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[Italian credits] La scala della follia (1973)

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Questa settimana presento i titoli italiani dimenticati di un piccolo, piccolissimo film britannico alquanto furbetto, che sfrutta la notorietà di un ottimo cast per creare una economicissima storia di ghost house atipica: La scala della follia (Dark Places, 1973).
Distribuito in Gran Bretagna in un non meglio specificato 1973, arriva in sordina nei cinema italiani l’8 marzo 1975. La Golden Video lo porta in VHS non si sa quando, così come la Cult70 lo riversa in DVD in data ignota: se ne sapete di più scrivetemi.

Per una recensione del film vi invito alla mia scheda del blog Il Zinefilo, ma ci tengo a specificare i due attori che si dividono la scena: Christopher Lee e Joan Collins. In un piccolo ruolo, anche l’austro-ungarico Herbert Lom divenuto celebre nel ruolo del commissario Dreyfus, antagonista dell’ispettore Clouseau nei film de La Pantera Rosa.
Né Lee né la Collins mostrano il minimo interesse a far parte del film, ma rispettano la fama dei loro nomi: lui è oscuro e tenebroso, lei disinibita e profittatrice.

scalafolliaDa segnalare un difetto che si nota in certi casi di “crediti” italiani non proprio di alta qualità: la sovrapposizione della scritta italiana corrisponde ad una perdita di qualità della pellicola sottostante.

Titoli di testa

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L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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[Italian credits] L’invasione degli Ultracorpi (1956)

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Grazie all’aiuto di Antonio L. – che abbiamo già letto in questo blog per l’edizione home video del film 28 giorni dopo – posso presentare qui i titoli italiani dimenticati di un film che ha scritto la storia del cinema di fantascienza: L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956) di Don Siegel.

Il romanzo

invasatiLo sceneggiatore Daniel Mainwaring firma con il proprio nome (invece che del prolifico pseudonimo Geoffrey Homes) l’adattamento cinematografico del romanzo Invasion of the Body Snatchers (1954), che Jack Finney aveva già presentato a puntate sulla rivista “Collier’s Weekly” dal 26 novembre 1954.
La collana italiana “I Romanzi di Urania” (n. 118) porta nelle nostre edicole il romanzo con la traduzione di Stanis La Bruna e il titolo Gli invasati: la differenza del titolo è dovuta al fatto che il film arriva nei nostri cinema solo nell’ottobre 1957, quindi all’epoca “Urania” non si premura di far capire il collegamento con la pellicola.
Urania Collezione” ha ristampato il testo nel 2003 e l’edizione più recente è del 2005, firmata Marcos y Marcos.

La donna clonata

gynoidEra l’agosto del 1952 quando sulla rivista “Galaxy” il grande scrittore Fritz Leiber presenta un racconto destinato agli annali della fantascienza: La casa del passato (Yesterday House). Per la prima volta in narrativa sentiamo parlare di “clonazione”, e la donna clonata che il protagonista del racconto conosce su un’isola lontana, dove vive con il suo “creatore”… viene in pratica scopiazzata senza riserve per il recente film Ex Machina (2015).
Jack Finney nel 1954 non parla di clonazione ma, com’è noto, di “baccelloni” alieni che duplicano le persone: in fondo, però, è un procedimento molto simile. L’unica “donna clonata” presente nel film appare per un breve momento ma è particolarmente paradigmatica: simboleggia esattamente il senso di disprezzo profondo che gli scrittori maschi da sempre dimostrano nei confronti delle donne che essi stessi creano. Mi sia dunque consentito un breve estratto dal mio saggio in eBook Gynoid. Duecento anni di donne artificiali (2015). [NdR: consento, consento]

Visto che di donne “clonate” The Body Snatchers ne è particolarmente avaro, mi limito a citare una curiosità: quando nel finale del film del 1956 la fidanzata del protagonista viene sostituita, da donnina svenevole e frignante si trasforma… in una donna decisa che tratta l’uomo da pari a pari. Sarà per questo che il protagonista cade nel panico?

Titoli di testa

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Titoli di coda

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L.

P.S.
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Un biglietto… in due, un doppiaggio… tutto d’un pezzo! (Un biglietto in due, 1987)

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Un biglietto in due è uno di quei film che sin dal titolo, solo apparentemente italiota, ha avuto un trattamento esemplare per la versione italiana. Personalmente lo considero come una delle più belle, se non la più bella, commedia mai realizzata. Molti darebbero questo appellativo a Frankenstein Junior o a qualche classico della commedia italiana, per me invece spetta al film di John Hughes perché non solo “fa ridere”, ma racchiude un senso di dolcezza misto ad amarezza in grado di toccare il cuore anche di coloro i quali alle commedie preferiscono film più impegnativi.
Dietro il film un trio d’eccezione: John Hughes, un genio dietro la macchina da presa, qui faceva un salto in avanti rispetto alle commedie giovanilistiche per le quali era conosciuto. biglietto2taxiSteve Martin, re della commedia americana anni ‘80 e poi l’immenso (per talento) John Candy, anche lui voglioso di rimettersi in gioco in una commedia più adulta, meno demenziale di quelle al quale era abituato e che due anni dopo lo portò ad un ruolo di calibro simile in Io e zio Buck.
Le risate nel film sono sempre genuine, mai gratuite. Parte del merito va ad un adattamento che, come dice spesso Evit, era tipico degli anni ’80. La ricercatezza nel rendere le battute appetibili al pubblico italiano lo rende addirittura superiore alla controparte originale. La versione americana, soprattutto nella fase centrale, rischia qualche tempo morto, mentre la visione in italiano non stanca mai. Non c’è alcuna storpiatura, il testo è quello, ma è la scelta dei vocaboli, la scelta di certe tipiche espressioni nostrane dal significato attiguo, l’uso di qualche parolaccia, l’intonazione nel doppiaggio che eleva l’adattamento ad uno standard che forse non vedremo ripetersi mai più.

