati migliori di quanto mi ricordassi e di quanto mi aspettassi.

Sono affezionato anche al secondo film, nonostante i suoi momenti cartoneschi (i fan della serie si dividono su questo film, chi lo ama e chi invece accetta solo il primo), ma non ho avuto il coraggio di rivedere il terzo film né la serie TV, quindi ignorerò questi ultimi e vi parlerò dell’adattamento del primo RoboCop.

L’uscita del recente rifacimento, infatti, mi ha stimolato a rivedere i primi due film per poi affrontare il nuovo a denti stretti (a denti stretti perché mi aspettavo un disastro). Già, perché dal 2014 hanno “resettato” la serie proponendo un “remake” del primo film! Com’è il nuovo RoboCop, vi starete chiedendo? Sorprendentemente ben fatto… nonostante vi abbia spinto a pensare l’opposto con la vignetta di apertura! Per molti versi persino migliore dell’originale! Non avrei mai immaginato di potermi spingere a dire tanto. Non so come abbiano risposto pubblico e critica al remake ma so che per molti il mio complimento a “RoboCop 2014″ sarà una bestemmia! Eh be’… ‘sti cazzi.

Ma parliamo di RoboCop del 1987 di Paul Verhoeven…

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Partiamo dal titolo…

RoboCop

Secondo i siti web IMDb e Wicchipidia (che sicuramente si rifà alle informazioni trovate su IMDb) il titolo italiano del primo RoboCop sarebbe ufficialmente RoboCop – Il Futuro della Legge.
*Pausa riflessione*
Voi negli anni ’90 lo avete mai sentito con questo “sottotitolo“? Nemmeno io. Difatti non è un sottotitolo, bensì un semplice slogan stampato sulla locandina del film e scambiato, a posteriori, come facente parte del titolo. L’errore, quasi sicuramente, origina dal fatto che lo slogan sia stato messo così vicino al titolo da sembrare, effettivamente, parte di esso ed è evidente che di errore si tratta quando andiamo a vedere l’identica locandina americana, il cui motto è appunto: “The future of Law Enforcement“.

robocop

Il motto in questione, tra l’altro, è una citazione dal film stesso; frase che in italiano era tradotta come “il futuro dell’applicazione della legge“.
Cari disinformati di IMDb e cari pappagalli che scrivete su Wikipedia, già che ci siamo, perché non lo ri-titoliamo così…

RoboCop – Il Futuro della Legge… Parte uomo, parte macchina, tutto poliziotto

(Sembra un titolo anni ’70 che potrebbe ricordare un po’ Cyborg anno 2087 metà uomo metà macchina… programmato per uccidere)

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Adattatemi tutto, ma non il mio Breil

Robocop_Mediabreak_Casey_Wong

Nei primi minuti del film, la multinazionale O.C.P. ci viene presentata durante un telegiornale:

“il sindacato di polizia accusa il “Prodotti dei Consumatori Omni“, l’OCP, l’azienda che recentemente…”

la frase originale era…

“Police union leaders blame “Omni Consumer Products“, OCP, the firm which recently…”

Sebbene io apprezzi sempre gli sforzi di adattamento che venivano proposti fino agli anni ’90, trovo che tradurre “Omni Consumer Products”, ovvero il nome di un’immaginaria azienda multinazionale, sia non solo una scelta discutibile (dovremmo davvero credere che una mega corporazione americana abbia un nome in italiano? Sarebbe come tradurre “Burger King”) ma anche controproducente dato che, per capirla, potrebbe essere necessario un bel “rewind” (impossibile al cinema), tanto era veloce nell’enunciazione da parte del giornalista! La prima cosa che la mente dello spettatore capisce nel sentire quella frase è che “il sindacato di polizia accusa i prodotti dei consumatori (?)” e poi una lista di altre parole apparentemente slegate – omniocpl’azienda…!
Nel secondo film, al telegiornale dicono “Vogliono forzare la mano alla “Omni Consumer Products”, la OCP“… per fortuna.

Una scelta di adattamento che invece apprezzo e che non vedrete mai più (perché adesso va di moda il “tutto-in-inglese! Tutto-in-inglese!“) è il nome del robot ED-209 che, in inglese, viene presentato come “Enforcement Droid series 2-0-9“, mentre in italiano è stato adattato in “Elemento Droide serie 2-0-9“. In tempi come i nostri, dove persino Capitàn America viene chiamato CAPTEIN AMERICA per rispettare il nome originale, questi piccoli dettagli da adattamento anni ’80 fanno quasi commuovere.

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NUK'EM

“NUCLEARIZZALI!”… Un gioco per famiglie! (non è una citazione dal film)

Cose che in italiano non capirete

Sebbene in molti non siano destinati a capire l’ironia di certe pubblicità che compaiono in RoboCop, come ad esempio la reclame dell’automobile SUX 6000 che vanta consumi da 3,5 km per litro e che in inglese si legge “sucks” (ovvero “fa schifo”), c’è ancora tanto da apprezzare nel doppiaggio italiano dei primi due film della serie. Questi, infatti, sono così pieni zeppi di satira e ironia che, anche perdendosi alcuni riferimenti e battute, se ne può ancora apprezzare tranquillamente il resto senza che l’impatto culturale del film nel suo complesso ne venga edulcorato.
Ma, invece di elencare quel che c’è di buono nella versione doppiata di RoboCop (e ce n’è tanto), mi imbarcherò in una piccola lista di cose che probabilmente non avete capito in italiano e, posso preannunciarvi già da adesso, finirò l’articolo con un solo, unico, lampante, incontrovertibile e inoppugnabile motivo per il quale, nonostante piccoli difetti, questo film (in italiano) è superiore alla versione in lingua originale… ebbene sì! Tutto ciò esclusivamente per una scena sola. Ma non andate a sciuparvi il finale come avete fatto con l’ultimo libro di Harry Potter!

Questa è una lista di piccole cose che potrebbero esservi sfuggite:

1) Stronzo di nome e di fatto
Uno dei “cattivi” del primo RoboCop è Richard Jones, il vice-presidente della OCP, che tutti chiamano con il suo abbreviativo, “Dick” Jones (in inglese Richard diventa Dick, così come a Napoli il nome Raffaele viene abbreviato in “Lello”). Questo abbreviativo è sempre stato fonte di ironia per gli americani in quanto “dick” vuol dire anche “cazzo”, come nell’offesa “testa di cazzo” (dick-head).
Basti pensare ad una battuta abbastanza memorabile nei dialoghi originali di “Die Hard 2” dove la moglie di Bruce Willis si rivolge con ironia all’arrogante giornalista “Dick” Thornburg dicendogli: “Listen, Dick. That is your name? …Dick.“, che in inglese sa tanto di offesa e strappa una risata, diventando anche una degna citazione ed un momento molto atteso dagli americani che si riguardano il film. Il nostro “Senta Dick. È così che si chiama… Dick?” purtroppo manca di quel doppio senso che equipara l’abbreviativo di un nome ad un’offesa in stile “cazzone!”.
Una battuta identica c’è anche in RoboCop, quando il giovane dirigente Bob Morton si confronta con Dick Jones e gli dice “il vecchio credeva che fosse abbastanza importante… Dick!
Detto poi con questa faccia da schiaffi:

Cazzone!

