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Ehi, ma che cazzo è? È Terminator Genisys

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Non sapete quanta voglia io abbia di parlare nuovamente di Terminator Genisys… spero che la mia ironia sia palese, siamo tra il “così me lo tolgo dai piedi” e il “lo faccio perché mi è stato chiesto da uno sull’internet“; siccome qualcosa da dire dopotutto ce l’ho, ecco l’articolo su Genisys ed il suo adattamento italiano. Contenti, no? Parliamo ancora di Genisys! Fate cadere i palloncini.

itchyandscratchyland1

Terminator Genisys, per come è ideato, ci mette davanti ad una situazione curiosa per il doppiaggio italiano: il misto tra alcune battute adattate 31 anni fa ed il resto delle battute adattate oggi, nel 2015; Genisys infatti ripropone tantissimi dei dialoghi originali mettendoli in bocca a nuovi attori, dalle frasi più famose fino a quella monnezzaro che impreca contro il suo camion.

TerminatorPunks

In particolare, la sequenza del monnezzaro della versione americana di Genisys fa leva su un’imitazione della frase del primo film mentre la versione italiana, tristemente, reinterpreta in chiave “moderna” ma ci ritorno su questa scena, eh se non ci ritorno!

Ciò che mi ha subito sorpreso dei dialoghi presi dal primo film e qui “riproposti” è stato il coraggioso rispetto delle fonti. Difatti i dialoghi italiani che originano dal primo Terminator, quelli creati dalla Letizia Ciotti Miller, sono riportati fedelmente in questo adattamento di Terminator Genisys a cura di Fabrizio Pucci, il quale Pucci troviamo sia ai dialoghi che alla direzione del doppiaggio.
Oggi giorno, tale fedelissima attenzione è cosa abbastanza rara e l’unico comprensibile cambiamento pare sia avvenuto per la storica “I’ll be back” che in questo film diventa “tornerò” (mentre nel doppiaggio del 1984 era stata tradotta con il tanto lamentato “aspetto fuori“), ma non è neanche un vero cambiamento in realtà! Potremmo infatti sostenere che “tornerò” sia stata presa dal doppiaggio del secondo capitolo della saga, altro film citato in Genisys, e quindi che omaggi T2 più che Terminator nello specifico.

Anche non ricordando precisamente i dialoghi italiani del 1984, potrete facilmente identificare le battute “storiche” della Ciotti-Miller perché sono le uniche frasi che stonano leggermente con il resto dell’adattamento moderno; del resto in 31 anni lo stile e i metodi di lavoro nel mondo del doppiaggio sono cambiati in maniera totale e in questo film si scontrano verbalmente, se avete le orecchie per farci caso.

GenisysDialoghi1984

Fate click sull’immagine per vedere la scena

Un’altra occasione unica per gli appassionati del doppiaggio è stata quella di ritrovare Alessandro Rossi che va a ridoppiare Schwarzenegger anche nelle sequenze del 1984, regalandoci un grandissimo “ma se…?”: ma se Rossi avesse doppiato Schwarzenegger anche nel primo Terminator al posto di Glauco Onorato? Queste sono occasioni rare per i fanatici del doppiaggio.
Sapete già dal mio articolo sull’adattamento di Terminator che la voce di Onorato su Schwarzenegger in quel film non mi è mai andata a genio, per le ragioni che ho già spiegato nell’articolo stesso, quindi ritrovare Rossi nelle sequenze del 1984 è stato certamente… interessante.

Purtroppo i miei complimenti a Genisys terminano qui.

MONNEZZARO 1984 Vs. MONNEZZARO 2015

monnezzaro

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versione 2015 in inglese : What the hell?
versione 1984 in italiano: Ehi, ma che diavolo gli prende a questo maledettissimo figlio di puttana? Ehi, ma che cazzo è? (voce di Carlo Marini IDENTICA a quella originale)
versione 2015 in italiano: Ma che cazzo è (con tono molto rabbioso, assente in inglese, e voce impostatissima)

Tale scena viene riproposta in Genisys leggermente abbreviata, così non mi sorprende scoprire che, sia in inglese che in italiano, abbiano mantenuto unicamente il secondo “what the hell?” (quello che in italiano era “ehi, ma che cazzo è?“). La lieve differenza è che quel “ma che cazzo è” era riferito ai lampi e non al camion che smette di funzionare. Ad ogni modo, quella che è a tutti gli effetti una frase insignificante del film originale, per me rimane immortale sia in inglese sia per come fu resa identicamente in italiano da Carlo Marini e il sentirla banalmente riproposta con la tipica voce rabbiosa e molto impostata che oggi giorno mettono su CHIUNQUE, si tramuta nell’ennesimo promemoria su come il nuovo modo di recitare sia spesso tremendamente standardizzato, stereotipato, piatto e neanche necessariamente fedele all’originale come si potrebbe credere.

Se al lettore occasionale questa sull’esclamazione del monnezzaro può sembrare una critica puntigliosamente inutile, sicuramente non mi conosce ma forse non si rende neanche conto che tale minuscola espressione presente in Genisys è tremendamente rappresentativa di come si doppia oggi; che se mettiamo un doppiatore della “vecchia scuola” accanto ad un doppiatore “odierno”, questi due strideranno da morire. Non è solo la mia opinione ma lo era anche del fu-Glauco Onorato in questa intervista del 2011 (dal minuto 10:02) e di Michele Kalamera in questa lunghissima intervista (da 3:52:40 a 3:56:38).

IL MESSAGGIO DI JOHN ALLA MADRE

versione 1984

Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che presto dovrai affrontare se non dicendoti che il futuro non è deciso. Tu devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti non potrò esistere.

versione 2015

Grazie Sarah per il tuo coraggio negli anni oscuri. Io non posso aiutarti in quello che dovrai affrontare ma il futuro non è deciso. Non c’è alcun fato se non quello che creiamo noi stessi. Devi essere più forte di quanto immagini tu possa essere. Tu devi sopravvivere, altrimenti io non potrò esistere.

La vera differenza sta nella frase sul fato, aggiunta nei dialoghi originali (in inglese) per far riferimento, a posteriori, anche a Terminator 2.Altre alterazioni sembrano più dovute a questione di “tempi” che a scelte stilistiche.

genesys_salutami

I DIALOGHI DEL TERMINATOR

Non l’ho ucciso. Fra poco il T-1000 scopre la nostra posizione.

Dopo oltre 30 anni il Terminator non ha ancora imparato la lingua sufficientemente bene da poter dire “fra poco scoprirà la nostra posizione”? Sempre questione di tempi? Chi sa. Non è propriamente un errore, ma neanche ciò che direbbe naturalmente una persona in… “italiano”. La scusa che si tratti di un robot non regge come giustificazione. Anzi sembra che nonostante la trentina d’anni passati a contatto con gli umani, il terminator si sia rincoglionito ancora di più, specialmente quando poco dopo esclama cose tipo…

recuperati

Fate click sull’immagine per vedere la scena

we’ve been reacquired

che in italiano diventa incomprensibilmente…

siamo stati recuperati

…quando il T-1000 li raggiunge con l’automobile.
Sebbene comprendo che si volesse rendere in qualche modo il dialogo simil-militare del terminator che parla di essere stati “riacquisiti”, trovo che l’uso della parola “recuperati” sia una scelta piuttosto ambigua e confusionaria. Il termine “re-acquired” difatti deriva dal termine militare del “target acquisition” che in italiano si traduce con “localizzazione dei bersagli”; con una traduzione meno bella questo potrebbe diventare “acquisizione dei bersagli” (termine che comunque è stato anche usato in passato), ma certamente è difficile da ricondurre ad un “recupero dei bersagli”, che indicherebbe piuttosto la cattura dei bersagli e non la loro individuazione.

Una battuta che trovo più divertente in italiano è la seguente:

Kyle: Sei già stato qui?
T-800: Mi sono infiltrato tra gli operai che ci hanno lavorato.
Sarah: Hai un lavoro nell’edilizia?
T-800: Sono un esubero.

In inglese alla richiesta “hai lavorato nell’edilizia?”, Schwarzenegger rispondeva semplicemente “until I was laid off”, ovvero “finché non mi hanno licenziato”. La scelta della parola “esubero” è particolarmente azzeccata perché negli Stati Uniti, patria del licenziamento senza giusta causa, c’è differenza tra “laid off” e “fired”.
Mentre “fired” si usa quando una persona viene licenziata per ragioni personali (non lavora bene, ha offeso il capo, ruba o simili)…

(Ritorno al Futuro 2)

(Ritorno al Futuro 2)

…”laid off” viene usato invece quando si perde il lavoro per via della situazione economica dell’azienda (recessione, tagli al personale)…

(Chi ha incastrato Roger Rabbit?)