Solo in rari casi la battuta viene completamente stravolta, probabilmente per motivi culturali, ma non sono di quelle che fanno gridare allo scandalo e, cosa ben più importante, non si nota, a meno che non si faccia un confronto con traduzione a fronte. Se questo non è un complimento all’adattamento del film non so cosa lo sia.

Le due battute in italiano che si ricordano ancora oggi, hanno un equivalente americano divertente, ma non altrettanto memorabile:

1)I piedi che abbaiano
Del Griffith (John Candy), dopo un’intera giornata di cammino per New York, sull’aereo si toglie scarpe e calze e comincia a sventolarle in faccia al malcapitato Neal Page (Steve Martin).

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Ora sì che si ragiona, ho i piedi che parlano da soli oggi”. In inglese è “My dogs are barking today”. Nella versione americana i piedi di Del Griffith vengono definiti cani e, per metafora, il fatto che siano doloranti rende i cani abbaianti. È un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti. Da noi la metafora non avrebbe mai funzionato. Ma l’allusione al cattivo odore e al dolore che fa addirittura “parlare” i piedi non ha rivali.

2)Il bifolco
Uno dei tanti tentativi di arrivare a Chicago prevede il passaggio da parte di un bifolco (N.d.R. in italiano doppiato da Tonino Accolla) che sprona la moglie “piccola e ossuta, ma forte” (short and skinny, but she’s strong) a dare una mano con il baule.

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Il senso di prestanza viene espresso con “Il primo bambino l’ha cagato su un marciapiede!”, che in originale è “Her first baby came out sideways”. Qui è evidente il motivo di come l’espressione assurda americana di un bambino che esce di lato venga rimpiazzata da una più sconvolgente -il marciapiede anziché un ospedale o al massimo una casa- con l’aggiunta dell’uso della parolaccia per intensificare il messaggio.

NdR: Eccovi la scena intera (finché dura il video su YouTube), da notare come la sua voce al minuto 1:45 si spezzi a causa del muco che sta tirando su. Tanto disgustoso quando esilarante.

 

Esempi di un adattamento non banale

Tante frasi, anziché essere tradotte alla lettera, vengono rese con parole diverse che ne mantengano il significato. Un’espressione tipicamente americana come “You scared the Bejesus out of me” (Alterazione di by Jesus, per indicare una grande paura) viene resa con l’altrettanto efficace “Me la sono quasi fatta sotto”. A volte questo migliora la battuta stessa; un semplice “What happens next”, con l’aggiunta di qualche vocabolo ricercato, ha un effetto comico: “Smanio di sapere cosa succederà adesso”. “Annoying blabbermouth” (letteralmente un fastidioso chiacchierone) diventa “un noioso attaccabottoni”. Oggigiorno frasi di questo tipo verrebbero tradotte senza alcun estro immaginativo, impoverendo così non solo il doppiaggio, ma anche la lingua italiana.

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Scommetto sei pezzi e il mio coglione sinistro che non atterrerà a Chicago”. Una frase come “Six bucks and my right nut” verrebbe facilmente tradotta come “sei dollari e il mio testicolo destro”, ma la scelta di usare “pezzi” (verdoni di solito è riservato a tagli più alti) e l’aggiunta della parolaccia non può che suscitare ilarità. Che l’attributo cambi posizione poi, è probabilmente dovuto al labiale.

Quando Neal Page (Steve Martin) cerca termini di paragone per comunicare all’altro quanto sia noioso, gli dice di poter sopportare “any insurance seminar” che in italiano diventa “tribune elettorali”, entrambi noiosissimi! Qui si sceglie la prima cosa che possa venire in mente quando si parla di noia, a seconda del Paese.

Have a point” diventa “Fai delle pause”. “Arriva al dunque” sarebbe stato più letterale, ma il fatto che Neal inviti Del a prendere fiato esprime al meglio come le sue storie fossero assillanti e di scarso interesse. Segue nella versione originale “It makes it more interesting for the listener” mentre in italiano, riallacciandosi al “fai delle pause”, questa diventa “Saranno la parte più interessante per chi ti ascolta”.
vintage-60s-chatty-cathy-doll-strawberry-blonde-pull-_1Nello stesso discorso, Neal paragona Del a “quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” affermando che “dietro la schiena hai la cordicella”, e subito dopo mima la voce gracchiante che esce dal petto della bambola (“Agh! Agh! Agh!”). Sta parlando (e in inglese la nomina) della “Chatty Cathy Doll”, una linea di bambole lanciata nel 1962 e presto diventata anche un’espressione idiomatica americana per descrivere qualcuno che non smette mai di parlare. Da noi arrivarono negli stessi anni Cicciobello e Michela, nomi che però non entrarono mai nella cultura popolare come sinonimi di persone loquaci. La frase sostitutiva “uno di quei bambolotti parlanti che c’erano una volta” adatta perfettamente la battuta rendendola anche senza tempo.