Bob Morton che da del “cazzone” al signor “DICK” Jones

Dick Jones (la cui foto è a seguire) è memorabile proprio per questo suo nome. Nessuno ricorda il vero nome dell’attore! Dal 1987 lui è conosciuto come “Dick Jones”, lo stronzone Jones, e ritornerà pochi anni più tardi in un altro film di Paul Verhoeven, Atto di Forza, in un ruolo quasi identico… quello dello stronzone.

2) Se il caldo non vi piace…
Sempre Dick Jones compare in un’intervista televisiva dove risponde alle accuse rivolte all’OCP da parte del sindacato di polizia dopo la morte di alcuni agenti:

Dick Jones

“Stronzone” Jones

Chi si arruola è consapevole che vi sono alcuni rischi inerenti al lavoro svolto sul territorio. Qualsiasi poliziotto ve lo dirà… e se il caldo non vi piace non state in cucina.

Quest’ultima battuta è risultata a me chiara solamente dopo aver ascoltato il dialogo originale: “If you can’t take the heat, stay out of the kitchen“. Si tratta di una vecchia frase idiomatica statunitense (attribuita al Presidente degli Stati Uniti Truman) che significa “chi non sa reggere sotto pressione, non dovrebbe trovarsi in quella posizione ma dovrebbe togliersi dai piedi”. Dubito che in Italia questa battuta di Truman sia nota ai più e tanto valeva adattarla diversamente, in maniera da renderla un po’ più comprensibile, invece di tradurla alla lettera (per curiosità, l’aforisma è storicamente tradotto come “se non tolleri il calore, stai alla larga dalla cucina“). Difatti alla parola “calore” in Italia non associamo di certo cose come “tensione” o l’essere “sotto pressione”, quindi quel “se il caldo non vi piace, non state in cucina” mi è sempre sembrata una battuta fuori contesto e senza molto senso, se avesse detto “buona la mela, sana la pera!” avrei riso ugualmente. Ancora meglio: “se non tolleri il calore, stai alla larga dal radiatore“.
Ma in fin dei conti, sia in italiano che in inglese si ride quasi per lo stesso motivo, il sentire un importante dirigente che risponde ad una serie di gravi accuse con una frase da saggezza popolare spicciola del calibro di “chi ha il pane non ha i denti” o, nel caso dei dialoghi originali, con un aforisma storico decontestualizzato.

Dick Jones

3) La schifomobile
Il film è celebre anche per alcune finte reclami e la più memorabile di queste è proprio quella dell’automobile SUX 6000 di cui parlavo prima. Nella pubblicità vediamo un dinosauro che sparge terrore in città finché non viene fermato dalla vista dell’auto SUX 6000 che, in realtà, solo per quella scena, viene chiamata “6000 SUX”. Il motivo di questa variazione sembra essere una voluta presa di giro nei confronti della Pontiac 6000 che all’epoca era in diretta concorrenza con la Ford Taurus, ovvero il modello della Ford utilizzato nel film per le auto della polizia di Detroit. La pubblicità “6000 SUX” è da leggere praticamente come “la 6000 fa schifo” (6000 “sucks”!). Sembra che alla General Motors, produttrice della Pontiac, non abbiano apprezzato per niente la battuta.

SUX 6000

Un altra cosa che in italiano forse alcuni non potranno apprezzare è l’affondo alla società americana di fine anni ’80, i cui sogni di benessere capitalista erano crollati insieme alla borsa:

It’s back. Big is back. Because bigger is better. 6000 S-U-X, an American tradition.

Letteralmente è traducibile come: “è tornata! La moda del “grande” è tornata. Perché più grande è meglio!“. Nella versione doppiata in italiano la pubblicità recita invece:

È tornata. La grande è di nuovo qui! Più grande e più bella che mai. La S-U-X seimila, una tradizione americana.

Sebbene apparentemente molto simile (e forse più in linea con ciò che uno si aspetterebbe dai dialoghi di una vera pubblicità), ritengo che la versione italiana non riesca a portare lo stesso messaggio del “grande” che torna di moda, in puro stile americano. In realtà sarebbe bastato leggere al pubblico italiano quel “8,2 miglia con un gallone” (8.2 MPG), ovvero “3,5 km con un litro“, perché l’ironia della schifomobile sta tutta lì: enorme, volgare, trinca-benzina… “una tradizione americana”!
[Poi magari si scopre che era sottotitolata nel master italiano del film e mi sono lamentato per niente]

4) Le “Guerre Stellari” di Ronald Reagan

Tra le notizie “più divertenti” del telegiornale di Detroit c’è la seguente:

10,000 acres of wooded residential land were scorched in an instant when a laser a board of the Strategic Defence “Peace” Platform misfired during routine start-up tests

10.000 acri di terreno boschivo in un’area residenziale sono stati oggi distrutti dal fuoco per un errore di mira di un cannone laser montato sulla piattaforma in orbita “Peace” nel corso di normali esercitazioni.

SDI

La satira di questa notizia sta nel diretto riferimento al progetto “Guerre Stellari” di Ronald Reagan che, difatti, in inglese fu battezzato “Strategic Defence Initiative” e tradotto in Italia come “iniziativa di difesa strategica“, ma più popolarmente noto con il nome “scudo spaziale” o “scudo missilistico” o, appunto, progetto “Guerre Stellari“.
L’ironia della notizia sta nel nome in codice della piattaforma appartenente allo scudo (“Peace”) e nel fatto che, per un piccolo errore durante un test, un suo cannone laser abbia distrutto una grande area della California e che tra le vittime ritroviamo anche due ex-presidenti (è implicito che Ronald Reagan fosse uno dei due, vittima della sua stessa opera). Sarà che ho le orecchie poco buone o forse che la mia copia di RoboCop sia un po’ datata e di scarsa qualità nel compartimento audio ma onestamente quel nome in codice “Peace” (piiis) non lo avevo capito fino a quando non ho tirato fuori la versione inglese per un confronto.
Una traduzione meglio contestualizzata forse avrebbe dovuto citare lo “scudo spaziale”, ma si sono rifatti con il secondo film quando viene nominato il progetto “Guerre Stellari”.

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Battute non altrettanto memorabili

Mentre alcune frasi del film sono diventate famose in Italia così come negli Stati Uniti (l’esempio più lampante è il “vivo o morto, tu verrai con me“), ce ne sono altre che purtroppo nella versione doppiata del film non hanno lasciato il segno come le originali.

- Well? Give the man a hand!
- Be’? Dategli una mano
(dopo aver fatto esplodere la mano di Murphy con un colpo di fucile)

Give the man a hand

…e la più famosa di tutte in assoluto!

- I’d buy that for a dollar!
- Queste me le comprerei io per un dollaro

uuuuuh... queste me le comprerei IO per un dollaro!

“uuuuuh… queste me le comprerei IO per un dollaro!”