(Chi ha incastrato Roger Rabbit?)

…ovvero in tutti in quei casi in cui si viene licenziati per un eccedenza di personale rispetto alle necessità/disponibilità economiche dell’azienda (e di solito si finisce in cassa integrazione).
Quindi “laid off” vuol dire letteralmente “licenziato per eccedenza di personale”, che poi è l’esatta definizione di esubero. Chapeau!

I DIALOGHI DI KYLE REESE

GenisysKyle

Reese: Chi è il lavoro in pelle?

Questa battuta era identica in inglese purtroppo (“skin job”) quindi non possiamo dare la colpa all’adattamento italiano in questo caso. Con questo termine non viene fatto riferimento ad un precedente capitolo della saga di Terminator ma ad un altro film di culto degli anni ’80, Blade Runner. Starete pensando “cavolo, Genisys si appiglia così tanto alla nostalgia anni ’80 che comincia a citare anche altri film di quel periodo!”. A me invece piace pensare che sia un intenzionale indizio per farci presagire l’orrore che si presenterà a noi tra un paio di anni… ebbene sì, l’ennesimo seguito non richiesto dell’ennesimo film di culto anni ’80: Il Secondo Tragico Blade Runner. Abbiate paura, abbiate molta paura.
Ad ogni modo, i fan accaniti di Blade Runner non hanno apprezzato la strizzatina d’occhio fuori luogo.

Continuiamo con le frasi di Kyle Reese:

Skynet è soltanto un programma. Finché è in sviluppo, è bloccato. Ma appena viene caricato sul server… non può più essere fermato.

Dato che non sono proprio ignorante del mondo del computer e conoscendo la trama del film, quel “appena viene caricato sul server” mi puzzava un po’ quando lo sentii al cinema. Skynet caricato SUL server? Quale server? Su un solo server? Quindi sono andato a verificare e in originale diceva:

Skynet is a computer program. As long as it’s still being coded, it’s contained. Once is uploaded from the servers… it can’t be stopped.

Come volevasi dimostrare, la situazione è la seguente:

  1. ci si dovrebbe riferire ai server al plurale;
  2. Skynet (sotto forma di sistema operativo “Genisys”) si trova nei server della Cyberdyne in attesa di essere rilasciato, quindi l’upload dovrebbe avvenire “DAI server” e non “SUL server”.

Un “ma una volta messo in rete” sarebbe stata una soluzione di gran lunga più elegante ma avrebbe voluto dire omettere la parola “server”, allontanandosi TROPPO dalla frase originale secondo gli standard odierni… e tale pratica sappiamo che è diventata tabù nel mondo del doppiaggio moderno dove la creatività viene disincentivata (solitamente dai supervisori americani) in cambio di frasi-fotocopia.

frasifotocopia

ERRORI DEL 1984 INCONTRANO QUELLI DEL 2015 E SI RICONOSCONO

Abbiamo un poliziotto anziano che cerca di convincere un giovane agente del 2017 che l’apparizione di Kyle e Sarah in una sfera di luce sia la prova di ciò che sostiene da oltre trent’anni, ovvero che esistono dei viaggiatori del tempo. Questo a riprova di quanto vide nel 1984 da giovane poliziotto di pattuglia che era.
Per questo la battuta…

è la prova di quello che ti dico da ormai… da 30 anni

…puzza pure questa di errore. Che TI dico? Come fa ad averglielo detto per 30 anni se collega a cui si rivolge ne dimostra appena 35 e non è suo parente?
Difatti in inglese diceva:

this is proof of what I’ve been talking about for 30… whatever years.

cioè è la prova di quello che l’anziano poliziotto cerca di dire da 30 anni e passa… ma non è indirizzato a nessuno in particolare. Curioso che siamo nel 2015 e vengono commessi errori PRATICAMENTE IDENTICI a quelli che si commettevano nel 1984 (quando Kyle Reese diceva “tu ancora non mi credi” invece di “voi ancora non mi credete”); solo che nel 2015 si hanno molte meno scuse di 30 anni fa.

GenisysPoliziotto

IL FINALONE

– Papà! Credevo che fossi morto!
– No, solo app-gradato!

Ed Evit in lacrime dalle risate, tanto ormai…

In un film dove sono stati sempre attenti a non cadere nella trappola dei termini informatici (“caricato” al posto di “uploaded” ve ne da un’idea), un trattamento di cui non tutti i film moderni possono vantarsi (pensate all’osceno “posso uploadarmi nel mainframe della nave” di L’Uomo d’acciaio), ecco che si presenta sul finale una battuta dove hanno optato di far dire ad Alessandro Rossi quel termine italianizzato: upgradato (che tra l’altro suona proprio come “app gradato” a me che non ho l’abitudine di pensare “giovane”).

Ad ogni modo, visto che la frase era comunque una battuta, direi che sono riusciti nello scopo di farmi ridere (sebbene non per lo stesso motivo per cui si ride in lingua originale). Quasi comprendo la necessità di optare per “upgradato” ma non la giustifico, né la approvo, né la apprezzo. Peccato sciupare un record invidiabile per un film di fantascienza altrimenti scevro da inglesismi e neologismi. Proprio sul finale… ce l’aveva quasi fatta.

Genisys_prematura

In conclusione, un film adattato discretamente bene rispetto alle mie iniziali aspettative (insomma non è Captain America 2) con la curiosa “intromissione” di frasi adattate invece 30 anni fa e che stanno lì a sottolineare (per i più attenti e sensibili all’argomento) come siano cambiati i tempi anche per il doppiaggio italiano. In ogni caso si tratta di una invidiabile prova di fedeltà verso le fonti che probabilmente riflette proprio una volontà dei produttori americani, visto che l’intero film altro non è che una massiccia “operazione nostalgia”.
Resta la presenza di alcuni errori nell’adattamento di Genisys i quali, seppur numericamente inferiori agli errori dell’adattamento del primo film del 1984, sono ancor meno giustificabili di quelli di trent’anni fa.

Però ce l’aveva quasi fatta.

genisys_somiglia

Videocommento a “Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate”

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copertinaBlog

Fare click sulla copertina per vederlo

Enrico, autore del blog Doppiaggi Italioti, propone al compagno di visioni, Petar, “Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate”, terzo capitolo della saga che nessuno aveva richiesto.

Ormai siamo al diciottesimo episodio della serie “i videocommentatori” che viene pubblicata saltuariamente su YouTube, rubrica nella quale guardiamo un film e lo commentiamo in diretta, tenendo poi le parti migliori o più interessanti. In questa puntata sono riuscito a limitarmi a 16 minuti! Un vero record.

“AMMIRATELO!” – Una conversazione col dialoghista Valerio Piccolo

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AMMIRATELO!!!

Il grande Piccolo

Evit: Piacere di conoscerti Valerio e benvenuto. Come forse avrai avuto modo di notare, il blog Doppiaggi Italioti è un blog di critica al doppiaggio italiano condito da una vena comica e con la parola “critica” intesa nel senso più neutrale possibile, difatti elogiamo sempre i doppiaggi ben fatti con la stessa energia con cui critichiamo quelli meno riusciti.
Nel mio blog (e qui parlo al plurale estendendolo anche ai miei lettori e pochi collaboratori) siamo i cultori dei dialoghi tradotti che sembrano nati in lingua italiana e non di quelli pedissequamente tradotti dall’inglese, a volte direttamente con costrutti anglosassoni, conditi da parole non tradotte e altamente estranianti. Questa mia fissazione per i doppiaggi ben fatti mi ha portato a trovare te, Valerio, dato che sono molti anni che ritrovo il tuo nome nei titoli di coda di film di cui ho apprezzato molto i dialoghi italiani (lista dei suoi lavori –> qui).

Ci racconti le tue origini professionali e come sei entrato nel mondo dell’adattamento dei dialoghi per film doppiati? Perché mi pare di capire dal tuo sito web che questa attività di dialoghista sia secondaria rispetto alla tua vera professione.