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In America il tacchino fa “gobble gobble”

Errori?

Veniamo ora ai due casi in cui modifiche necessarie hanno cambiato il senso originale.
I figli di Neal Page, in trepidante attesa del Giorno del ringraziamento si chiedono se l’arrivo dei nonni porti “hoogies”, reso come “gelatine”, e “Indian burns”, reso come
“marzapane”. indian-burnL’intento americano era quello di nonni che fanno piccoli dispetti ai nipotini, mentre nella nostra versione, dove dei cari nonni non si può parlar male (al massimo di qualche zio), si trasforma la frase in dolcetti, seppur non particolarmente graditi.
(NdR da notare che gli “Indian burns” nel Regno Unito si chiamano invece “Chinese burns”. In italiano dovrebbe tradursi con “fare gli spilli” o qualcosa del genere).

Se di errore interpretativo si è trattato, è comunque un piccolo incidente di percorso sul quale si può soprassedere data la grande attenzione ai dettagli che spinge persino a doppiare (o meglio a remissare) i brani della colonna sonora, quando fanno riferimento a quello che accade sullo schermo (“Vi siete messi contro la persona sbagliata!”). Questi sono tutti esempi di come tempo a disposizione e voglia possano determinare un prodotto di qualità.

La seconda modifica fa riferimento al colpo allo stomaco sferrato da Neal a Del, il quale esagera un po’ le conseguenze “That’s how Houdini died” (=è così che morì Houdini). In italiano viene addolcito aggiungendo anche un po’ di autocritica: “Io sono un ciccione, ma sono delicato”.

Nota di Evit

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Se dovessi scegliere un momento rappresentativo di come la recitazione italiana renda comici anche i momenti “minori”, sceglierei sicuramente la prima scena all’aeroporto dove Del Griffith (John Candy) riconosce Neal Page (Steve Martin) come la persona a cui ha precedentemente “rubato” il taxi e per scusarsi si propone di offrirgli qualcosa da mangiare (con una serie di cibi correttamente alterati per adeguarli al pubblico italiano, così come accadeva in Frankenstein Jr.), poi fa una pausa ed esclama “I knew I knew you!” / “Ero sicuro di conoscerla!“. Questa battuta, per come è recitata, non manca mai di farmi ridere.

Finché durano i link a youtube vi ripropongo le due scene a confronto.
In inglese:

e in italiano:

 

A quanto ci fa sapere Antonio Genna, il doppiaggio fu eseguito dal Gruppo Trenta che al tempo aveva un po’ l’egemonia su prodotti americani di questo tipo e che grazie a Dio ci ha regalato un doppiaggio da annali. Spero che Evit tiri fuori la sua copia in VHS così da recuperare i titoli italiani e le informazioni mancanti su coloro che hanno curato l’ottima versione italiana di questo film.

Se volete scoprire (o riscoprire) questo classico della commedia americana, oggi che in America si festeggia col tacchino è un giorno buono come un altro. Dalla mia mai innevata Los Angeles vi saluto e mi accingo ad unirmi ai festeggiamenti… marzapane e gelatine mi aspettano (sempre meglio delle gomitate dei nonni burloni). Glu-glu-glu!

Michele “Michael” Traversa

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Un film diabolicamente esilarante

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Gli Italiani lo fanno meglio… un documentario americano sul doppiaggio italiano!
 10 luglio 2015
Il grande Lebowski – l’ultimo dei grandi doppiaggi 4 novembre 2014

Videocommento a Kickboxer (1989) + BLOG TOUR

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Il nuovo episodio della nostra serie video di svago cinematografico è disponibile come sempre sul canale YouTube di Doppiaggi Italioti. In quest’ultima puntata troverete il commento alla visione di Kickboxer (1989), di e con  Jean-Claude Van Damme.

locandina

Si sono uniti alla commemorazione di questo film altri tre blogger che qui sono ormai di casa:

Il blog tour di oggi si chiama: ARRIVANO LE KICKBOTTE!

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Per chi se lo fosse perso, il precedente episodio della nostra serie video era su Ant-Man (2015)…

copertina

…con tanto di scene eliminate

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[Italian credits] Cose preziose (1993)

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Dopo Shining (1980), ecco questa settimana i titoli italiani dimenticati di un altro film tratto da un romanzo di Stephen King: Cose preziose (Needful Things, 1993) diretto da Fraser C. Heston.
L’edizione di riferimento è una VHS Cecchi Gori purtroppo senza data. Il film arriva nei cinema italiani il 1° aprile 1994 e vi resta fino all’autunno, mentre il “Torino Sette” del 17 febbraio 1995 lo riporta al secondo posto delle videocassette più noleggiate della settimana: la VHS che ho recuperato è un’edizione in vendita quindi di poco posteriore.
Il primo passaggio televisivo noto di Cose preziose è lunedì 6 maggio 1996 in prima serata su Italia1, che è probabilmente la prima volta che l’ho visto.