Sono tutte frasi che per un motivo o per un altro non hanno lasciato il segno nel pubblico italiano come quelle originali hanno fatto nel mondo anglosassone. La frase “I’d buy that for a dollar!” in particolare è diventata parte integrante della cultura popolare in America e sono sicuro che molti neanche si ricorderanno da dove origina. È la sciocca battuta ad effetto (o “tormentone” che dir si voglia) che ripete continuamente il protagonista di un seguitissimo, quanto decadente, show televisivo dove questa sorta di Benny Hill, circondato da prosperose ragazze, dichiara che si comprerebbe qualsiasi cosa per un dollaro al termine di ciascuno sketch comico. La versione italiana della battuta è a mio parere altrettanto divertente per il modo in cui è recitata ma non ha avuto lo stesso effetto sul pubblico nostrano, forse per il riferimento ad una valuta monetaria straniera o per via di una fraseologia culturalmente differente, non saprei proprio. Un’immaginaria versione italiana dello stesso programma avrebbe proclamato “queste me le comprerei io per due lire!“.

Bixby Snyder

“Mi compro anche quello per un dollaro! Ahahah”

La stessa battuta stupida viene ripetuta da Bob Morton, uno dei dirigenti della OCP (a dimostrazione che quel programma spazzatura era visto e apprezzato davvero da qualsiasi classe sociale), quando dice ad un collega: “Mi piacerebbe tanto ma ho un impegno, un paio di modelle  vengono a casa mia, sai com’è!” e la risposta in inglese è “I’d buy that for a dollar!“, tradotta in “certo che lo so, ci puoi scommettere“.

allora vi compro io per un dollaro!

“allora vi compro io per un dollaro!”

Come avrete forse capito, questo tormentone televisivo di “I’d buy that for a dollar!“, tanto amato dai cittadini della futura Detroit, sembra essere un’esclamazione un po’ goliardica usata per descrivere qualcosa di formidabile o sorprendente di cui si è testimoni, specialmente se di natura sessuale. Qualcosa che “non ci dispiacerebbe affatto avere”. Questo è un esempio suggerito dal sito Urban Dictionary: <<alla fuoriuscita del seno dal costume di Janet Jackson, avvenuta sul palcoscenico, qualcuno dal pubblico avrebbe potuto esclamare “I’d buy that for a dollar!“>>. C’è anche chi ha sviluppato un’intera teoria sull’origine e il significato della frase in questione.

Un costume originale del film RoboCop indossato da Peter Weller? ...Me lo comprerei io per un dollaro.

Un costume originale del film RoboCop indossato da Peter Weller? …Me lo comprerei io per un dollaro.

L’esclamazione è talmente radicata nella cultura popolare americana che si sono assicurati di farne cenno anche nel remake del 2014 quando un addestratore, osservando l’iniziale lentezza di riflessi del nuovo RoboCop, esclama che non se lo comprerebbe per un dollaro (I wouldn’t buy that for a dollar!).

Infine vi lascio con una “compilation” di tutti gli “I’d buy that for a dollar” in italiano (clicca qui per vedere il video).

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La pronuncia dei nomi

Il primo film della serie pecca gravemente in una vecchia abitudine italica, la storpiatura accidentale dei nomi stranieri. In questo film, infatti, sembra quasi che i doppiatori stessero ancora sperimentando (mentre lo doppiavano) quale pronuncia fosse la migliore per le orecchie italiane.

Il caso più emblematico è quello del protagonista, Alex Murphy, che diventa (perlopiù) mérfi nel primo film. Credo che la scelta della vocale “e” sia avvenuta per una questione di labiale anche se non ne sono certo. Del resto dovevano scegliere una vocale e in questi casi una vale davvero l’altra dato che la pronuncia americana di “Murphy” è un misto tra “merfi”, “marfi” e “murfi”. Il problema è che in alcune scene dello stesso film la sua collega lo chiama màrfi. Decidetevi!
Quella che da più i brividi comunque è la battuta finale del film in cui RoboCop, alla frase “spari bene figliolo. Come ti chiami?“, risponde “MERFI” con una pronuncia italianissima. Brr…!
Sia nel primo che nel secondo film, a volte è pronunciato correttamente (all’inglese), molte altre volte è mérfi, in alcuni casi è màrfi. Nel remake del 2014 se non altro viene chiamato in maniera corretta, costantemente. Che sia la prima opera buona compiuta da un “supervisor“?

Il cattivo Clarence Boddicker viene presentato come “baddigher“. Questa è l’alterazione che più mi irrita in realtà. Suona bene, per carità, ma perché cambiare un nome che comunque sarebbe stato chiaro alle orecchie italiche in ogni caso? Che problema avranno avuto a dire “boddicher” lo sanno solo loro! Forse non suonava abbastanza amaragano awanagana?

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I doppiatori

doppiatori

Gianni Marzocchi era perfetto nei panni del cattivo Boddicker (non “baddigher”). Come urlava lui “stronzo!” non me lo dimenticherò facilmente (video). Marzocchi era lo stesso che in Apocalypse Now doppiava Robert Duvall e di cui è celebre la frase “mi piace l’odore del Napalm di mattina“. Ha spesso doppiato i “cattivi” in molti film (da Skeletor nei Dominatori dell’Universo a svariati personaggi della serie 007) e, per la cronaca, era anche la voce di Calboni nel primo film di Fantozzi (nei successivi film, invece, l’attore che interpretava Calboni ha doppiato se stesso).

Alessandro Rossi, mi voglio azzardare a dire che forse, dal punto di vista della voce, è leggermente più bravo e memorabile di Peter Weller. Sarà il fattore nostalgia a influenzare la mia opinione? Può essere.

Tutti gli altri doppiatori!
In puro stile “doppiaggio anni ’80″, anche personaggi minori e semplici comparse hanno la voce di doppiatori di primo piano. Chi ha familiarità con i nomi dei professionisti di questo mestiere si sorprenderà nel sentire che… Michele Gammino (voce di Harrison Ford) interpreta, in RoboCop, un venditore che avrà si e no due battute; Marco Mete (voce di Robin Williams) è l’impiegato OCP che viene smembrato in meno di un minuto dall’ED-209; Giorgio Lopez (voce di Danny DeVito) è un altro degli impiegati OCP che, nel primo film, ha solo un paio di battute. Poi ci sono Pino Locchi, Francesco Pannofino e tanti altri nomi celebri del settore, sempre in ruoli più o meno piccoli… insomma la lista di talenti vocali non è limitata ai pochi attori di rilievo, bensì si estende ad ogni singola persona parlante che compare nel film. Una cosa che oggi giorno non accade più, per svariati motivi.

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Piccoli errori

In una scena del film il sindaco e membri della giunta comunale sono tenuti in ostaggio da un dipendente scontento del comune. Durante le trattative questo chiede una macchina veloce e che abbia un rapporto litri-chilometri penoso (“Something [...] that goes fast and gets shitty gas/mileage“). È l’emblema della decadenza della società capitalista (uno dei tanti messaggi del film) dove tutti, come poi scopriamo nel corso del film, sognano di possedere e sfoggiare la schifomobile della reclame in TV, la SUX-6000, che vantava di percorrere 3,5 km per litro in “puro stile americano”.
In italiano questa battuta è stata forse erroneamente tradotta in “una [...] velocissima e che faccia un sacco di miglia con poca benzina“. Sarebbe anche una battuta divertente: il dipendente comunale in crisi di nervi che ha fatto la follia di prendere in ostaggio il sindaco e adesso avanza richieste impossibili, ovvero un’auto sportiva veloce ma che consumi poco! Peccato che qualsiasi mia interpretazione giustificativa venga vanificata dall’immediata risposta del negoziatore: “che ne dice di una SUX-6000?“. Cioè l’esatto opposto di una macchina che percorre molte miglia con poca benzina, come abbiamo visto prima.

