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#AlienDay 26/4 (o 4/26?)

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Il reparto vendite della 20th Century Fox ha decretato che oggi è la giornata mondiale della saga di Alien, o #AlienDay (se vi chiedete “ma perché oggi?” ve lo spiego nei commenti dato che si tratta di una cosa così scema da non necessitare di ulteriore spazio o approfondimenti. Suggerimento: riguarda la data di oggi scritta all’americana), e per festeggiarla ci anticipano che nel prossimo Alien 5 il regista Blomkamp (Chappie, Elysium) stuprerà anche il personaggio di Newt (because fuck Alien3!).
Per festeggiare insieme a Doppiaggi Italioti vi invito a scoprire (o riscoprire) i miei articoli sugli adattamenti italiani di Alien (-> Alien (1979) – L’alieno è siliconato) e di Aliens (-> Aliens – scontro finale (1986)) e per l’occasione vi ricordo che spariamo scemenze anche su Twitter (@doppita) e, controvoglia, persino su Facebook.

Quindi buona giornata mondiale di Alien che serve ad alimentare la campagna pubblicitaria delle prossime porcate, ehm, capolavori indiscussi di Scott e Blomkamp.

Videocommento a Lo Hobbit – La Desolazione di Smaug

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Siamo arrivati al trentaseiesimo episodio della serie “i videocommentatori”, un nostro divertissement, pubblicato saltuariamente su YouTube, nel quale guardiamo un film e lo commentiamo in diretta… e che non ha niente a che fare con doppiaggi e adattamenti.
Per vedere l’episodio basta fare click sull’immagine di copertina.

Il precedente commento a Lo Hobbit 3 lo trovate qui.

Scusate per l’attesa ma stiamo…

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Perdonate l’assenza di nuovi articoli ma abbiamo le mani un po’ impegnate qui a Doppiaggi Italioti, come potete vedere dalla foto.

Django Unchained – La D è muta ma l’adattamento lascia ammutoliti

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Quando Django Unchained uscì nei cinema italiani, il popolino di internet ebbe un moto intestinale e cacò fuori l’argomento più arido e ritrito dal 2005 a questa parte e che ciclicamente torna a far parlare di sé grazie ai social network e grazie ad articoli acchiappa-click: versione originale o versione doppiata?
Casus belli: la notizia internettiana che descriveva di come, nei primi giorni di proiezione a Roma, il film avesse incassato più nelle sale dove veniva proiettato in inglese (sottotitolato in italiano) che in quelle dove girava la versione doppiata del film; da questo “fatto” poi ogni articolista/blogger (chiamarli “giornalisti” sarebbe un offesa persino per il giornalismo italiano) ci aggiunse le sue considerazioni personali sottolineando come questo fosse significativo di qualcosa (lasciamo perdere che a questo “qualcosa” ci arrivavano con ragionamenti in stile teologia medievale) …e l’internet si divise in fazioni: chi sosteneva energicamente che il film doppiato fosse una pallida e indegna versione del capolavoro linguistico di Tarantino, nel quale si possono trovare letteralmente dozzine di differenti modi di parlare l’inglese [ovviamente non tutti “riproducibili” in un doppiaggio italiano] e a chi non gliene fregava assolutamente niente ed è andato a vedere il film nella lingua a lui o lei più comprensibile.
Come spesso accade, per un po’ i più chiassosi fecero parlare di sé, vendendo l’idea che i film in lingua originale avrebbero venduto sempre meglio perché l’italiano medio era stufo dello spregevole doppiaggio italico che tradisce i sacri dialoghi originali, perché il doppiato non è bello come l’originale, è sempre una piatta reinterpretazione etc, etc… salvo poi necessitare di sottotitoli per capirlo, come dimostrato dalla proiezione di The Hateful Eight all’Arcadia di Milano dove il tardivo annuncio che il film in lingua originale non avrebbe avuto sottotitoli ha causato una corsa alla rivendita, en masse, dei biglietti incautamente acquistati in anticipo.
Insomma nel 2013, ad informarsi sul web, sembrava che l’avvento della grande lettura collettiva in sala buia fosse quasi alle porte ma, ovviamente, nessuna rivoluzione in questo senso accadde perché, nel bene e nel male, il cinema straniero è il più venduto in Italia anche in virtù della sua enorme facilità di fruizione data dal doppiaggio, a beneficio di qualsiasi spettatore: dall’ipovedente all’ottantenne, a quello che a scuola ha studiato francese, al dislessico, a chi è semplicemente conscio dei limiti del proprio inglese. Anche loro sono spettatori paganti del resto.