Lo splendido romanzo del 1991 di King – di cui ho già parlato – finisce nelle mani capaci di W.D. Richter, il cui nome forse non fa squillare alcun campanello ma che è un autore di quelli da ricordare: basti dire che ha firmato la sceneggiatura di Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers, 1978), Brubaker (1980) ed ha messo la penna anche in quella di Grosso guaio a Chinatown (1986). Non pago, nel 1984 ha tentato anche la carriera registica con il sottovalutato Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione.

Omaggio scopiazzante da Matheson

King da sempre considera il grande Richard Matheson un maestro, e a pensar bene possiamo dire che forse ha voluto omaggiarlo inserendo nella storia di Cose preziose uno smaccato scopiazzamento di un racconto di Matheson: The Distributor, apparso nel marzo shocklibrodel 1958 su “Playboy” e arrivato in Italia per la prima volta come Il dispensatore, nell’antologia “Shock” (Mondadori 1984) con traduzione di Giuseppe Lippi. Maurizio Nati lo ritraduce come Il nuovo vicino di casa per l’antologia “Incubo a seimila metri” (Fanucci 2003).

In questo racconto Matheson ci presenta un nuovo arrivato nel quartiere che fa subito amicizia con il vicinato, ma subito capiamo che qualcosa non va quando questi comincia uno strano gioco: ruba un oggetto da una casa per metterlo in un’altra, così che i due proprietari litighino. Con furti, maldicenze e pettegolezzi in pratica il nuovo arrivato fa esplodere il quartiere prima di trasferirsi in un altro… ed è esattamente il “metodo” che Leland Gaunt utilizza nella storia!

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Disc Inferno: 28 Giorni Dopo, un ottimo Blu-ray che si vede male!

Avete mai letto quelle recensioni su Amazon dove l’edizione Blu Ray di un film viene demolita perché, parere di qualche acquirente, “si vede malissimo e si sente peggio”? E quelli che vorrebbero un nuovo audio DTS 7.1 su Quarto Potere perché la traccia mono non sfrutta bene tutti i satelliti del loro costoso impianto surround? Quanto sono affidabili le recensioni sull’home video che leggiamo on-line? Di quali voci fidarsi?
Io vi presento la mia “voce” di fiducia, Antonio L., quella voce fuori dal coro che vi spiegherà perché certi film in DVD e Blu Ray sono come sono… di quali è lecito lamentarsi, di quali NON è lecito lamentarsi, di quali invece ci si DOVREBBE lamentare e nessuno lo fa.

È anche un’ottima scusa per rispolverare vecchie rubriche cadute nel dimenticatoio come “Disc Inferno“, che interruppi proprio quando stava per diventare un contenitore di articoli riguardanti le edizioni home video italiane.
Vi lascio ai tecnicismi di Antonio e alle sue opinioni pesate in materie che forse non sapevate neanche esistessero.

Evit

RUBRICA
Quando Evit mi ha chiesto di scrivere per il blog mi sono domandato come potrei mai contribuire ad un blog la cui attività principale è quella di analizzare pedantemente l’adattamento italiano dei film? Evit mi ha risposto che per rendere il blog ancora più di nicchia ci volevano nuove recensioni così dettagliate e rompicogioni che avrebbero allontanato il lettore casuale troppo assuefatto allo stile degli articoli acchiappa-click,  quindi l’unica cosa rimasta da fare era l’analisi critica delle uscite in home video perché, ha continuato Evit, dopo l’argomento traduzioni e adattamenti inglese-italiano, quella è la seconda cosa di cui il consumatore medio più si lagna e allo stesso tempo di cui è più ignorante.

Per iniziare nel modo più controverso ed informativo possibile, ho scelto di parlare di uno di quei film la cui uscita in home video è stata in assoluto la più inutilmente lamentata…

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28 Giorni Dopo (su Blu-Ray)

Il problema? Sempre il solito, le aspettative del consumatore medio verso il nuovo supporto in alta definizione, anche noto come Blu-Ray Disc.

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Il consumatore medio che corre a scrivere una recensione su internet

All’uscita di 28 Giorni Dopo in Blu-Ray, su internet si riversò una cornucopia di messaggi e di recensioni che bollavano l’edizione come “pessima” (per non dir di peggio) a causa della “bassa qualità delle immagini”.
Il consumatore medio indossò il cono da asino e da dietro la lavagna ragliò per la delusione di ritrovare una ‘sì scarsa qualità video su un formato moderno! I maniaci del complotto puntarono il dito contro la Fox per aver proposto un (cito testuali parole) “Blu-Ray truffa”! Non provavano alcuna vergogna a spacciare il vecchio DVD per un nuovo Blu Ray? La gggente insomma non era contenta. Alcuni si domandarono perché un distributore ingannasse così gli acquirenti, affossando di conseguenza la fiducia verso l’alta definizione in generale. Si vocifera che i più paranoici lamentassero di scie chimiche impresse nel disco.