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Alterazioni gradevoli

Prima di passare all’unico, solo e inconfutabile esempio che decreterà la vittoria assoluta della versione doppiata in italiano su quella originale, vi delizio con alcune piccole migliorìe che troviamo nei dialoghi nostrani:

“Omni Consumer Products, what a bunch of morons!”

che diventa, nel doppiaggio italiano:

“OCP, Oh-Che-Palle! Un branco di imbecilli!”

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Poi c’è lo scambio di battute che più tardi porterà ad un alterco tra il vice-presidente Dick Jones e Bob Morton, il giovane dirigente che gli vorrebbe fare le scarpe grazie al progetto RoboCop.

- I hear that Jones was plenty pissed.
- He’s got this killer rep, but it’s a smokescreen.

La traduzione sarebbe all’incirca: “Ho sentito che Jones era parecchio incazzato” / “Ha la reputazione del vero killer ma è tutto fumo negli occhi”. Il doppiaggio italiano però ci regala qualche sorriso in più:

- Dicono che Jones sia proprio incazzato.
- Ha la fama del vero killer, ma più che incazzato è una testa di cazzo.

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E poi…

- Where is that metallic motherfucker?
- Dov’è quel rotto in culo di latta?

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E poi ancora…

Ehi bamboccio, che stai leggendo?

Ehi bamboccio, che stai leggendo?

Che vai al college, bello di mamma, eh?

Che vai al college, bello di mamma, eh?

Un adattamento dello stesso dialogo, nel 2014, avrebbe portato quasi sicuramente a dialoghi piatti del calibro di:
“Ehi amico, che stai leggendo lì?” / “Sei uno studente del college o cosa?”

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INFINE, LEI…
LA BATTUTA CHE VINCE TUTTO!

Una frase-tormentone che vi garantisco vi rivedrete almeno due volte. Quando lo spietato vice-presidente della OCP, “Stronzone” Jones, decide di far eliminare il suo avversario Bob Morton gli manda un video-messaggio insieme al killer che lo farà fuori. Il video-messaggio si conclude con la frase:

I’m cashing you out, Bob

Traducibile, nel contesto della scena, come: “Sei liquidato, Bob“. Il doppiaggio nostrano, per adattarsi ad un labiale in primo piano, visivamente chiaro e che lasciava poco spazio “di manovra”, va a cambiare completamente la battuta, trovandone una molto più divertente eppure perfetta nel contesto (come non di rado accadeva negli anni ’80). La sincronia del labiale in questa scena doppiata è a dir poco perfetta… non vi dico la battuta per non rovinarvi la sorpresa, godetevi la clip video e venitemi a dire se non fa ridere molto di più in italiano, rispetto ad una eventuale “ti sto liquidando, Bob“:

 

Clicca per vedere il video

Clicca per vedere il video

Solo per questa riuscitissima battuta, ignorerò qualsiasi piccola bega dell’adattamento (che comunque erano davvero poche) e metto RoboCop nella lista dei film “migliorati dal doppiaggio in italiano” senza alcun dubbio!

È proprio il labiale il pezzo forte dell’adattamento di RoboCop e del resto non poteva essere altrimenti, in un film in cui il protagonista espone solamente la bocca. È evidente che l’attenzione e la professionalità c’erano tutte quando hanno lavorato a questo doppiaggio, la riprova sta proprio nel fatto che ogni battuta (in particolar modo le parolacce) sembra nata in italiano e non tradotta da un’altra lingua; impossibile immaginare quale fosse l’originale senza andarsi a ricontrollare la traccia inglese.
Questo, come già avevo detto in un recente articolo, è la riprova di un adattamento di qualità elevata, dove la maggior parte delle modifiche al testo originale sono quasi sempre giustificate da una ricerca attenta della sincronia voce-bocca che, in questo film, è lodevole. Forse anche più di molti altri degli stessi anni. Esempi riuscitissimi (vedere per credere) sono anche: “your move, creep” che diventa “non ti muovere, scemo“, il consiglio ai bambini “stay out of trouble” che diventa “non siate indisciplinati“, la reclame di un gioco di guerra dove il bambino dice “Pakistan is threatening my border” (il Pakistan minaccia il mio confine) alterata in “il Giappone sta invandendo il mio territorio” per una questione di stacco un po’ fuori tempo dalla precedente battuta, ma soprattutto la mia preferita… “hai finito di rompere il cazzo Bob!“, laddove sembra proprio di leggere “cazzo” nel labiale in primissimo piano di “Stronzone” Jones.

Fine. Ho finito di rompervi il cazzo con questa recensione, miei cari “Bob”! Andate a rivedervi RoboCop! Adesso siete culturalmente preparati e saprete apprezzarlo soprattutto per il lavoro di sincronia e di adattamento al quale tanti grandi interpreti italiani hanno contribuito decenni fa (che nel mondo del doppiaggio equivalgono a secoli fa !)… quando ancora “officer” era tradotto come “agente” e non “ufficiale”.

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me lo comprerei io per un dollaro

Intervista a Edoardo Stoppacciaro

Edoardo Stoppacciaro

Evit:
Edoardo, noi due siamo quasi coetanei e ci siamo conosciuti grazie ad un film che entrambi amiamo, Guerre Stellari. La mia prima domanda è questa: i film anni ’70 e ’80 con i quali siamo cresciuti (Guerre Stellari, Ghostbusters, Indiana Jones… etc) con le loro splendide versioni italiane ti hanno influenzato verso la scelta di diventare doppiatore?

Edoardo:
Sono molto contento dei titoli che hai citato. Di uno in particolare: “Ghostbusters”. È il mio film preferito di sempre, e la tua domanda è dannatamente pertinente, perché sì, posso dire di essermi innamorato della figura del “Doppiatore” (la “D” maiuscola non è casuale, visti i Doppiatori di quel film) innamorandomi delle voci di “Ghostbusters”. Vedevo e rivedevo il film, a tutt’oggi lo so a memoria battuta per battuta, e ripetendomi le battute così come le avevo imparate, poco a poco le ho “consolidate” nella mia testa come le dicevano i grandi Oreste Rizzini, Sergio di Giulio, Mario Cordova & Co! Erano davvero, come dici tu, “splendide”, quelle versioni italiane. Così come i film di quegli anni, avevano la freschezza e la verità di una conversazione origliata per caso tra qualche amico, celando un lavoro certosino, di grande attenzione nella ricerca dei personaggi e nella loro resa in una lingua diversa, oltre che di grande divertimento, nel quale poco o nulla era lasciato al caso.  Ecco, erano pellicole capaci di far sognare, con doppiaggi capaci di far sognare a loro volta. E io sognavo la strana magia di poter dare la voce ai miei eroi preferiti. Mai avrei pensato, all’epoca, di poter un giorno vivere di questo!