ValerioDiciamo che la mia vita si divide a metà, tra musica e doppiaggio. Sono infatti anche un cantautore e chitarrista con 3 dischi alle spalle e vari progetti musical-teatrali in piedi tra Italia e Stati Uniti. Professionalmente però “nasco” traduttore, e dopo anni di lavori in campo letterario, nel 2000 ho avuto un’occasione per cimentarmi nel mondo del doppiaggio. Casualmente, quasi. Un amico, che all’epoca lavorava da fonico di doppiaggio e che sapeva del mio lavoro di traduttore, mi disse che una società cercava traduttori/adattatori “giovani”, e allora pensai: “Perché no?”. Era un società coraggiosa, che evidentemente credeva in me e non ebbe paura di lanciarmi sul mercato: contrariamente alla gavetta classica di un dialoghista, il mio sesto adattamento in assoluto fu già un film di circuito!

Valerio Piccolo con Suzanne Vega

Valerio Piccolo con Suzanne Vega

E: come si diventa dialoghista di professione e a quali regole non scritte ti attieni per produrre ciò che ritieni un buon dialogo adattato?

V: Come forse saprai, a tutt’oggi non esiste un vero e proprio iter “ufficiale” per diventare dialoghisti. Non esistono diplomi o lauree “ufficiali” e i vari master e corsi di cui sento parlare lasciano (almeno per la mia piccola esperienza) il tempo che trovano. Nel mio caso si è trattato praticamente di un percorso da autodidatta, e ho imparato quasi tutto sul campo. Dopo quella “chiamata” da parte della società di doppiaggio di cui parlavo prima, ho avuto un paio di “lezioni” da una dialoghista, e poi ho dovuto fare da solo. Secondo me, resta un lavoro in cui le regole non scritte sono maggiori di quelle scritte. E non è per forza un male, se lascia spazio alla creatività individuale. Certo è che ci vogliono alcuni requisiti di base che, a mio parere, sono indispensabili: la conoscenza dell’inglese, almeno, e un’ottima proprietà dell’italiano. Ma anche ritmo, musicalità e cultura cinematografica, indubbiamente.

E: Spesso che chi dirige i doppiaggi è anche responsabile dell’adattamento, nel tuo caso invece possiamo dire che tu sia uno specialista di soli dialoghi e adattamento. Quanto fedelmente viene rispettato il lavoro di traduzione e adattamento dal direttore del doppiaggio?

V: Io mi aspetto che un direttore di doppiaggio rispetti il lavoro di un dialoghista, soprattutto per quanto riguarda la fedeltà all’originale e il registro stilistico. Per il resto, però, penso che il doppiaggio sia un vero e proprio lavoro d’equipe, per cui ben vengano i cambiamenti in sala, se in quel momento si trovano soluzioni più felici. Il copione che io adatto poi passa l’esame di tanti altri occhi: i cambiamenti sono inevitabili e, nella maggior parte dei casi, scelte che migliorano il prodotto finale.

E: La casa di distribuzione (e per estensione la celeberrima figura del supervisor americano) ha una qualche influenza su colui o colei che adatta il copione in italiano oppure questa interagisce soltanto con i direttori di doppiaggio in sala?

V: Da una seria società di distribuzione mi aspetto sempre un confronto sui dialoghi, ancor prima che il copione da me adattato entri in sala di doppiaggio. Per fortuna, ho a che fare con responsabili delle edizioni italiane molto professionali, e quindi questo succede quasi sempre. Più un copione arriva in sala “perfetto”, più il lavoro del direttore di doppiaggio sarà facilitato. Poi, certo, supervisor e responsabili hanno il compito (il dovere?) di relazionarsi con il direttore, e ovviamente assistere in sala ai turni di doppiaggio, per intervenire dove sia necessario.

E: hai mai avuto conflitti creativi in merito ad un tuo lavoro? E come si sono risolti, se si sono risolti?

V: È successo, può succedere, e probabilmente succederà ancora. A volte i conflitti si risolvono costruttivamente e, come ho detto prima, possono anche portare ad un migliore prodotto finale. A volte, invece, una delle due parti deve abbozzare, magari. Ma questo vale per tutti i lavori, no?

E: Molti italiani si lamentano, spesso motivatamente (ma non sempre), dell’alterazione dei titoli e sappiamo che l’ultima parola ce l’hanno i pubblicitari dell’ufficio marketing della distribuzione italiana il cui lavoro è attirare al cinema il maggior numero di persone. Tu, come dialoghista e adattatore, proponi titoli tuoi?

V: No, mi sarà successo al massimo un paio di volte di essere interpellato al riguardo. I titoli restano una prerogativa del marketing. E a volte – in questo do ragione ai “molti italiani” – non è una buona notizia.

Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

Valerio Piccolo quando non è impegnato a creare dialoghi per il cinema

E: Cosa ne pensi in generale di chi si pone a favore di una distribuzione cinematografica straniera esclusivamente sottotitolata, volendo abolire il doppiaggio completamente?

V: In linea di principio sono favorevole. Personalmente mi piace vedere i film in lingua originale, e penso che una distribuzione in tal senso sottolineerebbe tra l’altro un miglioramento linguistico degli italiani. Chi però è favorevole a questo “estremo” troppo spesso dimentica che per una “rivoluzione” del genere non basta portare al cinema i film in lingua originale. Il primo passo va fatto in televisione, a mio parere. Se non abitui un popolo QUOTIDIANAMENTE a vedere le cose in lingua originale, non puoi aspettarti poi che sia favorevole ad andare al cinema e trovarsi improvvisamente a dover leggere i sottotitoli. Chi fa questo pur giusto discorso spesso dimentica che il doppiaggio dei film di circuito rappresenta solo una piccola percentuale di tutto il settore. Cambiamo pure, sono assolutamente d’accordo. Ma partiamo dalla base, non dalla punta dell’iceberg.

E: mi sorprende che questa presa di posizione venga da un dialoghista così bravo come te. In un epoca in cui i film in TV vengono trasmessi con l’opzione della lingua originale e in cui nei multisala delle grandi città trovi sempre qualche proiezione in lingua originale (solo a Firenze abbiamo almeno 4 cinema che lo fanno regolarmente), non pensi che ipotizzare una “rivoluzione” che inizi dai salotti di casa sia non solo controproducente (dato che i sottotitoli stessi sono adattati, talvolta difficili da seguire e comunque sempre molto riduttivi, tanto per dirne alcune) ma ormai fuori tempo massimo?

V: Forse non mi sono espresso bene. La mia non è una presa di posizione. E il discorso è molto, molto complesso. Perché va a toccare internet, lo streaming, la fruizione ormai facilitata di opere in lingua originale, e tanti altri piccoli aspetti. Poi andrebbero fatti anche degli altri distinguo, perché una cosa è parlare dell’inglese, un’altra è pensare a prodotti cinesi, coreani, ecc. Insomma, ci vorrebbero pagine e pagine per analizzare la questione. Io dico soltanto che la mia preoccupazione principale è che non vengano fatte delle rivoluzioni “cialtrone”. Vogliamo abolire il doppiaggio? Per me può andare bene, a patto che si faccia una riforma strutturale, che tocchi tutti i settori, per una transizione concreta e corretta. È vero che, come dici tu, a Firenze ci sono cinema che programmano regolarmente film in lingua originale. Ma per una rivoluzione del genere non si può fare l’esempio di Firenze, e neanche di Roma (dove comunque non abbondano i film in lingua originale). Io ad esempio so che già a Milano non è facile trovare proiezioni in lingua originale. Ma, a prescindere da questo, non è a Firenze e a Roma che bisogna pensare quando si fa un discorso del genere. Penso a Caserta (dove sono nato), a Catania, a Forlì. Quanta gente – soprattutto quella di una certa età – in queste città è davvero disposta a pagare euro per vedere una proiezione in lingua originale, se non viene prima “abituata” quotidianamente dalla tv? E siamo sicuri che in queste città tutti vedano film trasmessi dalle pay-tv e usino l’opzione doppio audio? Ti faccio un esempio: le amiche di mia madre, che ovviamente hanno una certa età ma amano cinema e teatro, andrebbero a vedere “Youth” di Sorrentino in lingua originale? Io ho dei dubbi. E allora chi glielo spiega al gestore del cinema, con tutti i soldi che è costretto a pagare per avere una prima visione, che perde il gruppo delle amiche di mia madre? Ecco, lo dico solo per considerare tutti gli aspetti di una vicenda molto, molto complessa. In cui a volte si perde il senso di quello che succede davvero nelle piccole città con, ad esempio, UN SOLO cinema per tutti. 

C'è solo un piccolo particolare...