In un mondo perfetto a misura del consumatore moderno, le videocamere digitali e l’audio 5.1 sarebbero esistite dai tempi di Griffith e Murunau. Nel mondo reale però i sistemi audio moderni sono iniziati con Jurassic Park (1993) e il passaggio da pellicola a digitale nelle riprese cinematografiche è roba dei primi anni 2000… e indovinate com’era la qualità delle prime videocamere digitali? Senza addentrarsi in tecnicismi inutili, una merda.
E indovinate quale film fu girato con quelle videocamere digitali?

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Un film nato in bassa definizione

28 Giorni Dopo è un film abbastanza insolito dal punto di vista tecnico: invece di utilizzare la consueta pellicola 35mm (oggi sempre più rara) il film venne girato con delle videocamere digitali a risoluzione 720×576, per intenderci non molto lontane da quelle che molti usavano per riprendere i figli nel giardino di casa, per non parlare poi dei flashback girati su pellicola 8mm. In particolare vennero scelte videocamere del sistema europeo PAL per via della loro risoluzione, leggermente superiore della controparte NTSC (il formato televisivo statunitense).
È un film di quasi 15 anni fa e da allora, naturalmente, le riprese digitali sono migliorate moltissimo, tanto da prendere il sopravvento non appena la qualità dei sensori impiegati è riuscita ad eguagliare quella della pellicola. All’epoca di questo film invece hanno dovuto usare queste maneggevoli ma poco prestanti videocamere digitali (nota Evit che non ho detto “performanti”) perché molte scene del film dovevano essere girate in pochi minuti e i tempi di caricamento e di spostamento delle pesanti cineprese tradizionali avrebbero fatto lievitare enormemente i costi di produzione. Danny Boyle non disponeva di un budget da colossal hollywoodiano e svuotare una città come Londra anche per poche ore è molto costoso… basti pensare al curioso espediente delle ragazze in topless utilizzato per deviare temporaneamente il traffico, permettendo di riprendere una desolata e spettrale Londra post-apocalittica che divenne subito iconografica.

Il concetto di alta definizione

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Alla base delle inutili lamentele sulla qualità video del Blu-Ray di 28 Giorni Dopo c’è un diffuso equivoco sul concetto di alta definizione: il Blu-Ray Disc non è altro che un gigantesco contenitore che permette di riprodurre immagini ad una definizione che arriva fino ai 1920×1080 pixel) e una resa dei colori più fedele dei precedenti formati ma poi l’effettiva qualità dipende SEMPRE dal master di partenza, cioè dalla copia che i distributori trasferiscono sul “contenitore” (Blu-Ray, DVD, VHS, quello che volete voi) e, lo dico qui per la prima volta ma non smetterò mai di ripeterlo, il “contenitore” in cui si mette un film non migliora magicamente il film stesso come molti credono.

Quando sentite di versioni “rimasterizzate” vuol dire che i distributori hanno nuovamente tirato fuori i negativi dagli archivi (nel caso di film su pellicola) e ne hanno fatto un nuovo trasferimento (o “riversamento”), cioè hanno creato un nuovo “master”, magari con macchinari moderni che consentono una migliore qualità dell’immagine, resa dei colori etc.
I Blu-Ray che “si vedono male” solitamente derivano da master datati, già sfruttati per le uscite DVD. Pensate al Blu-Ray di Jurassic Park che ancora si avvale di un riversamento del 1998 (18 anni fa!) mentre Ben Hur nello stesso formato, un film di quasi 60 fa, ha una qualità infinitamente superiore perché ne hanno fatto un riversamento più recente con macchinari moderni.
Questo per farvi capire la poca importanza del formato in sé (il Blu Ray) rispetto all’importanza di avere un moderno riversamento, o master.

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Le cose però non sono mai così semplici. Le edizioni Blu-Ray pessime esistono, nessuno vuole negarlo e di quelle magari parlerò in futuro, ma il Blu-Ray di 28 Giorni Dopo è assolutamente ottimo e scarsamente criticabile, nonostante sia praticamente identico al DVD. Come posso essere così blasfemo mi direte? Sono i dettagli che mi salvano. Rileggendo bene la mia affermazione noterete che ho parlato di ottima qualità dell’edizione Blu-Ray, non del film!

 

I falsi problemi del Blu-Ray di 28 Giorni Dopo

Un film può essere girato in pellicola 70mm e avere una qualità d’immagine stratosferica oppure può essere impresso su una più economica pellicola 16mm (o, peggio, 8mm) ed avere vari problemi sul lato estetico (La Casa è il film più famoso ad essere stato girato su pellicola 16mm). Come già accennato prima, 28 Giorni Dopo è stato girato con videocamere basate su una tecnologia ancora agli esordi, dalla risoluzione limitata. Il Blu-Ray di questo film mostra un dettaglio di immagine identico al DVD semplicemente perché quella era la risoluzione di partenza, la stessa identica che nel 2002 fu proiettata al cinema. Potremmo quasi coniare un nuovo termine per questo film, si tratta di digital grindhouse.
Or dunque, come possiamo essere certi che non si tratti di un Blu-Ray truffa dove hanno semplicemente riversato lo stesso materiale che avevano messo su DVD così da guadagnare tanti $$$ con una spesa nulla? La dimostrazione sta negli ultimi 3 minuti di film.