Quando incontri qualche doppiatore dei tuoi film preferiti, come ad esempio Ghostbusters, gli chiedi mai una imitazione come farebbe un qualsiasi fan?

Ahahahahahahah! La tentazione è forte, ma mi contengo. A volte con un po’ di fatica!

Come sei entrato nel mondo del doppiaggio?

Io sono di Viterbo. Ho frequentato una scuola di teatro per bambini nella quale (e grazie alla quale) sono cresciuto. Quella scuola, negli anni, è diventata una compagnia, la “Teatro di Carta”, e sotto la guida della grande Elda Martinelli e delle persone che insieme a lei ci hanno formato, mi ha fatto innamorare (ammalare?) della recitazione. Purtroppo, ero stato da più parti scoraggiato dal tentare la strada del doppiaggio, e così, illuso che la mia avventura recitativa si fosse conclusa con le scuole superiori, dopo il liceo mi sono iscritto a giurisprudenza a Roma 3. E qui ci mise mano mamma: trovò l’inserzione di un’accademia di recitazione e doppiaggio gestita da Pino e Claudio Insegno, con maestri del calibro di Adalberto Maria Merli, Massimo Giuliani, Roberto Pedicini e Gianni Diotajuti. Feci il provino d’ammissione, lo superai, e proprio grazie a Massimo Giuliani iniziai a fare i miei primi turni, capendo che non avrei mai potuto fare altro nella vita (con buona pace del mondo del diritto, che di sicuro si gioverà grandemente della mia assenza!)

Per essere “nuovo” del mestiere, nel tuo curriculum compaiono tanti film e serie tv del genere fantasy (Lo Hobbit, dove interpreti uno dei nani, Il Trono di Spade, dove doppi(avi) il personaggio di Robb Stark e C’era una volta, che… non ho mai visto), è una coincidenza o sei un appassionato del filone fantasy e partecipi attivamente a tutti i provini di questo genere?

Appassionato? Sono un orgogliosissimo nerd! Purtroppo la partecipazione ai provini non dipende da me: se il provino è richiesto dalla committenza e se il direttore di doppiaggio ti vede come scelta plausibile per un ruolo, allora ti chiama. E a quel punto sta a te vincere o perdere. Ma posso dirti che quando mi è capitato di partecipare a provini o a lavorazioni come “Il Trono di Spade” e “Lo Hobbit”, ci ho messo veramente l’anima: sono storie e personaggi che mi emozionano sempre, e se non ci si emoziona, il nostro lavoro non viene bene.

Il film/personaggio che ti è piaciuto maggiormente doppiare?

Mmmmh… questa è difficile, perché quando sei lì e entri nelle storie che i personaggi ti raccontano, finisce che ti innamori un po’ di tutti. Di sicuro, i due che mi hanno dato di più, almeno di recente, sono Cesare Borgia nella serie “I Borgia” andata in onda su Sky, e Robb Stark ne “Il Trono di Spade”. Adoro la Storia, specialmente quella rinascimentale, e sono un fan sfegatato delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” fin da quando la serie HBO non era neanche in programma: doppiare questi due eroi così diversi tra loro mi ha divertito ed emozionato. E poi sono anche due attori molto bravi!

Sei invitato spesso ad eventi come Lucca Comics e simili dove ti intervistano e dove reciti parti di copioni di film famosi in cui tu hai prestato la voce… quale “prodotto” ti ha portato più fama ed attenzione in questi circuiti?

Sicuramente “Il Trono di Spade”, ma anche “Lo Hobbit” mi ha reso abbastanza riconoscibile.

Hai avuto modo di incontrare qualcuno degli attori da te doppiati?

Una sola volta, e proprio per uno dei miei ruoli preferiti: sono stato sul set italiano de “I Borgia” e ho conosciuto Mark Ryder, l’attore che interpreta Cesare e al quale presto la voce in italiano. È stato molto divertente. Mi hanno anche inserito negli extra del dvd della seconda stagione: un grande onore, per me!

Ho letto che hai partecipato al doppiaggio di un film che io ho criticato aspramente nel suo adattamento. Cosa ne pensi delle mie critiche all’adattamento di Pacific Rim?

Ahahahah! Sì, avevo letto l’articolo con molto interesse. Scusa se inizio la risposta con la risata, ma ricordo che in chiusura c’era una foto del “Marshal John Rock” che mi aveva fatto morire dalle risate!…

(Sono sempre felice di riuscire a far ridere qualcuno.)

…Trovo le tue critiche assolutamente fondate. C’erano effettivamente dei passaggi del film in cui sembrava di ascoltare quelle conversazioni tra giovani industriali in carriera tipo “Spizzichiamo un po’ di finger-food per un brunch nel mio open space dopo il briefing col boss“… Non so come siano andate le cose nello specifico di questo film, ma conosco la prassi: quando si parla di termini specifici o di nomi (e credimi, fatico a inserire “Maresciallo” in entrambe le categorie), la nomenclatura per l’edizione italiana può essere decisa in due modi: se c’è un materiale letterario di riferimento, ci si rifà a quello; altrimenti viene decisa dalla committenza con (non sempre) un piccolo margine di trattativa per il direttore/adattatore. Conosco bene Fabrizio e mi è capitato spesso di lavorare su suoi adattamenti: essendo persona di notevole cultura e conoscendo molto bene l’italiano, è ben lontano da qualsiasi vezzo anglofono, te l’assicuro. Quindi ho pochi dubbi su cosa possa essere successo in fase di “pre-doppiaggio”.

Dicci, dicci! Dietro le quinte, chi spinge per adattamenti sempre più “inglesizzati” e perché ci riesce?

Sono spinte che arrivano sempre da oltreoceano, dal cliente (Warner, Paramount, Fox, Sony, Miramax e simili). I clienti affidano la supervisione dei doppiaggi ad un capo edizione, e capita che questo capo edizione sia anglofono, o che comunque abbia lavorato a lungo all’estero. Di solito sono loro a premere, perché definiscono “aderenza all’originale” dire il più precisamente possibile quello che viene detto nell’edizione in inglese. E spesso non è facile spiegare che “come l’inferno” è un termine di paragone che da noi non si usa. O che “Marshal” farà tanto fico, ma che da noi si dice maresciallo.

Prima di registrare, avete modo e tempo (voi doppiatori) di provare le battute e in generale di studiare il personaggio?

Magari! A me personalmente non è mai capitato. So che alcuni colleghi, per lavorazioni importanti, riescono ad ottenere il notevole privilegio, ma soprattutto adesso che va di moda far uscire i film in contemporanea, i materiali video per la lavorazione arrivano in versione non definitiva, con continue modifiche di settimana in settimana, criptati, in bianco e nero, a bassa risoluzione, pieni di scritte e bande rosse che ostacolano l’immagine. O addirittura, come fu per “transformers”, a schermo nero con un cerchietto che si apre in corrispondenza della faccia del personaggio SOLO per il tempo della battuta. O più semplicemente, i tempi sono talmente stretti che non c’è tempo per vedere il film prima dell’inizio della lavorazione. Sta al direttore del doppiaggio parlare del personaggio, spiegare le sue motivazioni, il suo carattere e la sua storia.