C’è solo un piccolo particolare…

E: Qui però tocchi uno degli argomenti che mi stanno più a cuore, ed apriti cielo [i lettori che mi conoscono staranno già facendo roteare gli occhi]. Dici che saresti favorevole ad una abolizione del doppiaggio, se questo fosse unito ad una rivoluzione culturale “non cialtrona”. Il problema è che tale rivoluzione, da alcuni anelata (specialmente membri di certi gruppi Facebook), non potrà che essere (in mancanza di miglior temine) cialtrona, anche per i motivi che hai correttamente elencato tu stesso.

Ribadisco che oggi giorno tra DVD/Bluray e canali free-view (in qualsiasi parte d’Italia) non è che manchi la scelta di potersi vedere film in lingua originale, se si desidera farlo. Ovvio che le sale cinematografiche con proiezioni in lingua originale siano limitate alle grandi città, perché comunque interessano una ristretta percentuale della popolazione, che in un centro urbano minore sarebbe sovra-rappresentata anche con un solo cinema dedicato (il caso di Firenze è particolare perché abbiamo molti istituti di lingua inglese e turisti americani).

_______APERTE PARENTESI_______

(i non interessati all’argomento “doppiaggio in Italia” possono scorrere fino al segnale di chiusura parentesi)

E: Ti spiego il motivo principale perché una rivoluzione in tal senso non la trovo auspicabile: semplicemente trovo che il prodotto “originale”, nelle sue intenzioni, arriverebbe allo spettatore anche più difficilmente, e sarebbe ancora più snaturato che in qualsiasi doppiaggio italiano.
Prendo l’esempio dei film giapponesi: potrei anche pensare “che bello sentirli in lingua originale” (sottotitolati); potrei supporre che vedendomeli in originale possa “arrivarmi” di più rispetto ad una versione doppiata ma, non conoscendo né la lingua né la cultura giapponese, per me e per le mie orecchie ignoranti di giapponese, qualsiasi emozione esprimano gli attori nipponici verrà percepita solo come frasi di rabbia più o meno contenuta. La prosodia di quella lingua, come di qualunque altra, non corrisponde alla mia e vice versa, e questo è un altro fattore da non trascurare dello straniamento dell’ascoltare una lingua diversa dalla propria.
Quindi mi sto vedendo un prodotto sì in lingua originale ma delle cui intenzioni originali non mi arriva assolutamente niente dato che l’espressività degli interpreti è per me incomprensibile; a questo aggiungici pure che i sottotitoli che leggo (e che ci auguriamo siano tradotti e adattati sempre alla perfezione) sono immancabilmente e necessariamente riduttivi…

Insomma, già da questo semplice esempio puoi capire perché trovo incredibilmente improbabile che avvenga alcuna rivoluzione che porti la lingua originale nelle case di tutti gli italiani a scapito delle versioni doppiate, ora, nel 2015.
Chi non è già a suo agio con la cultura del paese di origine del film (o programma TV che sia), potrà solo guardarsi un prodotto le cui intenzioni originali arrivano ancora più difficilmente, se arrivano. Quantomeno con il doppiaggio hai la comodità di un prodotto culturale adattato (ci si augura) in maniera adeguata, mutatis mutandis, per la cultura di destinazione, recitato da attori che forniscano interpretazioni vocali equivalenti.

E ti parlo da bilingue quindi, vista la predominanza americana nella distribuzione cinematografica, io personalmente sarei proprio l’ultimo a soffrire per un simile cambiamento. Ma solo perché io personalmente mi trovo a mio agio con la lingua del 90% dei film importati in Italia, non mi sentirei di augurarlo ad altri. Il mio pensiero va a mio padre, ad esempio, il quale adesso non ci vede più molto bene e i sottotitoli non li riesce a leggere in tempo; per il “Trono di Spade”, di cui è un grande appassionato, deve necessariamente attendere che venga trasmesso doppiato perché, semplicemente, non riesce a seguirlo con i sottotitoli.
Non si può augurare un cambiamento totale, a scapito di coloro che non sono interessati ma soprattutto che non possono leggere i sottotitoli (un numero non indifferente, tra difficoltà visive e dislessici), specialmente perché non c’è modo di fare una simile rivoluzione in un modo che non sia cialtrona.
Difatti, l’unica alternativa “non cialtrona” a questa rivoluzione sperata da alcuni sarebbe che tutti gli italiani imparassero prima tutte le lingue presenti sul mercato cinematografico, lo stesso discorso che poi vale anche per la letteratura: per leggere I fratelli Karamazov dovremmo imparare prima il russo ed apprezzarne le scelte lessicali e le intenzioni originali dell’autore.
In un paese dove la lingua ufficiale è l’italiano… scritto.

_______CHIUSE PARENTESI_______

Comunque, tornando a noi [sospiro di sollievo dei miei lettori], il tuo primo grosso film mi risulta che sia stato Mulholland Drive di Lynch (2001) e da lì in poi è stato un alternarsi di titoli più o meno noti: Il mistero dei templariA Scanner DarklyTerminator SalvationGrindhouse di Tarantino e tanti, tanti altri! Ce n’è qualcuno di cui sei più orgoglioso e altri di cui lo sei meno?

V: Sì, mi ritengo molto fortunato a poter mettere mano ogni anno a tanti film importanti di registi che amo. Ci sono sicuramente tanti film che ho amato, tra quelli che ho adattato, e anche tanti in cui penso – senza falsa modestia – di aver fatto un buon lavoro. Un film che ancora mi piace guardare oggi è il mio primo lavoro su film di circuito, “Y tu mamà tambien” di Alfonso Cuaron, con un giovanissimo Gael Garcia Bernal (con il quale, tra l’altro, mi ubriacai clamorosamente di tequila alla festa della produzione del film dopo la proiezione al Festival di Venezia). È un film che mi resta nel cuore e che, quando lo rivedo, mi sorprende per il “realismo” e la veridicità dei dialoghi, nonostante fossi chiaramente alle prime armi.

E: Quando ti trovi davanti a film con origini letterarie come, ne prendo uno a caso, A Scanner Darkly, o comunque film che derivano da famosi precedenti (Terminator SalvationIl Grande e potente OzA-Team etc…) vai a ricercarne la versione italiana del libro, o film originario che sia, per assicurarti di mantenere una certa continuità nell’adattamento? Ne hai il tempo e soprattutto ne senti la necessità?

V: Cerco sempre di risalire alle origini, certo. Ma queste cose – fare ricerche, documentarsi, spulciare la rete in cerca di curiosità e riferimenti – fa parte di una predisposizione che tutti noi traduttori coscienziosi abbiamo. In questo, credo, il mio passato di traduttore letterario mi aiuta. Mi aiuta nell’inseguire una ricerca a tutto tondo e una profondità che, con i tempi stretti del doppiaggio, non sempre sono facili da ottenere.

E: Quanto tempo richiede un buon adattamento dei dialoghi e quanto tempo effettivamente ti danno?

V: Partiamo da quanto effettivamente ci danno: 15 giorni per un film. Che purtroppo a volte – e sempre più di frequente – diventano anche meno. 15 giorni a buoni ritmi quotidiani possono forse essere anche sufficienti, se sei sufficientemente veloce. Ma è vero che ci sono film più complicati che hanno sicuramente bisogno di un tempo che si avvicina ai 20 giorni.

E: La tua esperienza nel campo della musica ti avrà aiutato in titoli come Sweeney Todd di Tim Burton, ma anche film più inaspettati come Una Notte Da Leoni in cui uno dei protagonisti improvvisava un pezzo al pianoforte che descriveva le loro disavventure. Quanto è importante e quanto è utile, nel campo dell’adattamento dei dialoghi, una preparazione a tutto campo, musicale, teatrale… etc?

V: Sicuramente la musica e la musicalità sono importantissime per il mio lavoro. Questo perché il ritmo è uno degli aspetti tecnici FONDAMENTALI del lavoro di dialoghista. Per essere efficace in quella che io chiamo “mostruosità innaturale” (far parlare in italiano un uomo che, di fatto, sta parlando UN’ALTRA LINGUA!!!), devi entrare nel ritmo dell’attore e incollarci un ritmo identico fatto di parole italiane. Un’impresa non sempre facile. Più ti incolli all’attore, meno lo spettatore farà caso alla manipolazione. E per fare questo, la musica aiuta eccome.

E: ma ti permettono di vedere il film in anticipo? Prima di iniziare l’adattamento intendo.

V: Spesso, ma non sempre, si organizza una proiezione con i responsabili della distribuzione, il direttore del doppiaggio e il dialoghista, di modo che si possa subito fare una riunione per decidere gli aspetti generali del film in questione. 