I tre minuti finali furono girati da Danny Boyle in 35mm e per quella manciata di secondi si capisce che l’edizione Blu-Ray non è una frode ma che di alta definizione si tratta poiché indiscutibilmente sono immagini di livello superiore al resto del film.

Il Blu-Ray ripropone il film esattamente com’era alla sua uscita cinematografica, con tutti i suoi difetti e i suoi limiti. 28 Giorni Dopo è sempre stato così, in bassa risoluzione e impastato nei dettagli, non avrebbe potuto mai essere migliore in qualunque formato lo si proponesse. Quindi è inutile aspettarsi la seconda venuta di Cristo quando in futuro arriverà in formato 4k. Il film sarà identico al DVD anche in quel caso.

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Anche l’occhio vuole la sua parte

I veri “problemi” del Blu-Ray di 28 Giorni Dopo

L’unica critica che sento di fare, e qui stiamo proprio a trovare veramente il pelo nell’uovo, è sul fatto di aver riversato il film da pellicola, quando sarebbe stato più utile e saggio partire direttamente dagli archivi digitali del film già montato, così da evitare un passaggio nel “mondo fisico” del poliestere, non tanto per la definizione delle immagini, che non sarebbe migliorata per niente (ricordiamo che la risoluzione delle riprese era 576 pixel, ben lontani dai vostri schermi a 1080p!), ma ci avrebbe almeno evitato quelle rare “spuntinature” nere che sono più facili da intercettare sul formato HD del Blu-Ray e che ovviamente non derivano dal mondo del digitale ma dai granelli di polvere depositatisi sulla pellicola. Per un film girato in digitale, diciamocelo, è un po’ il colmo. Ma è veramente poca roba che solo un malato come me può notare, tanto sono rare.

[Letture interessanti: Intervista (in inglese) con il direttore della fotografia Anthony Dod Mantle.]

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Aaaaaah…ccaddì

L’audio – Un caso unico al mondo

Se avete accettato l’idea che questo film non si vedrà mai meglio del DVD e vi state ancora abituando alla cosa, non sapete cosa vi aspetta con la componente audio, che poi è quella che rappresenta forse l’aspetto più curioso di questo film.

Il film è stato girato in PAL, quindi a 25 fotogrammi al secondo (in realtà non essendo una pellicola si tratta di 50 semiquadri, ma meglio non addentrarsi in questioni troppo tecniche e sofismi inutili), e l’unico modo per adattarlo alla velocità standard di proiezione cinematografica (24 fotogrammi al secondo) fu di “rallentare” il film, come racconta il regista stesso nel commento audio al film… quindi di fatto alterando la tonalità della colonna sonora. Le voci dei protagonisti a 24 fotogrammi al secondo hanno una tonalità un po’ più bassa rispetto a come dovrebbero essere.
Per ascoltare l’audio inglese alla velocità normale dunque il nostro DVD europeo in formato PAL è l’unica scelta possibile, dato che per l’appunto va a 25 fotogrammi al secondo (la stessa velocità del “girato”), mentre il DVD americano (formato NTSC) è rallentato così come lo era la versione cinematografica, con voci originali in inglese che suonano un tantino meno naturali. A memoria non ricordo altri film dove la traccia audio su DVD europeo è alla velocità/tonalità corretta mentre quella americana non lo è, di solito avviene il contrario e credo sia un caso unico nella storia del DVD.

Ma la situazione si complica con il doppiaggio italiano.

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Difatti il doppiaggio italiano viene effettuato già su pellicola cinematografica a 24 fotogrammi al secondo così da avere la giusta tonalità quando viene proiettato al cinema… e purtroppo vuol anche dire che sul DVD PAL a 25fps le voci italiane risultano invece leggermente accelerate… cosa che in realtà avviene in qualsiasi film abbiate visto in DVD o VHS! Infatti il formato PAL presenta sempre un fenomeno di alterazione della tonalità dell’intera colonna sonora (musica, voci e effetti) rispetto alla tonalità originale che sentite al cinema.

Su quale formato home video è dunque preferibile vedere questo film?

Consigli per gli acquisti

Se escludiamo gli eccellenti tre minuti finali, è difficile consigliare l’acquisto in Blu ray soltanto in base alla qualità video del film. Si tratta di uno di quei pochi casi in cui l’alta definizione veramente aggiunge poco o nulla alla resa visiva. Neanche il passaggio da una traccia italiana Dolby 5.1 ad una in DTS è veramente determinante per la scelta del formato, occorrerebbero delle superorecchie per notare differenze di rilievo e anche in questo caso l’incremento tecnico non giustifica da solo la scelta del disco blu.
Invece consiglio caldamente la visione di 28 Giorni Dopo in italiano in Blu ray principalmente perché in questo formato l’audio è praticamente identico a quello sentito al cinema, con la stessa tonalità. Tutti gli altri vantaggi (l’audio DTS, gli ultimi minuti in reale alta definizione e un immagine meno “compressa”) sono soltanto un gradevole plus. Meglio di così il film davvero non si poteva desiderare. In più ha anche una splendida copertina con un rimando alla scena più cult degli ultimi 15 anni di cinema horror.