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Come tutte le sterili disquisizioni che nascono da articoli acchiappa-click e finiscono per essere trampolino di lancio per baggianate da sparare su Facebook e su forum non inerenti all’argomento –con i disquisitori che vorrebbero arrivare a discutere dei massimi sistemi a suon di frasi fatte del calibro di: all’estero non doppiano e sanno tutti l’inglese / il doppiaggio in Italia è il migliore del mondo! / I sospiri originali!!! / Luca Ward mi ti ci farei!– così anche questa discussione su Django Unchained, presunta cartina tornasole dell’Italia che vorrebbe i film solo in lingua originale, si espanse finendo per gravitare su cose che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano, come ad esempio la somiglianza delle voci e delle interpretazioni, l’espressività, il suono delle parole, etc… ma perdendo di vista il vero problema di questo film in italiano: il suo adattamento.

NOTA: in risposta alla menzionata lamentela sterile esplosa nel 2013 all’uscita del film: sì, certo, la varietà di accenti presenti nel film non è interamente riproducibile in una localizzazione italiana dei dialoghi. Ed è una novità? Guardando Titanic avete provato un emozione diversa prima di sapere che i ricchi parlavano diversamente dai poveri? È ovvio che l’adattamento linguistico e quindi il doppiaggio, nel suo complesso, abbia limiti intrinseci e per aggirarli c’è solo un modo: imparare la lingua e la cultura del paese di origine del film, ma a livello “nativo”, non abbisognando di sottotitoli per capirci qualcosa!

 

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Se il precedente Bastardi Senza Gloria aveva già fatto parlare di sé in questo stesso blog per via di quei dialoghi multilingue discutibilmente adattati, a Django Unchained non andrà molto meglio! Questo a causa del suo adattamento incostante (perché non saprei come altro definirlo) che, è vero, ci regala dialoghi splendidamente e canonicamente tarantiniani come “l’unico che ci deve vedere è il cavallo del cazzo!” e “io non vendo i negri che non voglio vendere” (solo Tarantino sa essere così piacevolmente pleonastico) oppure quelle azzeccate scelte linguistiche come il “gnorsì” detto dalla servitù ai propri padroni bianchi, ma tali lodevoli sforzi di adattamento vengono subito deturpati da elementi d’intrusione come gli inutili inglesismi di cui spesso mi lamento nel blog ed appartenenti ad una delle abitudini linguistiche nostrane più infime e deprecabili, quelle degli italiani che subiscono, anche linguisticamente, la globalizzazione invece di cavalcarla per espandere le proprie conoscenze. Scelte lessicali post-moderne che poi fanno a cazzotti con il genere e con l’ambientazione di Django: il western.

Perché di deturpamento si tratta quando nei dialoghi italiani viene mantenuto un soprannome come “Big Daddy” (così la schiava nera chiamava il suo padrone) in quanto, non solo un fantomatico rispetto delle fonti risulta insensato nel doppiaggio di un film di questo genere ma, al generico spettatore italiano, il sentire “big daddy” venir fuori dalla bocca di una persona di colore è più facile che possa rimandare alla subcultura rap americana moderna da videoclip, piuttosto che allo schiavismo dell’800.
Una scelta che fa leva su un linguaggio che, per quanto ovvia a molti di voi che mi leggete, non può arrivare a tutti. Chi non sa l’inglese, né conosce la cultura americana, glissa su quel nomignolo, forse non interpretandolo nemmeno come tale. Lo capisco io come bilingue? Certamente. Lo capisce lo spettatore medio dai 14 ai 45? Molto probabile! Ma c’è una qualche necessità narrativa o linguistica che porti ad esigere che un nomignolo rimanga identico al copione americano? Assolutamente no, specialmente quando lo si accosta poi ad un termine storicamente appropriato: “Gnorsì, Bid Daddy“.

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Boh… sarà un western!