Quindi ha ragione uno dei miei lettori che, a scherzo, si domandava se, come avviene per i videogiochi, anche nel caso dei film i doppiatori forse non vedono nemmeno cosa doppiano!  Tra “supervisors” ignoranti e doppiaggi “al buio” questo lavoro mi sembra sempre meno un sogno e sempre più un incubo, specialmente per i direttori di doppiaggio. Ma quando è cominciato ad essere così il lavoro del doppiatore e, sopratutto, è così per tutti i film oppure solo per le produzioni più “grandi”? Anche i film minori hanno supervisors in sala di doppiaggio e schermi neri con cerchietti sulle bocche?

In genere sono solo i blockbuster più attesi ad avere un controllo così serrato. Purtroppo, per questi film, la battuta del tuo lettore non si è allontanata troppo dalla verità. L’influenza sempre maggiore dei cosiddetti ” supervisors” è iniziata molto prima che io mi affacciassi al lavoro di doppiatore, quindi me la sono trovata come realtà già consolidata. So come si lavorava prima dai racconti dei miei colleghi più grandi: mi parlano di un ambiente molto più selettivo, molto più rigoroso… In sala si entrava in punta di piedi, in giacca e cravatta, e ci si dava del lei. E le scelte erano TUTTE del direttore di doppiaggio, vero e proprio regista dell’edizione italiana.

Cosa ne pensano i doppiatori professionisti dei ridoppiaggi di vecchi e nuovi classici? E cosa ne pensi tu nello specifico?

Penso che siano un’operazione puramente economica: alle major costa meno ridoppiare tutto il film che rinnovare lo sfruttamento dei diritti sulle vecchie voci. Detto ciò, personalmente li trovo un’operazione priva di senso. Parliamo di film che furono doppiati con tecnologie e soprattutto con TEMPI impensabili, oggi e PERFETTI per quel tipo di prodotto. E quando dico “impensabili”, intendo anche “irripetibili”. Penso a un eventuale ridoppiaggio… che so… de “L’attimo fuggente”. So da colleghi che presero parte a quella lavorazione che spesso si doppiavano due, tre anelli a turno. Oggi abbiamo piani di lavorazione con trenta, quaranta anelli. E non è solo questo: c’erano una magia, una recitazione, una grana sonora, che creavano un’amalgama secondo me irriproducibile, oggi. E credo che questa sia anche l’opinione generalmente condivisa dai colleghi.

Ti rigiro una domanda, pari pari come l’ho fatta a Luca Dal Fabbro: non vi secca (a voi doppiatori) lavorare alle volte su film di ultima scelta con attori che recitano da cani e che sapete essere destinati ad ore antelucane su canali regionali? A volte si vedono certi film scadenti e giustamente sconosciuti e viene da pensare “poveri doppiatori, impegnati in tale porcheria mentre ci sono capolavori che tutt’oggi non sono stati ancora doppiati”.

Come ti dicevo, di solito ho la fortuna di appassionarmi a quasi tutto quello che doppio. E sottolineo “quasi”. È vero: quando ti trovi a dover doppiare un cagnone esasperante che vomita battute insulse in un film brutto ma brutto brutto brutto, ti prende un po’ male e il turno rischia di non passarti più. L’unica soluzione è ricordarsi che, comunque, anche quello è lavoro e che, in quanto tale, va portato a termine con la massima serietà e il massimo impegno possibile. Spesso ci sentiamo dire dal direttore “Guarda, lo so che lui con quella faccia non ti aiuta, ma nei limiti del possibile, cerca di farla un po’ meglio”. A quel punto diventa quasi un esercizio di recitazione. Poi ci sono casi in cui il film è veramente così brutto che l’unico escamotage per uscirne sani di mente è riderne tutti insieme tra un anello e l’altro. E ne escono turni davvero divertenti. Quindi in un modo o nell’altro, “la sfanghiamo”. La cosa diventa paradossale quando, come dici tu, ti trovi a doppiare ‘ste cose improbabili e magari la sera prima, in un cinemino d’essay ricavato in un sottoscala o su un dvd che hai fatto arrivare tra mille peripezie dalla Nuova Zelanda, ti trovi a vedere dei film pazzeschi che nel resto del mondo sono cult da anni e che qui da noi, probabilmente, non arriveranno mai. Questa, purtroppo, è una realtà contro la quale battersi è più impossibile che difficile.

Hai un aneddoto divertente o curioso riguardante il tuo lavoro da condividere con i miei lettori?

Mah, di cose curiose ne capitano quasi ogni giorno ( da cui la famosa espressione tanto usata nel nostro mestiere: “Se nun so’ matti nun ce li volémo”). La cosa che mi diverte sempre molto, e che non capita solo a me, è la richiesta che viene fatta il 90% delle volte quando, alla domanda “Che lavoro fai?”, rispondi “Il doppiatore”. Sorrisone ammiccante, risatina, e poi “No! Troppo fico! Me fai ‘na voce?”

Infine, una domanda che pongo a tutti i miei intervistati…  cosa ne pensi di questo mio blog Doppiaggi Italioti? Hai avuto modo di esplorarlo un po’ per avere un’idea delle sue intenzioni?

L’ho spulciato ed esplorato. Risposta da intervistato piacione: “Bèh, mi piace molto”. Risposta sincera di Edoardo: Bèh, mi piace molto! Ma davvero, giuro! Gli argomenti che tratti sono tutti meravigliosamente sulla mia lunghezza d’onda, e per quanto riguarda più strettamente il tema “doppiaggio”, voglio spendere qualche parola più specifica sul modo che hai scelto per parlarne. Il doppiaggio è semplicemente uno strumento di mediazione culturale. Come ogni strumento, si può scegliere di non avvalersene (possibilità mai così facile come negli ultimi anni e mai così ignorata dai detrattori più feroci del mio lavoro). Ecco… Il doppiaggio è un compromesso. Chi è perfettamente bilingue, ovviamente, può farne a meno senza problemi; chi non ha questa fortuna, ha BISOGNO di un compromesso. Alcuni preferiscono i sottotitoli; altri il doppiaggio, ma sempre di compromessi parliamo. E il doppiaggio è un compromesso che rappresenta un’eccellenza del nostro Paese. Oggi come oggi, però, fa molto fico, molto radical chic, molto “intellettuale duro e puro” sparare a zero sul doppiaggio, annientarlo senza se e senza ma, a volte con sufficienza, altre volte con autentica indignazione, scomodando termini come “stupro”, “barbarie”, “fascismo” e chi più ne ha più ne metta. Proprio questo mi piace, di “Doppiaggi Italioti”: critichi giustamente i brutti doppiaggi o le pecche in doppiaggi buoni, le ingenuità più o meno colpevoli negli adattamenti, argomentando dettagliatamente e sempre con grande ironia, ed è il genere di critica che io apprezzo sempre, perché è quella che fa crescere. Riesci a evidenziare i pregi e a stigmatizzare i difetti del nostro lavoro esprimendo pareri sempre ben documentati e ponendoti (e ponendoCI) domande precise e pertinenti.