Rolemodels

Role Models (2008) – Fate click per vedere la sequenza

E: Dal 2009 ti vengono assegnati anche alcuni titoli di quel genere che io personalmente definisco la nuova commedia americana, sto parlando della sopracitata serie di Una Notte Da Leoni (Hungover) e, ad esempio, Role Models di cui sei sempre l’autore dei dialoghi.
A mio parere questi film sono particolari per la resa comica dei dialoghi in italiano, non è solo mio parere ma anche della mia partner britannica che ha scoperto tali film proprio in lingua italiana trovandoli “brillanti” e sottolineando come non sempre siano altrettanto divertenti nella versione originale.
Vuoi dire qualcosa in merito al genere commedia/comico da te adattato? Quanta libertà di manovra hai nell’inventarti battute? Ti diverti con questi lavori? Il nome “Artonio” ti dice niente?

V: La commedia di regola lascia a noi dialoghisti un margine maggiore di “creatività”. Bisogna stare attenti, però, perché se ti fai prendere la mano poi tendi a snaturare l’idea originale del film. E invece – non mi stancherò mai di dirlo – la fedeltà al testo e al registro originali sono sempre da rispettare. Mi spiego: se un film, in originale, pur essendo etichettato come “commedia”, fa sorridere MA NON ridere, dev’essere così anche nella versione italiana, e non bisogna snaturare il prodotto originale cercando di far sganasciare di risate lo spettatore laddove il regista magari cercava un più elegante sorrisetto. In effetti, però, come dici tu, mi è capitato di vedere film da me adattati e accorgermi che facevano ridere di più nella versione italiana che in quella originale. Ma se questo succede, non è detto che sia per forza un bene. Almeno nel senso del rispetto dell’idea originale del film.

E: Non dico che si debba cambiare registro comico, ma se è possibile migliorare un prodotto trovando una soluzione lessicale che sia più memorabile in italiano (pur rispettandone le intenzioni originali), non credi che sia lecito farlo?

V: Come in tutte le cose della vita, è una questione di buon senso, di misura. Se non si esagera, tutto è lecito. Senza mai dimenticare che la nostra è una “forzatura”, un procedimento innaturale che già di per sé, inevitabilmente, stravolge l’opera originale.

E: Più che “stravolgere”, a me piace dire semplicemente che si “adatta” l’opera originale, credo che in questa parola sia racchiuso il vero significato, scevro da connotati elogiativi o negativi. Del resto lo si fa anche nella traduzione letteraria.
Questo mi porta anche al recente Mad Max: Fury Road di cui hai creato i dialoghi italiani e che mi ha spinto originariamente a contattarti. Devo ammettere che ero molto in apprensione prima di andarlo a vedere in italiano, visto l’andazzo sul doppiaggio di grossi film come ad esempio quelli della Marvel, ed ero pronto al peggio. Sorprendentemente ho trovato un adattamento veramente ben fatto, dove praticamente tutto è stato adattato e non solo “tradotto” (scavengers -> saprofagi; war rig -> blindocisterna; “witness me!” -> “ammiratelo!” etc…) e dove solo il minimo indispensabile è rimasto in lingua originale: i luoghi (come “Bullet Farm” e “Gas Town”), alcuni nomi (es. “Immortan Joe”), un paio di parole di slang australiano. Del resto l’ambientazione non è fantasy ma si tratta di un’Australia post-apocalittica dove ha senso che persone e luoghi abbiano nomi propri in lingua inglese.
Scelte di adattamento, tra l’altro, in linea con il precedente film dove avevamo Bartertown, Master-Blaster, eccetera. Che goduria nel sentire tutto il resto ADATTATO! Perché nel doppiaggio moderno si sta quasi perdendo il senso di questa parola, adattamento. Vuoi parlarci di come hai affrontato questo film, dal punto di vista dei dialoghi e dell’adattamento?

V: Su questo film è stato fatto un lavoro splendido da tutti (primo fra tutti Massimiliano Alto, che ha sfoderato come sempre una grande direzione), ed è stato un film che, per una volta, ha avuto giusti tempi di lavorazione (più dei famosi 15 giorni, per intenderci) e anche tanti confronti con la distribuzione sui termini da utilizzare. In più, caso davvero unico, George Miller ha mandato a noi adattatori di tutto il mondo un suo “commentary” di tutto il film, pezzo per pezzo, con le spiegazioni delle origini di ogni termine che era stato inventato per il film. Un’esperienza stupenda che – almeno credo – ha dato un notevole valore aggiunto alla versione italiana del film.

whataday

E: Un valore che si percepisce e ci possiamo considerare veramente fortunati (noi, pubblico italiano) se la tua presenza e una simile (ed inaudita) attenzione da parte della distribuzione e del regista hanno portato al prodotto che poi abbiamo visto al cinema! Di questi tempi è cosa rara per film simili.
Voglio concludere ribadendo quanto apprezzi il tuo lavoro, nei film visti fino ad ora in cui tu hai lavorato mai mi è capitato di storcere il naso, mai! Ed è un peccato che in siti come Antonio Genna tu (così come molti altri dialoghisti) non abbia una scheda personale perché, ancor prima dei doppiatori, ciò che rende un film ben realizzato nella sua versione italiana sono proprio l’adattamento e i dialoghi.

V: Grazie davvero di questi complimenti. Faccio questo lavoro da 15 anni, e lo faccio ancora con l’entusiasmo del primo giorno. La traduzione, la manipolazione della parola, sono il mio pane quotidiano. Posso quasi dire che, dopo 15 anni, pur lavorando mediamente 10 ore al giorno, ancora non mi sembra un “vero” lavoro, non so se mi spiego.

E: Chiarissimo! Hai consigli da dare per chi volesse diventare dialoghista di audiovisivi?

V: Consigli per chi vuole fare questo mestiere? Trovare un dialoghista che sia molto bravo, e che sia anche molto disposto a insegnarvelo. O almeno a spiegarvi le basi, per poi farvi trovare un metodo che per voi funzioni.

E: Hai avuto modo di dare un’occhiata al blog, cosa ne pensi?

V: Penso che sei pazzo! [ride] E che le cose fatte con passione sono quanto di meglio si possa trovare in questo mondo così difficile. Per cui ben venga un posto come questo dove interagire con gli appassionati innanzitutto di cinema.

Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti ti attendono già.

Continua così Piccolo, nel Valhalla dei dialoghisti già ti attendono.

Non comprate quel biglietto #6: Terminator Genisys

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Con mezzi di fortuna e in una posizione inedita (e molto gaia), Petar e Enrico discutono, a loro solito modo, del nuovo capitolo della serie Terminator, senza tuttavia addentrarsi nella trama.

Non sveliamo niente che non si fosse già capito dal trailer. Come da tradizione, non perdetevi la sequenza dopo i titoli di coda che potrete trovare separatamente anche facendo click sulla seguente immagine…

Fate click per vedere la canzone di Kyle Reese

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Videocommento a “I Dominatori dell’Universo”

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Enrico e Petar guardano “I Dominatori dell’Universo“, film del 1987 prodotto dalla Cannon Group. Noto disastro su pellicola che a Petar piace da morire.

Diciassettesimo episodio della serie “i videocommentatori” che pubblichiamo saltuariamente su YouTube, rubrica nella quale guardiamo un film e lo commentiamo in diretta, tenendo poi le parti migliori o più interessanti.

Gli Italiani lo fanno meglio… un documentario americano sul doppiaggio italiano!

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Vi siete mai chiesti cosa ne pensano gli americani dei nostri doppiaggi? Quella che per noi è tradizione, e ultimamente bersaglio di critiche, sarà vista come stravaganza, ammirazione o magari non gliene importa niente? A rispondere al quesito ci ha pensato Jordan Ledy, giovane regista americano, il quale ha realizzato un documentario bellissimo sul nostro doppiaggio dal titolo It’s Better in Italian, che al momento sta facendo il giro dei festival americani.