Similmente, non si capisce il bisogno di tanta fedeltà ai nomignoli originali neanche per “Old Ben” (così veniva chiamato il servitore nero di fiducia della famiglia Candie) oppure nella scena in cui gli australiani chiamano il protagonista “blackie” (rimasto “blachi” anche in italiano, la “e” è muta ;D ), specialmente in un film dove poi si nomina Isacco Newton. Il generico pubblico italiano cosa dovrebbe trarne dall’improvvisato appellativo “blackie” (dispregiativo di “black”, nero, ma non forte come “negro”) detto in un paio di battute dirette a Django? (“affare fatto, blackie“)
Per lo spettatore di lingua inglese, questo appellativo sottolinea un modo di parlare britannico ma in italiano cosa starebbe a sottolineare? Assolutamente niente. Per questo gli appellativi dovrebbero essere adattati in italiano, perché altrimenti non significano niente; per alcuni finiscono per essere solo suoni vuoti, per altri sono suoni che “forzano” la mente dello spettatore a pensare “ah già, perché in inglese black è nero, quindi sarà stato l’appellativo con cui lo chiamavano in lingua originale”… un brevissimo flusso di pensieri che, per quanto inconsciamente possa avvenire, se avviene, rappresenta il fallimento dell’idea stessa di “doppiaggio”. La differenza è ancora più lampante quando lo confrontiamo col recente The Hateful Eight a cura di Valerio Piccolo dove NIENTE dei dialoghi viene lasciato in lingua inglese (meno che mai gli appellativi!) e in cui nessuno viene chiamato “blackie”, né “big daddy”; in parole povere nessun elemento dei dialoghi di The Hateful Eight vi fa mai pensare a “ah già, ma nella realtà loro parlano inglese!”.

In italiano, semplicemente, non c’è modo di rendere l’idea che il personaggio che diceva “blackie” parlasse con accento e modi di dire da australiano e questo, come ho detto, è uno dei limiti più noti del doppiaggio. Ma il far sì che almeno ciò che dicono i personaggi sia comprensibile a tutti (e sottolineo “a tutti”) fa parte proprio delle basi dell’adattamento! Indurre nello spettatore certi ragionamenti del calibro di “blackie sarà black, cioè nero, quindi forse è un appellativo perché Django è di colore” non trovano spazio in un sistema comunicativo che deve essere tanto immediato quanto lo è in lingua originale per l’orecchio anglosassone. Aggiungiamoci poi che in italiano “blacky” è un nome da animale domestico…

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Mettiamo in questa lista di orrori anche anche un bel “marshal” (“ora potete chiamare il marshal” / “lo iù-es-Marshal“), perché se non avete familiarità con la giustizia americana, magari non avete idea di che cosa sia uno “U.S. Marshal”! Se però ve lo descrivessi come uno “sceriffo federale” (come lo traducevano nel film Il Fuggitivo) vi sarebbe subito più chiaro e, almeno intuitivamente, chiunque può capire che si tratti di un ruolo di grado superiore a quello dello sceriffo di città. Capisco sempre l’esigenza di rispettare i tempi delle battute ma non la giustifico. Dovremmo forse pensare che il doppiaggio debba anche svolgere una funzione educativa, insegnandoci a pronunciare i nomi originali di ruoli istituzionali americani solo perché chi ha adattato i dialoghi ritiene sia bene conoscerli? Non è meglio favorire invece l’immediata comprensione dei dialoghi per tutti? Non è certo la prima volta che sentiamo parlare degli “U.S. Marshals” nel cinema doppiato ma, come sempre in questo campo, c’è da valutare anche il contesto, se c’è tempo e modo per far comprendere a tutti di cosa si stia parlando e altre cosette così che sembrano da poco ma non lo sono; in questo western, la parola Marshal piomba come un macigno per chi non l’ha mai sentita prima, viene ripetuta 11 volte nel giro di 2 minuti e poi non la sentiamo pronunciare mai più per tutto il resto del film, ergo se ne poteva fare anche a meno.

django-unchained-Schultz …continuiamo?