Sono onorato da ciò che dici perché mi hai confermato inequivocabilmente che le mie intenzioni sono percepite dai lettori. Nello scrivere un blog è difficile poi verificare se effettivamente i propri messaggi “passano” perché, eccetto che nell’area commenti, non c’è mai un vero e proprio confronto.
Parlerai del mio blog ai tuoi colleghi?

L’ho già fatto, spesso e anche abbastanza recentemente: su Facebook (dal quale mi tengo debitamente alla larga) un noto regista italiano “sbarcato” oltreoceano ha sparato a zero sul doppiaggio e, particolarmente, sui doppiatori, accusandoli di appiattire, rovinare, annientare, stuprare, svilire ecc ecc ecc…. tutto il lavoro che lui ha portato avanti per mesi coi suoi meravigliosi attori americani, dicendo che, ahilui, anche stavolta sarà costretto a lavorare con noi miserabili cialtroni perché una distribuzione solo in lingua originale, in un Paese ottuso, ignorante, gretto e pigro come l’Italia, sarebbe un suicidio. E nel polverone che si è scatenato, più di una volta mi sono trovato a chiacchierare con i colleghi sulla tendenza generalizzata a demonizzare il nostro lavoro, e a parlare di “Doppiaggi Italioti” proprio per i motivi che ti ho detto.

Ho sentito di questa polemica sollevata da Moccioso Muccino, la trovo piuttosto sterile nei suoi contenuti… e dunque l’ho ampiamente ignorata. Non è neanche degna di nota.
Ti ringrazio per i tantissimi complimenti e per esserti concesso a questa intervista caro Edoardo. Mandami una foto che la uso in apertura.

Ti invio l’unica foto che ho trovato sul computer, non sono un grande cultore della mia immagine.

Sei un esemplare raro. Bel maglioncino comunque.

Grazie.

 

La caccola è caduta, ripeto, la caccola è caduta (Attacco al potere – Olympus has fallen)

copertina

Ammettiamolo, se si fosse chiamato “TRAPPOLA ALLA CASA BIANCA”, con protagonista Steven Seagal, sarebbe stato un “direct-to-DVD”

Nel 2013 il super-blockbuster White House Down, diretto dal celeberrimo Emmerich, compete con un film concettualmente identico ma con meno referenze, Olympus has fallen. Paradossalmente, Olympus, pur essendo progettato per essere una copia economica dell’ennesimo filmone “per famiglie” di Emmerich, è finito per superarlo praticamente in tutto, a partire dalla data di uscita nelle sale. Il successo di Olympus has fallen è dovuto ad un idea tanto semplice quanto geniale: riciclare al pubblico del 2013 una trama degli anni ’90, ovvero l’intero film Trappola in Alto Mare (1992), ma sostituendogli Gerard Butler a Steven Seagal, ambientandolo alla Casa Bianca e aggiungendo qualche idea presa da Die Hard – Trappola di Cristallo (1988)… i regazzini non se ne sono accorti. A chi piace sia Trappola in alto mare che Trappola di cristallo sicuramente apprezzerà anche questo Attacco al potere che, visto che c’erano, potevano chiamarcelo Trappola alla Casa Bianca.

Il titolo

In Italia i due film sono presentati con un titolo dal formato identico:

Attacco al potere – Olympus Has Fallen
Sotto assedio – White House Down

Spicca all’occhio la rottura del classico formato “titolo originalesottotitolo italiano” in favore di un molto meno comune “sottotitolo italiano - titolo originale“… questo per entrambi i film, tanto per ricordare al pubblico italiota che uno vale l’altro, anzi se ve li andate a vedere tutti e due ci fate guadagnare anche di più.

Siete pronti dunque ad immergevi nell’analisi dell’adattamento di questo divertente polpettone pieno zeppo di patriottismo americano melenso e coltelli conficcati in testa?

Cominciamo…

 

Get out of this monkey suit, sit by the fire, watch Breaking Bad. Fine by me.

Mi tolgo il vestito da scimmia, mi metto al camino e mi guardo un bel film. È perfetto.

Aspettate. Rinfoderate i coltelli. In teoria potrei anche lamentarmi di questa alterazione, del resto nel 2013 la serie tv Breaking Bad era già alla conclusione dopo ben cinque “stagioni” e non era affatto inaudita in Italia… ma onestamente neanche così celebre come lo è stata in America. Inoltre una battuta simile non può che rendere il film datato entro breve tempo. Vi immaginate se un film del 2002 facesse riferimento alla serie X-Files? A rivederlo oggi avrebbe subito un sapore di stantio, quindi bravi gli adattatori (suppongo si tratti di tale Rosa Fortezza, o forse Claudia Razzi alla direzione del doppiaggio? Chissà) che hanno mollato tale riferimento per un più generico e condivisibile “mi guardo un bel film“. Bravi, così si fa.

Una nota molto minore (prima di passare alle note gravi) riguarda i nomi in codice tipo Mustang e Big Top… se questi sono effettivamente dei nomi in codice usati dai servizi segreti allora va bene, altrimenti non vedo nessun problema ad adattarli in italiano così da non farci uscire momentaneamente dall’esperienza del film doppiato. Se poi li lasciate perché fa più “amaragano”, in questo caso, considerato il tema del film, posso anche perdonarlo. Sono ancora più evidenti tuttavia quando ne sentiamo altri che invece sono stati tradotti, come ad esempio il figlio del presidente, denominato “il candelotto” (spark plug). Decidetevi, o tutti tradotti o nessuno!

Passiamo alle note dolenti:

Il politichese

Riporto, come riferimento, questa prima battuta correttamente tradotta:

The guy that told the Speaker of the House to go fuck himself.

Quello che ha detto al Presidente della Camera di andare affanculo

Peccato che sia la prima e ultima volta che sentiamo questa giusta traduzione. Soltanto poche scene dopo leggiamo infatti nelle scritte in basso a sinistra (vedi immagine seguente)…

Speaker of the House Allan Trumbull

tradotto come…

Portavoce della Casa Bianca Allan Trumbull

Portavoce (?)

Il problema è che il vero “portavoce” della Casa Bianca si chiama “White House Press Secretary“. Lo Speaker of the House, come invece tradotto bene nei dialoghi di qualche minuto prima, è il Presidente della Camera. Venti secondi dopo, una che passa accanto allo “Speaker” dice “buongiorno Signor Portavoce” (Hello Mr. Speaker). Allora tiriamo fuori Wikipedia…

Da Wikipedia:
Il Presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America chiamato anche Speaker è la persona incaricata di condurre le sedute della Camera dei rappresentanti.
Il presidente si trova al secondo posto nella linea di successione presidenziale, dietro al vicepresidente degli Stati Uniti e prima del presidente pro tempore del Senato. Normalmente delega il compito di presiedere le sedute ad altri esponenti del proprio partito.

Infatti nel film non si capisce come al “portavoce” possa venire affidato l’incarico di Presidente degli Stati Uniti pro tempore. Per tutto il resto del film “Mr. Speaker” sarà putroppo “il Signor Portavoce”, sostituto Presidente degli Stati Uniti.
Chapeau!