Il regista, Jurdan Ledy

Il regista, Jordan Ledy

Con il continuo accanimento di fazioni pro e contro, lo sguardo esterno e super partes di un americano è forse proprio quello che ci vuole. Ledy era studente della Columbia University quando si iscrisse ad un programma di studi all’estero e passò sette mesi in Italia, a Firenze, ospite di una famiglia italiana. Loro non sapevano l’inglese, lui solo qualcosa di italiano, ma trovarono modo di comunicare. Con l’aiuto di uno dei figli della famiglia ospitante, suo coetaneo, Jordan diventò presto pratico della lingua. Ogni sera a cena c’era la tv accesa, e quando apparve Hugh Laurie che parlava in italiano (e molto più velocemente di quanto Ledy potesse comprendere) fu un’illuminazione. Da buon americano aveva sempre dato per scontato che il resto del mondo vedesse i film in inglese con i sottotitoli. Qualche anno più tardi ebbe l’idea di esplorare il mondo dei doppiatori che tanto lo aveva colpito. Così telecamera in spalla e con una piccola troupe al seguito, volò alla volta di Roma per incontrare Roberto Pedicini, Sandro Acerbo, Chiara Colizzi e tutte le voci delle nostre star preferite.

“Un Americano che parla italiano? Vieni a casa mia, ti preparo un piatto di pasta” pare aver detto Pedicini a Ledy. Chi non ha potuto incontrare è stato Accolla “È un peccato perché è stato lui ad ispirarmi a girare il documentario. Accolla che faceva Eddie Murphy era il biglietto da visita del progetto. Sapevo quanto stesse male negli ultimi tempi. Ho parlato solo con il figlio brevemente, ma è stato poco dopo la sua dipartita” ha raccontato Ledy.

Roberto Pedicini quando risponde al telefono agli americani e li invita a mangiare spaghetti a casa sua.

Roberto Pedicini quando risponde al telefono agli americani e li invita a mangiare spaghetti a casa sua.

Il documentario It’s Better in Italian segue da vicino tre storie, quella di Pedicini, storico doppiatore, quella di Davide Perino, la nuova generazione, e quella di Ugo De Cesare, lo studente ai primi passi. Tocca da vicino anche tutti gli aspetti del doppiaggio a lungo sviscerati su questo blog: l’impoverimento della qualità, l’aspetto economico, il tempo a disposizione, l’intrusione dei grandi studios americani sul lavoro fatto in loco. È bello vederlo attraverso gli occhi di un Americano (stereotipi musicali compresi!). Lavorando come giornalista proprio a Los Angeles, dissi a Evit (grande apprezzatore del documentario in questione) che non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Jordan Ledy e così, anche a nome di Evit, ho deciso di incontrarlo in un tipico cafè di Los Angeles per fargli qualche domanda.

Cosa ha scoperto Jordan sul doppiaggio italiano.
Davo per scontato che assumessero gente con un tono di voce simile alle voci americane, mi sono reso conto che non è così. La sinergia che si crea tra il doppiatore e il volto dell’attore è unica e propria dell’identità italiana. Un ottimo esempio sono Brad Pitt e Will Smith, entrambi doppiati da Acerbo, che ha una voce più soave di Brad o Will.

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Gli ostacoli nella realizzazione del documentario.
Uno degli ostacoli è stato in occasione dell’incontro con Davide [Perino]. Dovevano doppiare Now you see me. Davide faceva Jesse Eisenberg e Roberto [Pedicini] faceva Woody Harrelson. Chiesi di poter filmare e tutti mi dissero ‘Sì, sì, vieni domani, porta tutta la troupe’. E sono sicuro che questo accada spesso in Italia, arrivo e c’è quell’unica persona che dice no, qua non si può filmare, nessuna eccezione. Erano ovviamente preoccupati per un’eventuale fuga di immagini. Il che fa ridere perché il film era già uscito da una settimana in America.

Sul montaggio frizzante e molto cinematografico.
Per questo documentario ho avuto un bravissimo montatore: Ben Stillerman. Ben viene dal Sud Africa e non parla una parola d’italiano. Quella è stata un’altra difficoltà, io ero l’unico che parlasse la lingua sia sul set che in sala di montaggio. Di tutto il materiale girato ogni giorno dovevo fare la traduzione simultanea!

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La “crew” si chiede dove siano i mandolini.

Le musiche.
Sono merito del compositore Chris Thomas. La mia unica indicazione è stata: voglio una colonna sonora come se Fellini avesse assunto un circo per girare l’Italia; voglio trombe e clarinetti. La musica italiana ha tanta passione dentro e guida lo spettatore a provare certe emozioni. In mente avevo le composizioni di Nino Rota. È vero, può sembrare cliché a tratti, ma sapevo di non voler usare la tarantella. Quella me la sono tenuta per i titoli di coda. [ride]

Il controllo da oltreoceano.
Chiara Colizzi ha detto una cosa molto bella in merito ma che purtroppo non è entrata nel montaggio finale.
Mi disse: se vado al ristorante e ordino una zuppa e non mi piace il sapore, la posso mandare indietro. Ma non entro in cucina e inizio ad aggiungere spezie qua e là. È quello che i supervisori degli studios americani hanno però cominciato a fare. Capisco il loro punto di vista, si tratta di show business, la parola business non è lì per caso, ma sono d’accordo che sia un vero peccato che si mettano in mezzo ad un sistema che ha funzionato perfettamente per quasi un secolo.

Davide Perino

Davide “Frodo” Perino (voce di Elijah Wood)

Doppiaggio ? Doppiaggio No?
Le nuove generazioni sono più inclini ad imparare l’inglese e, da questo punto di vista, la tv satellitare e i DVD aiutano. È molto più facile oggi poter guardare un telefilm americano con i sottotitoli inglesi o con i sottotitoli italiani che sono una traduzione di quelli inglesi. Roberto e Davide mi dicevano della critica costante sul doppiaggio. E visto il calo qualitativo c’è più animosità nei loro riguardi, c’è persino chi vorrebbe eliminare il doppiaggio completamente. Io penso dipenda anche dal tipo di film, in un film d’azione non puoi fermarti a leggere i sottotitoli. Se guardi Avengers, che ha uno stacco ogni 4 fotogrammi, leggendo i sottotitoli c’è rischio di perdere informazioni importanti; stesso discorso per una commedia romantica, ti vuoi perdere nelle emozioni sul volto degli attori. Dipende anche da dove si vede al film. Al cinema sarei più portato a guardarlo con i sottotitoli, viceversa a casa, se è tardi e sono stanco e magari la tv è piccola voglio avere la possibilità di vederlo doppiato. Deve essere il pubblico a dettar legge in questi casi.

Nota di Evit: e per “pubblico” non si intendono solo le nicchie rappresentate dai gruppi su Facebook.

Doppiaggi di serie TV e doppiaggi cinematografici.
È una questione di quantità. Un film costa milioni di dollari, vogliono che il doppiaggio sia fatto bene perché hanno interesse verso il mercato estero. Per un telefilm il guadagno avviene già sul territorio e sulle vendite, non c’è volontà di spendere soldi su qualcosa che costa decisamente di meno produrre. Un telefilm non costa come un film di due ore, è ovvio che spenderanno meno e c’è dodici volte più materiale. È una decisione puramente commerciale, che non tocca solo il doppiaggio. Per un episodio televisivo girano nove pagine al giorno, per un film una o due pagine. Capisco il rammarico, la TV oggi è al suo picco più alto, sarei davvero dispiaciuto se mi dicessero che Breaking Bad non è stato doppiato in modo adeguato.

Jordan Ledy che ritira i meritati premi

Jordan Ledy che ritira i meritati premi, gli manca solo il mandolino

Doppiaggio dei trailer.
Nel caso di Kick Ass, il direttore del doppiaggio del trailer del primo film era differente da quello del secondo. Nel primo caso, avendo visto il film, hanno trattato il trailer come se dovessero doppiare scena per scena. Il direttore del secondo, invece, ha trattato il trailer per quello che è, ovvero un mezzo per portare la gente al cinema. Quindi non si faceva problemi a cambiare una battuta o a leggerla diversamente pur di ottenere lo scopo. Ma credo che sia un po’ la politica dei trailer in generale, che spesso hanno anche scene che non fanno parte del montaggio finale. Mi ricordo quando uscì Twister , il trailer aveva la ruota del trattore che volava verso lo schermo e poi al cinema non c’era. Non che un trailer debba essere fuorviante, è frustante quando rivela troppo, però se gioca con le aspettative è giusto, lo scopo è quello di far spendere alla gente i dodici dollari per vedere il film.