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Per guardare il film in lingua originale invece è preferibile non sbarazzarsi ancora del nostro DVD. Infatti il DVD europeo ha il vantaggio di avere le voci originali non alterate a 25fps sebbene, da un punto di vista filologico, bisognerebbe sempre preferire il Blu Ray che incarna la versione cinematografica ed ha anche una qualità leggermente superiore al DVD, non tanto per la risoluzione, che sappiamo essere quella che è, bensì per via della compressione video gestita meglio: il codec è più moderno e lo spazio di archiviazione maggiore. L’audio inglese su Bluray è presentato in DTS HD Master Audio, così i fanatici dei formati audio possono masturbarcisi sopra mentre i super fanatici si lamenteranno dell’assenza di un formato audio ancora migliore, il “PCM lossless”.

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Come abbiamo visto la qualità video del film è fisiologicamente bassa e lo stacco con il DVD praticamente non esiste, se non per i famosi 3 minuti finali di cui si è già detto. Se il film vi piace davvero tanto, il Blu-ray è il supporto definitivo, la qualità è grossomodo la massima ottenibile e questa edizione incarna perfettamente la versione cinematografica del film. Il doppiaggio italiano è stato registrato sul master per il cinema e pertanto le voci hanno la loro giusta tonalità sul Blu-ray. Entrambe le edizioni home video sono perfette, è il film stesso ad essere imperfetto e carente dal punto di vista tecnico, pur rimanendo un capolavoro di genere secondo la mia personale opinione.

Conclusione

Potremmo definire 28 Giorni Dopo “il film di Schrodinger”, ogni sua versione in lingua originale è vera e falsa allo stesso tempo: la traccia audio inglese uscita nei cinema e nei DVD americani è quella ufficiale ma non ha la corretta tonalità, la traccia audio inglese uscita nei DVD europei è nella corretta tonalità ma non è quella ufficiale (e per “ufficiale” intendo quella cinematografica).
Al contrario, il Blu Ray italiano ha un audio “ufficiale” con la corretta tonalità, quindi per una volta abbiamo vinto noi. Stavolta l’Italia ha vinto, punto esclamativo. Ma, siccome è l’Italia, nessuno se n’è accorto. Anzi, si è invocata persino una presunta truffa e si sono levate lamentele infondate basate sull’ignoranza, si è dato importanza soltanto ai falsi problemi. Insomma la solita storia all’italiana.

Antonio L.

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PS: sì, c’è anche un vecchio articolo di Evit sul doppiaggio del film dove lo stesso direttore di doppiaggio, interpellato, giustifica una sua scelta di adattamento.

[Italian credits] Space Vampires (1985)

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Dopo aver raccontato della difficoltosa lavorazione de Il ritorno dei morti viventi e averne presentato i crediti italiani dimenticati, è doveroso presentare il film che ha distolto l’attenzione del regista Tobe Hooper spingendolo ad abbandonare gli zombie in favore dei vampiri spaziali: Space Vampires (Lifeforce, 1985).

Bonazze Bionde dallo Spazio

space-vampires-itaPerché sulla copertina originale del romanzo di Colin Wilson e su alcune locandine italiane d’epoca la donna protagonista è bionda, mentre nel film è mora? La spiegazione si annida nel curioso sotto-genere cinematografico a cui questo film più o meno coscientemente si riallaccia, un sotto-genere che in un mio speciale sul blog Il Zinefilo ho battezzato BBS: Bonazze Bionde dallo Spazio.
Dal 1954 sbarcano sulla Terra donne aliene in cerca di maschi fertili, e dal 1959 queste donne capiscono che per avere più successo con i maschietti terrestri… devono farsi bionde!
Per il viaggio tra i titoli – dalla Blonde from Space di Henry Slesar alla saga di Species, che poi è la stessa cosa – vi rimando al mio speciale: quel che interessa qui è che nel 1966 Curtis Harrington scopiazza il racconto citato di Slesar e crea il film Queen of Blood… il cui titolo alternativo è Space Vampires.
In un lontano futuro – il 1990! – i terrestri vanno su Marte e trovano i resti di un’astronave con un’unica sopravvissuta: una biondona. Decidono di portarla sulla Terra ma durante il viaggio la donna ammalia l’equipaggio – tra cui il giovane Dennis Hopper – e si nutre del suo cibo preferito: il sangue. Mutatis mutandis, abbiamo l’abbozzo del romanzo Space Vampires.