Quando sentiamo parlare di una banda di fuorilegge chiamata i Brittle brothers, è proprio necessario questo “assaggio” di cultura americana? Che senso ha questo fritto misto dove “brothers” rimane in inglese? È il nome di una banda di fratelli malviventi oppure di una banda musicale? L’allitterazione era così fondamentale da giustificare una non-traduzione? Emblematica la reazione dei miei genitori (ultrasessantenni) quando videro il film e non colsero niente di quel “Brittle Brothers”. Quando ti ritrovi a dover “spiegare” (o ripetere) alcune parole di un film western doppiato a degli ultrasessantenni (che di western ne hanno visti a bizzeffe ai loro tempi) qualche domanda sulla qualità dell’adattamento me la porrei a prescindere.
Passando oltre, che senso ha dire “ammetto che siamo un bel team” in ambito western? Erano ad una riunione aziendale del 2013?
Ancora. Quando Django fa lo spelling del suo nome a Franco Nero, che senso ha che lo faccia con alcune lettere pronunciate all’inglese e altre all’italiana? “Di-gei-a-en-gi-o”. Passi anche quel “gei”, dall’inglese “jay” (che comunque non esiste in italiano), ma in Italia la lettera “n” si legge “en”? E da quando? In quale universo parallelo accade ciò? Nell’Italia dei shish forse.

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Google Translate 1 – Adattamento italiano 0

Ad aggravare il tutto, ci sono dialoghi in cui si sente il peso di una traduzione pedissequa come quando ci dobbiamo sorbire “200 dollari, morto o vivo” dall’iconico “dead or alive” americano che in Italia è sempre stato tradotto con l’altrettanto iconico “vivo o morto”. In entrambe le lingue l’ordine delle parole è probabilmente dettato dalla sonorità, oltre ad essere un’assodata formula storica, ma nel doppiaggio di Django Unchained si è deciso di reinventarla per chissà quale insensata “ricerca dell’originale”.
Inizialmente lo dice il dentista tedesco e lo spettatore italiano viene portato a pensare che sia parte del suo stravagante modo di parlare, difatti, durante la sopra citata visione con i miei genitori (oh, qualsiasi scusa è buona per rivedersi Tarantino), mia madre rise per l’inaspettato modo di dire del Dr. Schultz tetesco di Cermania… in realtà ci sarebbe da piangere quando dopo si scopre che anche personaggi madrelingua dicono “morto o vivo” al posto di “vivo o morto” ed è chiaro che è stato scelto (per non si sa quale motivo) di tradurre alla lettera la frase americana.

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Siccome poi piove sempre sul bagnato, quando Django legge il manifesto di alcuni ricercati, in italiano dice “Wanted morti o vivi…” quando poteva tranquillamente dire “Ricercati vivi o morti…“. Certo, “wanted” è facilmente comprensibile da gran parte del pubblico moderno ma, ancora una volta, era necessario? E a che pro? Il fatto che in quella scena il pubblico abbia modo di vedere chiaramente il manifesto con la scritta WANTED non deve certo essere la scusa per propinarci un italiano con cui, onestamente, gli italiani hanno poca familiarità (mi riferisco all’inversione “morto o vivo”) e che sembra tradotto da qualcuno che non ha mai visto un solo film western (doppiato) in vita sua.

djangotranslate

Insomma, quando Google Translate fa meglio di voi, ancora una volta, io qualche domanda me la porrei.

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Battute dubbie

Passiamo alle frasi che è facile identificare come scelte poco sensate anche senza il testo originale a fronte:

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Dopo aver liberato gli schiavi, il dentista tedesco suggerisce loro di fuggire verso aree del paese più tolleranti e dice “e nel remoto caso che vi siano degli appassionati di astronomia in mezzo a voi, la stella polare è quella” (e se ne va).
Ora, questa frase in italiano non può che lasciare gli schiavi allibiti, quasi avesse fatto loro una piccola supercazzola (anzi dovrei dire “supercàzzora“). A cosa può servire a degli schiavi (che molto probabilmente erano del tutto ignoranti) una simile informazione? Azzarderei a dire che nel 2016 anche qualche italiano potrebbe non sapere che la stella polare indichi il nord.
In inglese la stella polare si chiama North Star, il suggerimento per aiutare gli schiavi in fuga stava dunque nel nome stesso della stella indicata, a prescindere dal “remoto caso che vi siano appassionati di astronomia” tra i suddetti schiavi (una frase che ovviamente era una battuta! Infatti non serviva che ci fossero tra loro degli appassionati di astronomia per capire il messaggio implicito). Avrebbe avuto più senso inserire qualche parola in più nel dialogo italiano affinché questa frase avesse senso nel contesto: “la stella polare che indica il nord è quella!” (o “la stella che indica il nord è quella!”).

NdA: se pensate che tutto ciò siano solo inutili minuzie non conoscete ancora bene il mio blog e non avete idea di quante altre piccole lamentele ho eliminato in fase di correzione bozze perché apparivano troppo pedanti persino per me.😉 Ai nuovi lettori, benvenuti a Doppiaggi Italioti.