L’introduzione al documentario da parte di Peter Weller.
Con Peter Weller siamo amici. L’ho conosciuto a Venezia dieci anni fa, prima che sapessi parlare italiano, prima che mi buttassi nel cinema. Peter era lì con la fidanzata che sarebbe poi divenuta sua moglie, io ero in vacanza con i miei in Italia per la prima volta. Infatti l’hanno riconosciuto i miei genitori, al tempo io non avevo ancora visto Robocop. Ci siamo ritrovati nello stesso albergo a fare chiacchiere a colazione, tra l’altro lui è un esperto dell’Italia, ha ottenuto un Ph.D alla UCLA nella Storia dell’Arte del Rinascimento Italiano. Ed è anche appassionato di jazz come me. Siamo rimasti in contatto, ha invitato i miei al suo matrimonio. La voce fuori campo doveva avere autorevolezza. L’ho chiamato, è venuto, è stato dieci minuti, “ve lo leggo venti volte e ve lo montate come preferite”. Svelto e professionale. Non volevo però che la voce fuori campo fosse su tutto il film, ha senso quando fa le veci di un personaggio, come l’uso che ne fa Terrence Malick. Io avevo necessità di spiegare in breve il doppiaggio ad un pubblico che non ne sapesse niente e farlo attraverso le interviste avrebbe richiesto troppo tempo e sarebbe stato noioso. Quindi, in due parole i fatti: i film stranieri hanno i sottotitoli, ma in Italia tutto viene doppiato e i loro doppiatori sono ritenuti i migliori al mondo. Lo fanno da anni, ma sono ancora considerati ai margini dell’industria. Ora che sapete questo entriamo nella vita dei personaggi.

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Robocop risiede frequentemente a Firenze e, all’occasione, invita compatrioti che incontra in vacanza ai suoi matrimoni e poi recita nei loro documentari.

I problemi di oggi.
L’aspetto “business”, la crisi economica… non c’era modo di mettere ogni singolo dettaglio nel film. Ma mi piace che ogni cosa sia quantomeno accennata. Mi piace l’idea che, dopo aver visto il film, uno sia portato ad informarsi, a passare sei ore su Wikipedia per saperne sempre più, se lo desidera.

In giro per i festival.
La reazione al festival di Nashville è stata molto positiva. Molte risate in sala, la sai la vecchia battuta su qualsiasi cosa che sia ritenuto comico? La commedia senza le risate equivale ad una tragedia, fortunatamente non ho avuto nessuna proiezione tragica fino ad ora. Mi piacerebbe portarlo in Italia, infatti vorrei partecipare al Film festival di Milano, Torino, Roma. Magari portarlo in televisione in Italia!

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Conclusione di Evit
Che noia i ringraziamenti, ma quando sono dovuti sono dovuti! Ringrazio Michele Traversa per aver incontrato il regista anche al posto mio e soprattutto ringrazio enormemente Jordan Ledy non solo per avermi fatto vedere il suo splendido documentario in anteprima, ma soprattutto per averlo ideato e girato! Opere simili ce le potremmo aspettare da documentaristi italiani, e invece è un americano che viene a deliziarci con il suo occhio distaccato (dovremmo forse dire “orecchio”), non influenzato dalla nostalgia e dalle tradizioni locali (quindi anche meno soggetto a critiche nostrane), riuscendo a toccare tutti i punti salienti sulla situazione del doppiaggio in Italia e facendoci addirittura emozionare sul finale (non voglio rovinare la sorpresa a chi lo vedrà… chissà quando). È anche zeppo di interventi da parte di doppiatori italiani, con frasi, dette durante le interviste, che diventano immediatamente memorabili.
Ho ritenuto fosse importante parlarne sul mio blog in quanto tali opere raramente ricevono l’attenzione dovuta e spero che venga trasmesso, che sia a mezzo televisivo o web, perché merita veramente tanto ed è un’opera forse più significativa per noi che per il pubblico americano, che comunque ha apprezzato enormemente.
Concludo dicendo che quando vedo un prodotto (film o documentario che sia) e penso “questo lo avrei voluto fare io!”, è sempre un buon segno e mio massimo complimento verso l’autore.
Questo documentario di Jordan Ledy lo avrei voluto fare io!

Vi lascio con il sito web dedicato http://www.betterinitalian.com/ dove potrete vedere se non altro il trailer. In attesa che sbarchi anche da noi. Al momento sono in comunicazione con l’autore per vedere cosa si può fare per distribuirlo anche qui in Italia, ma in ogni caso dovrete aspettare che faccia tutto il giro dei festival prima, per farsi conoscere.

Traversa mi ha chiesto di inserire una vignetta a tutti i costi, così ne rispolvero una un po’ vecchia. Così vecchia che ancora usavo gli apostrofi per fare le accentate maiuscole… eh, la svogliatezza!

nicholson

Space girls senza sottana (Space Vampires, 1985)

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Mathilda-May

Adesso che ho la vostra completa attenzione, parliamo dell’adattamento di questo film.

Nel 1985 esce il film più ambizioso della Cannon Group, Lifeforce, da noi intitolato Space Vampires, e per una volta non è un nome inventato dalla distribuzione italiana ma si tratta del titolo provvisorio americano che originava a sua volta dal romanzo da cui è tratto, “The Space Vampires”. Sicuramente in Italia fu mantenuto quel titolo perché comprensibilmente molto evocativo.
Come nella più tipica tradizione della Cannon, questo film raffazzona più generi insieme e si lancia in palesi scopiazzature di pellicole più famose, così creando un misto inedito: la fantascienza si fonde all’erotico, al vampiresco, allo zombesco, al catastrofico, e chi più ne ha…; tanto per dire, ad un inizio alla Alien seguono scene da Notte dei morti viventi e una trama da Dracula, ma i riferimenti si perdono.
Se non sapete cosa sia la Cannon Group, vi consiglio caldamente di recuperare in qualche modo il documentario intitolato Electric Boogaloo: The Wild, Untold Story of Cannon Films.

Data la poca notorietà di Space Vampires, sento di dovervi raccontare un minimo di trama.

lifeforce2

Trama: un gruppo di astronauti scopre un’enorme nave aliena nascosta nella coda della cometa di Halley. Al suo interno si trovano delle bare di cristallo contenenti tre bellissimi umanoidi (uno è Mathilda May e gli altri sono due inutili maschi) che, ahinoi, si scopriranno essere dei vampiri spaziali che prima ti seducono e poi succhiano l’energia vitale (la “lifeforce” del titolo americano) riducendo la vittima ad una mummia che a sua volta sarà costretta a succhiare energia da altri esseri umani. Riportati sulla terra comincia a spargersi l’infezione e ben presto la città Londra diviene vittima di orde di questi vampiri-zombi-mummie (stiamo parlando di un film della Cannon, quindi anche i mostri sono un misto di almeno 3 generi diversi!) e, in maniera poco chiara, la trama culmina nel momento in cui la cometa è più vicina alla Terra, con l’astronave aliena a perpendicolo su Londra nell’atto di risucchiare energia vitale a tutti i suoi cittadini snob, così da fare il pieno di “vita” e ripartire alla volta di nuovi pianeti. Ce la faranno i nostri eroi a fermare la vampiressa e il suo crudele succhia-succhia galattico?

Come nella più classica delle tradizioni italiane, persino la locandina vi sciupa il finale

Come nella più classica delle tradizioni italiane, persino la locandina vi sciupa il finale

Un film che consiglio a tutti gli appassionati di fantascienza di serie B e se non sono gli iconici seni della vampiressa a convincervi, QUESTA colonna sonora dovrebbe riuscirci (ascoltatela mentre vi leggete il resto dell’articolo). Se vi suona familiare ma non avete mai visto il film, forse è perché avete giocato a Baldur’s Gate che ne faceva ampio uso.

Ovviamente l’uscita italiana in DVD e Bluray di questo film riporta tutti i cartelli in inglese, così ho recuperato una copia VHS di Space Vampires con titoli e cartelli in italiano scoprendo informazioni sul suo doppiaggio non note sulla rete, come ad esempio:

space vampires 1 space vampires 2

Se a queste ci aggiungete anche queste informazioni recuperabili su internet.

Claudio Capone: colonnello Tom Carlsen (Steve Railsback)
Cristiana Lionello: “space girl” (Mathilda May)
Renato Cortesi: colonnello Colin Caine (Peter Firth)
Marcello Tusco: Dr. Hans Fallada (Frank Finlay)
—(vedi sotto)—: dottor Armstrong (Patrick Stewart)
Pietro Biondi: dottor Bukovsky (Michael Gothard)
Vittorio Congia: Sir Percy Heseltine (Aubrey Morris)
Solvejg D’assunta: Ellen Donaldson (Nancy Paul)
Alvise Battain: il primo ministro (Peter Porteous)
Federico Neri: giornalista BBC (John Edmunds)

[e ci aggiungo pure un giovane Luca Dal Fabbro che ho riconosciuto, e Luca me lo ha confermato, in un paio di frasi di un anonimo dipendente della NASA; inoltre correggo Sergio Di Giulio che trovate segnalato ovunque come voce del dottor Armstrong (Patrick Stewart); non è Sergio Di Giulio ma palesemente Gianni Bonagura. Beccatevi ‘sto bonus!]