I vampiri di Wilson

space-vampires-panther-1977-coverMalgrado i crediti italiani parlino di “racconto”, quello del britannico Colin Wilson è un romanzo corposo e ricco di informazioni: in realtà solamente la prima parte ha l’aspetto del romanzo (ed è infatti quella su cui si è concentrato il film) mentre la seconda è una classica operazione di marketing editoriale ben nota: è un saggio mascherato da narrativa per venderlo meglio.
Wilson è uno studioso di misteri, in Italia la Newton Compton ha più volte ristampato il suo Il grande libro dei misteri irrisolti, quindi il romanzo che pubblica nel febbraio 1976 è solo una scusa per della saggistica misterica “mascherata”.
La storica collana “Urania” Mondadori lo presenta già il 12 marzo 1978 come numero 744 della collana; nell’aprile 2016 “Urania Collezione” festeggia i quarant’anni del romanzo ristampandolo nel numero 159 che, se non doveste trovarlo nei mercatini rionali, è adesso disponibile anche in formato digitale su Amazon. Ah, i tempi moderni!
Sul finire del 2013 i Ringleader Studios di Beverly Hills acquistano i diritti del romanzo di Wilson, e fanno girare voce di un loro possibile interessamento a crearne una serie televisiva dal titolo Lifeforce, un graphic novel e addirittura un videogame: siamo in attesa della realizzazione di questi progetti…

La vita italiana

space-vampires-1985-12-12Il film arriva in Italia il 6 dicembre 1985 con il titolo Space Vampires. Prima di esordire al cinema romano Cola di Rienzo, viene proiettato quasi un mese prima in anteprima giornalistica all’Odeon di Milano, e il 12 novembre sul quotidiano “L’Unità” il critico Michele Anselmi ci va giù pesante:

«Si stenta a credere che dietro questo pastrocchio da 25 milioni di dollari ci sia quel piccolo maestro dell’orrore che è Tobe Hooper. […] Passato sotto contratto alla Cannon, Hooper sembra infatti aver dilapidato l’antico talento in favore di uno stile sbrigativo e banale, perfettamente intonato ai gusti della coppia Golan-Globus. […] Space Vampires è in realtà un filmetto esangue e scontato che non mantiene le promesse.»

Piero Perona su “La Stampa” del 13 dicembre 1985 articola meglio ma non cambia opinione:

«Incontri ravvicinati con gli extraterrestri: sono la novità e la costante dell’anno, aperti dallo Starman di Carpenter ed esaltati dal Cocoon di Howard. Diamo il senso migliore alla pericolosa proposta erotica che, quanto meno, insegna a prendere il buono dovunque esso si trovi: la fantascienza della guerra fredda tipica degli anni Cinquanta non lo avrebbe mai consentito. Oggi, mentre precipitiamo verso una glaciazione della situazione politica, Hollywood per motivi meramente spettacolari fa un pensierino all’eros intergalattico. […] Ci sono alti e bassi nel film di Hooper, tutti in ogni modo manieristici. Space Vampires non sarà brutto ma nasce vecchio.»

spacevampireblurayIl suo insuccesso di critica è forse attribuibile anche al fatto che in Italia arrivò la versione americana del film, pesantemente tagliuzzata tanto da renderla quasi incomprensibile e altrettanto fallimentare, mentre (mi informa Evit) nel Regno Unito, dove la pellicola ebbe un grande successo, uscì la versione originale senza quei tagli confusionari e con un inizio del film molto più esaltante, il film come Tobe Hooper lo aveva concepito.
In Italia non rimane moltissimo al cinema, poco più di un anno, e nel maggio del 1987 arriva in VHS Multivision, ristampata poi nel 1995 dalla Hobby&Work in formato “pocket” (con copertina di cartone invece che di plastica).

Dall’aprile 1988 inizia il suo viaggio televisivo, di solito su piccoli ma storici canali come Odeon TV e Italia7.

Nell’euforico 2001, quando l’avvento del DVD in Italia ha spinto molte piccole case ad un semplice riversamento di videocassette su disco, esce la prima versione DVD: bisogna aspettare l’agosto 2008 per la ristampa targata Stormovie. Conoscendo la casa – che adoro perché comunque ha saputo salvare tesori di filmacci per gli appassionati zinefili come me – non c’è molto da sperare sulla qualità di questo prodotto.
Il 4 dicembre 2012, la Pulp Video rilascia un’edizione più curata, sia in DVD che Blu-ray, dove viene ripristinata la versione estesa del film (che poi è la migliore) con scene mai viste prima né in VHS, né al cinema.

L’analisi di Evit

Per tante altre informazioni sul film, rimando al dettagliato quanto divertente articolo sull’adattamento italiano a cura di mastro Evit, un altro imperdibile pezzo nel quale anche lui raccolse tanti interessanti aneddoti oltre alle abituali (ma mai banali) osservazioni sul doppiaggio: dall’inglese usato a sproposito, alle battutacce superflue inserite nei dialoghi nostrani da chi ne curò la versione italiana. È evidente che anche Evit è un grande appassionato di questo film.

Titoli di testa

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Titoli di coda

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Per saperne di più sulla colonna sonora citata, rimando al sito SoundtrackCollector.

L.

P.S.
Ringrazio Evit per gli “screenshot” del film localizzato in italiano. Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni venerdì e vi invito a venire a trovarmi anche sul blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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