Poi ancora…” (cit.) quando Django trova i “Brittle brothers” dice alla schiava della piantagione “va’ da quel bianco che è venuto con me“, frase che per chi parla italiano significa implicitamente “vai da quel bianco e restaci”. In realtà avrebbe dovuto dire “va’ a chiamare quel bianco che è venuto con me” e lo si intuisce anche senza andare a verificare che in inglese diceva infatti “go git that white man I came here with“. Per rientrare nei tempi della frase al massimo si poteva sacrificare il “che è venuto con me” in favore di “che era con me”, ma certamente non il verbo “chiamare” [lasciamo perdere il fatto che comunque “I came here with” avrebbe dovuto essere tradotto come “con cui sono arrivato”].
Il “va’ da quel bianco” lascia sottinteso un po’ troppo (al contrario della lineare frase originale) e alla prima visione passa inosservato ma diventa palese nelle successive, quando già sappiamo cosa intendesse dire.

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Casi con scusanti e qualche elogio

L’unico momento in cui lo spelling all’inglese non stona lo abbiamo quando il dentista tedesco afferma che non aveva “intenzione di morire a Chickasaw County, Mississippi, U.S.A.” (pronunciato “iù-es-ei”), questo funziona unicamente perché a pronunciare queste parole è uno straniero, il dentista tedesco, il quale si può supporre stia canzonando il modo di scrivere gli indirizzi postali americani, così sottolineando in modo spregiativo il luogo in cui non aveva intenzione di morire. Lo avesse detto un personaggio americano allora sarebbe l’ennesimo caso di non-adattamento, ma in bocca al tedesco funziona. Come vedete è sempre una questione di contesto. [Tolto il fatto che un personaggio madrelingua, nel doppiaggio, avrebbe dovuto dire perlomeno “nella contea di Chickasaw” e non “a Chickasaw County”]

Il resto dell’adattamento di questo film non manca di momenti veramente azzeccati come il “positive?” tradotto come “persuaso?” di cui Django non conosceva il significato, come il linguaggio del dentista tedesco che risultava troppo raffinato per i bifolchi americani i quali replicavano con “speak English, goddamit!” (-> Parla cristiano, perdio!), oppure per altre espressioni similmente memorabili (to parley with you -> per avere un abboccamento).

Ho volutamente evitato l’argomento “doppiatori e interpretazioni” ma se devo sbilanciarmi per dire almeno una cosa in merito, voglio che sia qualcosa di positivo: voglio quindi sottolineare la insita comicità nell’interpretazione di Mario Cordova sul personaggio di “Big Daddy” dove ogni frase è degna di un riavvolgimento con tasto rewind per poterla risentire una seconda volta e ridere di nuovo. Per fare un parallelo con un precedente film di Tarantino doppiato in italiano, un momento equivalente a questo, ovvero un momento dove un personaggio doppiato rende molto bene le intenzioni comiche originali (e le supera?), lo troviamo in Kill Bill 2 dove Marco Mete doppiava Larry, il volgare proprietario di strip club con il suo “è l’ora del calendario di Budd“… e probabilmente non è un caso che le interpretazioni più memorabili originino proprio da quei doppiatori che vengono dalla “vecchia scuola” di doppiaggio.

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CONCLUSIONE – Sì, ci siamo arrivati
In conclusione, ribadisco ciò che già ho detto all’inizio dell’articolo: il film in italiano ha molte frasi memorabili (sarei sciocco a sconsigliarvene una visione in italiano perché non è tutto da buttare) quindi mi spiace davvero che anche questo adattamento sia dovuto finire nella mia lista nera a far bella compagnia a Star Wars VII – Il risveglio della Forza e ai Bastardi senza gloria (e se gli appellativi lasciati in inglese e gli anglicismi inutili vi hanno ricordato il recente Star Wars VII non è un caso) ma certi futili inglesismi, certe frasi tradotte pedissequamente che nemmeno google translate si azzarderebbe a proporvi e, addirittura, lo spelling mezzo all’inglese e mezzo all’italiana(!), sono tutte cose che meritano di essere fatte saltare in aria con la dinamite.

Per l’adattamento di Django Unchained… BOOM!