…vi ritroverete per le mani abbastanza materiale per aggiornare la poverissima scheda presente su antoniogenna.net. Ma torniamo a noi.

La presenza di Carlo Baccarini come direttore di doppiaggio ci preoccupa relativamente poco (per via della sua lunga carriera alla CVD di cui era vice-presidente, socio fondatore e chi più ne ha…), la mia vera preoccupazione sta in Claudio Razzi alla -GULP!- edizione italiana. Non me ne voglia la figlia, Claudia, anche lei del mestiere, ma parliamo dello stesso Claudio Razzi che negli anni ’70 curò l’edizione italiana di L’Uomo che fuggì dal futuro. Tale adattamento, per chi non se lo ricordasse, era semplicemente agghiacciante, forse complice anche lo stile del film e il linguaggio finto-tecnico portato all’eccesso da George Lucas ma insomma, un vero peccato per i doppiatori, quelli sì bravi, che prestarono le proprie voci in un prodotto adattato in maniera inadeguata. Per coloro che non ricordano o non hanno voglia di rileggere il mio antichissimo articolo in merito, vi basti sapere che nel film L’Uomo che fuggì dal futuro la scritta “FOETUS” (feto) che appariva su un monitor fu riportata come un nome proprio di persona, Foetus per l’appunto. Tipico nome, no? In un mondo dove tutti si chiamano con una sigla di tre lettere e quattro cifre (es. THX-1138), all’improvviso spunta un nuovo nascituro chiamato Foetus. A genius!

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Scusate la digressione, era tanto per dire che già dal primo minuto di titoli si potrebbero presagire tragedie nell’adattamento e, sebbene si possano trovare alcuni momenti criticabili (di cui vi parlerò, o’ se ve ne parlerò), per fortuna il danno è piuttosto contenuto e il film doppiato si mantiene su standard tipici dell’epoca, con tanto di Claudio Capone che potreste ricordare come voce di Luke Skywalker in Guerre Stellari, ma sicuramente lo conoscerete come voce narrante dei documentari di Superquark (e purtroppo scomparso nel 2008).
Solo che in Superquark non avete mai sentito Capone dire la frase “si sta tirando su la sottana”.

space vampires la sottana

Pensavo che dicessimo sottana solo a Firenze… Ma veniamo ai danni.

Ho come l’impressione che in Claudio Razzi (o in chi per lui) ci fosse una infatuazione per la lingua inglese che ogni tanto travalicava il buon senso. C’era difatti un tempo in cui in Italia si lasciavano parole in inglese solo perché era “figo” farlo, non perché glielo imponesse qualcuno dall’alto come avviene adesso. Negli anni ’80 specialmente, la cultura americana faceva pesantemente capolino con molte parole che cominciavano ad essere non dico di uso comune ma comunque di significato ben noto (la stessa cultura del tempo avrebbe partorito i “paninari” del programma “Drive In”).
Quando però queste parole fanno capolino nel doppiaggio, ovvero in quel sistema di adattamento culturale basato sulla precaria illusione che gli attori sullo schermo stiano parlando una lingua diversa ma, come per magia, a noi comprensibile, si rischia l’infrangere dell’illusione e, per estensione, si rischia il fallimento del doppiaggio, fosse anche momentaneamente.

Esagero?

mathilda may

Sempre!

L’esempio più lampante in questo film è quello del personaggio della vampiressa che tutti nel film doppiato chiamano “space girl“. Inizialmente lascia un po’ sorpresi, poi ci si fa l’abitudine e in frasi come Penso che quell’essere, quella “space girl”, abbia sottratto forza vitale alla guardia sembra QUASI che vada bene. Poi ce ne sono altre in cui tale scelta lessicale funziona decisamente a sfavore: Non è un essere umano ma una space girl!
Avrebbe senso se all’interno del film sentissimo magari qualche giornalista darle questo nomignolo (visto che la trama si svolge a Londra), invece iniziano tutti da subito a chiamarla così, senza motivo apparente; e più il film procede più diviene chiaro che non si tratta di un nomignolo, bensì del nome americano che qualcuno ha pensato potesse essere “figo” lasciare in originale. Per carità, per essere comprensibile è comprensibile, anche per gli italiani del 1985, ma grazie tante per averci infranto l’illusione del doppiaggio. Fosse solo per quei pochi momenti.

Un altro indizio su come l’inglese sia usato un po’ perché “fa figo” (e non perché lo si conosca veramente) ci viene dalla cometa di Halley, che nel film sentiamo pronunciata due o tre volte come “cometa di Hèley” o, in alternativa, “hèllei”. Sicuramente nel 1985 se ne parlava molto e non vedo come fossero possibili simili sviste ma a quanto pare tutto è possibile.

Ma non è tutto qui, il meglio me lo tengo per il finale.

“Non mi rovinate l’animatronic che dopo serve a O’Bannon per il suo Ritorno dei Morti Viventi!”

BREVE NOTA SULL’EDIZIONE LOCALIZZATA IN ITALIANO

La versione italiana fa un uso molto creativo delle scene iniziali allo scopo di inserire i cartelli localizzati in italiano al minimo costo possibile, così viene tagliato un dettagliato prologo in favore di una semplice e riduttiva descrizione scritta (che può anche andar bene, per carità).

prologo space vampires

“La navetta spaziale Churchill vola verso l’infinito” deriva dalla frase “The H.M.S. ChurchiII, outward bound.”

Vengono tagliati anche i titoli iniziali, che avevano la superficie di una cometa in movimento come sfondo, in favore di un più economico titolo su fondo nero e lo spostamento di tutti i cartelli in concomitanza delle prime sequenze del film, così distraendo un po’ lo spettatore dalla parte più fantascientifica del film.

Ecco la sequenza dei titoli italiani per i cultori dell’argomento, per gli altri… scorrete al prossimo punto.

fate click per ingrandire

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space vampires giornalista

Sebbene abbia visto questo film quasi esclusivamente in italiano, è stato facile sospettare che questa frase, detta da un conduttore del telegiornale, sia brutalmente inventata:

Come tutti ricorderanno, la cometa di “Hèllei” viene considerata premonitrice di guerra e di disgrazia. Non per niente gli antichi romani le avevano dato il nome di “disaster”, e i romani di astronomia se ne intendevano.

Quest’ultima frase di chiusura sembra adeguata ad uno dei sardonici telegiornali del film RoboCop più che ad un immaginario telegiornale della BBC. Difatti la frase originale non aveva un simile umorismo:

Our viewers may be interested to know that comets were once considered to be harbingers of Evil and one of the earliest words for comets was “disaster”, which in Latin means “evil star”.

La frase originale si chiudeva dunque con:che in latino significa astro malevolo“. Non vedo perché infilarci una battuta “e i romani di astronomia se ne intendevano” che in un film simile lascia un po’ interdetti.

Belli gli effetti speciali, ma ho ancora problemi a digerire il principio di conservazione dell’energia vitale

Infine, la frase che si porta a casa il premio Doppiaggi Italioti è la voce di una trasmissione radio che recita:

In un ultimo tentativo di impedire la diffusione della malattia, che è stata denominata “Intergalactic Pest“, è entrata in vigore la legge marziale”.

lifeforce patrick stewart

Tenetelo stretto! Non si capisce nemmeno se Evit stia ridendo o urlando di disperazione.

Mettendo in secondo piano il fatto che questa frase sia stata quasi interamente inventata e non ha un corrispettivo nei dialoghi originali, quella di Intergalactic Pest è da ribaltarsi dalle risate! A maggior ragione perché inventata di sana pianta.
Il dialogo originale accennava alla parola “plague” che significa appunto “peste”, ma il vocabolo inglese “pest” si dice di insetti infestanti o al massimo significa “peste” in senso figurato, come quando si dice a un bambino “sei una peste!”. Quindi il nome della malattia diffusasi tra gli umani sulla Terra può ricordare più un pappatacio intergalattico che una piaga venuta dallo spazio per trasformare gli uomini in vampiri-zombi-mummie. Cioè, si sono persino sforzati per mettere parole inglesi (sbagliate) che manco c’erano in originale. Vuol dire proprio andarsele a cercare.

Adesso potete andarvi a vedere il film.

pappataci

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