Il militarese

bogey

“Uomo nero sotto tiro”

Putroppo è il linguaggio militare, dopo quello politico, a dare più grattacapi quando ad esempio sentiamo un pilota militare dire “have bogey in sight“. Il riferimento è al veicolo nemico non identificato che nel linguaggio breve dell’aeronautica americana si indica appunto con la parola “bogey” (un termine molto frequente nel film Top Gun). Nel doppiaggio italiano sentiamo “ho l’uomo nero sotto tiro” e suppongo che abbiano confuso bogey con bogeyman, che significa appunto “uomo nero”. La traduzione corretta di bogey sarebbe dovuta essere qualcosa tipo “bersaglio sconosciuto sotto tiro“, o “bersaglio nemico” se vogliamo semplificare le cose, anche se quest’ultimo sarebbe indicato come “bandit” in inglese. Avete visto? Ho fatto i compitini a casa. Ci sono voluti una cosa tipo 2 minuti netti, più di quanto ci abbia dedicato chi ha tradotto i dialoghi del film in italiano.
[Per curiosità, nel film Top Gun i "bogey" erano tradotti semplicemente come "nemici"... gli anni '80 erano tempi più semplici, e non c'era neanche Wikipedia.]

Battuta successiva:

Mr. President, we have confirmation that the bogey is down, sir.
Signore, ci hanno confermato che l’uomo nero è stato abbattuto.

Bogey non è l’uomo nero!!! Non avendolo mai visto in inglese, dai dialoghi italiani questo fantomatico “uomo nero” potrebbe essere interpretato semplicemente come l’ennesimo nome in codice usato dalla CIA, così come lo era “il candelotto” sopra citato. Sarebbe stato allora più appropriato usare il nome in codice “caccola” (bogey nel Regno Unito significa proprio caccola) piuttosto che “uomo nero”.
Scherzo, ovviamente.

Hydra 6

Il prossimo dubbio di natura militare deriva dal nome dell’arma segreta “Hydra 6” che ci viene presentata con molta enfasi dal protagonista:

Devi interrompere la missione. Hanno preso l’AIDRA SIX!

Non ho alcun problema nel sentire “Hydra” pronunciato all’inglese (haidra) perché è il nome di un’arma americana e, come accade con tutte le armi (anche quelle di pura finzione), i loro nomi non vengono tradotti. Ciò che viene tradotto invece è il numero che identifica il modello. Difatti per la pistola Glock 17 non è che in italiano diciamo Glock “seventiiin”, così come gli americani non dicono Beretta “novantadue” nella loro lingua, diranno Beretta ninety-two. Quindi dire Hydra Six è una stronzata colossale, scusate.

SEALS

Poco dopo l’avvertimento che i terroristi avevano il controllo di quest’arma segreta, sentiamo una trasmissione radio di un pilota della squadra di incursione SEAL che in inglese recita:

All birds, be on the lookout for possible advanced weaponry.

traducibile più o meno come “a tutte le aquile, state in guardia per possibili armamenti avanzati”. La battuta italiana invece recita:

A tutte le aquile, fate attenzione, avanziamo verso l’obiettivo.

Praticamente in italiano gli incursori non sono avvertiti del possibile pericolo, cosa che non ha senso. Invece si lasciano andare con un generico “fate attenzione”. E non ha neanche senso che durante l’azione reìterino quel vago “avanziamo verso l’obiettivo”, era già chiaro che stessero avanzando. Nelle operazioni militari (specialmente nell’aviazione) non si perde tempo nel dare ai piloti dei generici “non correre papà” e queste aggiunte mi hanno sempre infastidito nel doppiaggio italiano. Potrebbe sembrare forse una curiosità da poco ma quando vidi il film in italiano pensai proprio “ma perché non li avvertono del fatto che i terroristi abbiano in mano quest’arma tecnologicamente avanzata?”. Invece glielo dicono… in inglese.

Quando poi gli elicotteri dei SEAL cominciano ad essere abbattuti uno per uno sentiamo:

Tiger 6 is down!

tradotto come

Tiger 6 a terra!

Forse potrò essere un po’ pignolo ma “is down” significa “abbattuto/precipitato“. Quando si dice che un velivolo è “a terra” in italiano vuol dire semplicemente che ancora non è in volo. Poi se c’è qualche esperto di linguaggio militare che vuole smentire sentitevi liberi di dirlo nei commenti. Personalmente “è a terra” mi è sempre sembrata una traduzione frettolosa e imprecisa di “is down“. È sicuramente corretto quando invece traducono “officer down!” come “agente a terra!” perché il suo significato non è equivoco dal momento che normalmente una persona non vive “per terra”. È ovvio che nella scena in questione la comprensibilità del film non viene turbata da quel “a terra”… ma visto che sono qui ad elencare tutto, fatemi elencare tutto.

I dialoghi procedono con:

Tiger 5 is going down.

Tiger 5 precipitato.

OK, meglio.
Dopo l’abbattimento dei due elicotteri segue il comunicato radio…

- Reset formation. Tiger 1 taking lead.
- Roger that.

Traducibile come “cambio di formazione. Tiger 1 prende il comando” ma nel film doppiato  tradotto invece come

- A tutte le aquile, tornate indietro.
- Ricevuto.

Non si capisce infatti perché la frase successiva dei piloti sia “ci servono rinforzi” (need backup) visto che in teoria hanno deciso di “ritirarsi”. Seguendo i dialoghi italiani risulta ancora meno chiaro quando, in una scena successiva, il “portavoce” ordina la ritirata.

Concludo con una frase che suona male nelle mie orecchie italiote:

Your country will be a cold, dark nuclear wasteland.

Questo paese sarà una fredda, oscura, desolata, terra nucleare.

Un po’ alla lettera e un po’ troppo frettolosa per farci entrare quella parola in più… non so, dico solo che negli anni ’80 non l’avrebbero traslitterata pedissequamente, Bob insegna.

___________

Conclusione

Seppure io apprezzi come siano stati gestiti molti dei dialoghi (non ho citato difatti tante piccole migliorie, troppo insignificanti per essere nominate ma che nel compesso migliorano il dialogo prima che questo venga presentato alle orecchie italiane) putroppo le carenze in un linguaggio settoriale come quello militare si sentono e sono piuttosto seccanti quando andate a verificarle. Nessuno degli errori da me elencati è imputabile ad esigenze di labiale, inoltre avrebbero giovato alla traduzione un paio di ore in più da dedicare a semplici ricerche su Wikipedia (per quanto riguarda le cariche politiche) e su un paio di forum settoriali per il lessico militare.
Sappiate infine che NON recensirò “Sotto Assedio – White House Down” perché francamente è da trattamento Ludovico, come lo sono tutti i film più recenti di Emmerich.

 

la caduta della olympus
Un ringraziamento speciale va ad “andreasperelli2k“, lettore di lunga data di questo mio blog, il quale è stato fonte di ispirazione per l’articolo.
Al suddetto era sembrato giustamente strano che un “portavoce” della Casa Bianca potesse essere la terza carica negli USA!

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