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Non comprate quel biglietto #8: STAR WARS VII – Il Risveglio della Forza (2^ parte)

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Seconda e ultima parte della discussione tra me e il mio amico Petar sull’ultimo sforzo di J.J. Abrams. Tra parti serie e meno serie, continuiamo con Star Wars VII – Il risveglio della Forza in questo video registrato pochi giorni dopo la visione al cinema. Non perdetevi la tradizionale clip dopo i titoli di coda.

Qui trovate la prima parte del video e qui l’articolo sull’adattamento del film, nel caso ve lo foste perso.

Non comprate quel biglietto #8: STAR WARS VII – Il Risveglio della Forza

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Per tentare di ridurre il numero di iscritti sul canale YouTube di Doppiaggi Italioti, ecco finalmente la nostra discussione su Star Wars VII – Il Risveglio della Forza, registrata a dicembre e pubblicata solo adesso, a febbraio, per via dell’estrema svogliatezza che ci caratterizza e il disinteresse che proviamo verso gli “acchiappa-click”.

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A breve anche la seconda (e ultima) parte.

ANNUNCIO: Preservazione di Matrix in italiano a partire da pellicola 35mm possibile!

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Questo è Matrix come non lo avete più visto dal 1999 (e forse come non lo avete mai visto)

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Un nostro carissimo amico americano ci ha detto di possedere una copia italiana in 35mm del film Matrix, del 1999, che è in procinto di digitalizzare in HD.

Come alcuni di voi sapranno, la nostra passione per il cinema ci porta anche a restaurare privatamente i film nelle loro versioni localizzate in italiano, ovvero come apparvero per la prima volta al cinema in Italia, quindi con tutti i titoli e le scritte tradotte, l’audio inalterato, etc… . Di solito ci basiamo su copie home video in nostro possesso, riportiamo i colori alla loro incarnazione originale, ne ricostruiamo i titoli e sfruttiamo l’audio non compresso quando possibile, a partire da varie fonti di qualità discreta, equiparabili a (e che talvolta superano) quelle dei Bluray in commercio.
Nel caso di Matrix, ad esempio, è stato fatto uno scempio sui colori nelle versioni VHS/DVD e anche quelli del Bluray non rappresentano correttamente la versione originale del film (molti di voi ricorderanno ad esempio una predominante tinta verde nelle scene ambientate in Matrix e blu nelle scene del mondo reale, in realtà originariamente non era affatto così, la revisione dei colori nelle versioni home video è postuma e posticcia).

Mettere le mani su una versione italiana in 35mm (quella proiettata al cinema, ben diversa da quella in home video) è un caso più unico che raro, solo che richiede fondi per farne una scansione e digitalizzazione in alta risoluzione (che comprende anche la traccia audio italiana DTS, inalterata e lossless).

Chi ha visto il nostro Guerre Stellari “Despecializzato” (basato sul lavoro di Harmy e realizzato in collaborazione con lui) sa che queste opere sono unicamente finalizzate alla preservazione storica, dietro non si nasconde alcuno scopo di lucro, né fini commerciali di alcun genere. Difatti, fino ad ora non abbiamo mai chiesto soldi, sottolineo “mai”, destinando centinaia di ore del nostro tempo al restauro digitale di film per pura passione personale, perché ci preme che non vadano perduti nel tempo.

In questo caso però il lavoro di preservazione non dipende da noi e la scansione in altissima definizione di metri e metri di pellicola ha i suoi costi, costi non indifferenti per un privato. Un contributo di qualsiasi entità, per quanto piccolo, anche simbolico, fa la differenza. La digitalizzazione verrà eseguita a prescindere, ma se vorrete dare una mano con una semplice donazione PayPal (oppure con bitcoin) a colui che paga per la scansione della pellicola, egli ne sarà molto grato. Per dettagli su come effettuare la donazione scrivetemi nei commenti o direttamente al mio indirizzo email doppiaggiitaliotiCHIOCCIOLAgmail.com.

Vi lascio con alcune foto scattate a dei fotogrammi del film. Matrix in 35mm come non lo avete più visto dal 1999 al cinema! Io ho già donato perché non vedo l’ora di rivederlo nella sua prima versione autentica (ed italiana), spero che vorrete fare lo stesso.

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Aggiornamento: un grazie ai due utenti che gentilmente si sono uniti a me nelle donazioni, il vostro contributo fa la differenza! Difatti mi comunica il possessore della pellicola che è quasi arrivato alla somma necessaria.

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