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Django Unchained – La D è muta ma l’adattamento lascia ammutoliti

by su 16 febbraio 2016

django_intro

Quando Django Unchained uscì nei cinema italiani, il popolino di internet ebbe un moto intestinale e cacò fuori l’argomento più arido e ritrito dal 2005 a questa parte e che ciclicamente torna a far parlare di sé grazie ai social network e grazie ad articoli acchiappa-click: versione originale o versione doppiata?
Casus belli: la notizia internettiana che descriveva di come, nei primi giorni di proiezione a Roma, il film avesse incassato più nelle sale dove veniva proiettato in inglese (sottotitolato in italiano) che in quelle dove girava la versione doppiata del film; da questo “fatto” poi ogni articolista/blogger (chiamarli “giornalisti” sarebbe un offesa persino per il giornalismo italiano) ci aggiunse le sue considerazioni personali sottolineando come questo fosse significativo di qualcosa (lasciamo perdere che a questo “qualcosa” ci arrivavano con ragionamenti in stile teologia medievale) …e l’internet si divise in fazioni: chi sosteneva energicamente che il film doppiato fosse una pallida e indegna versione del capolavoro linguistico di Tarantino, nel quale si possono trovare letteralmente dozzine di differenti modi di parlare l’inglese [ovviamente non tutti “riproducibili” in un doppiaggio italiano] e a chi non gliene fregava assolutamente niente ed è andato a vedere il film nella lingua a lui o lei più comprensibile.
Come spesso accade, per un po’ i più chiassosi fecero parlare di sé, vendendo l’idea che i film in lingua originale avrebbero venduto sempre meglio perché l’italiano medio era stufo dello spregevole doppiaggio italico che tradisce i sacri dialoghi originali, perché il doppiato non è bello come l’originale, è sempre una piatta reinterpretazione etc, etc… salvo poi necessitare di sottotitoli per capirlo, come dimostrato dalla proiezione di The Hateful Eight all’Arcadia di Milano dove il tardivo annuncio che il film in lingua originale non avrebbe avuto sottotitoli ha causato una corsa alla rivendita, en masse, dei biglietti incautamente acquistati in anticipo.
Insomma nel 2013, ad informarsi sul web, sembrava che l’avvento della grande lettura collettiva in sala buia fosse quasi alle porte ma, ovviamente, nessuna rivoluzione in questo senso accadde perché, nel bene e nel male, il cinema straniero è il più venduto in Italia anche in virtù della sua enorme facilità di fruizione data dal doppiaggio, a beneficio di qualsiasi spettatore: dall’ipovedente all’ottantenne, a quello che a scuola ha studiato francese, al dislessico, a chi è semplicemente conscio dei limiti del proprio inglese. Anche loro sono spettatori paganti del resto.

the-blob-theater

 

Come tutte le sterili disquisizioni che nascono da articoli acchiappa-click e finiscono per essere trampolino di lancio per baggianate da sparare su Facebook e su forum non inerenti all’argomento –con i disquisitori che vorrebbero arrivare a discutere dei massimi sistemi a suon di frasi fatte del calibro di: all’estero non doppiano e sanno tutti l’inglese / il doppiaggio in Italia è il migliore del mondo! / I sospiri originali!!! / Luca Ward mi ti ci farei!– così anche questa discussione su Django Unchained, presunta cartina tornasole dell’Italia che vorrebbe i film solo in lingua originale, si espanse finendo per gravitare su cose che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano, come ad esempio la somiglianza delle voci e delle interpretazioni, l’espressività, il suono delle parole, etc… ma perdendo di vista il vero problema di questo film in italiano: il suo adattamento.

NOTA: in risposta alla menzionata lamentela sterile esplosa nel 2013 all’uscita del film: sì, certo, la varietà di accenti presenti nel film non è interamente riproducibile in una localizzazione italiana dei dialoghi. Ed è una novità? Guardando Titanic avete provato un’emozione diversa prima di sapere che i ricchi parlavano diversamente dai poveri? È ovvio che l’adattamento linguistico e quindi il doppiaggio, nel suo complesso, abbia limiti intrinseci e per aggirarli c’è solo un modo: imparare la lingua e la cultura del paese di origine del film, ma a livello “nativo”, non abbisognando di sottotitoli per capirci qualcosa!

 

django-unchained-dicaprio

Se il precedente Bastardi Senza Gloria aveva già fatto parlare di sé in questo stesso blog per via di quei dialoghi multilingue discutibilmente adattati, a Django Unchained non andrà molto meglio! Questo a causa del suo adattamento incostante (perché non saprei come altro definirlo) che, è vero, ci regala dialoghi splendidamente e canonicamente tarantiniani come “l’unico che ci deve vedere è il cavallo del cazzo!” e “io non vendo i negri che non voglio vendere” (solo Tarantino sa essere così piacevolmente pleonastico) oppure quelle azzeccate scelte linguistiche come il “gnorsì” detto dalla servitù ai propri padroni bianchi, ma tali lodevoli sforzi di adattamento vengono subito deturpati da elementi d’intrusione come gli inutili inglesismi di cui spesso mi lamento nel blog ed appartenenti ad una delle abitudini linguistiche nostrane più infime e deprecabili, quelle degli italiani che subiscono, anche linguisticamente, la globalizzazione invece di cavalcarla per espandere le proprie conoscenze. Scelte lessicali post-moderne che poi fanno a cazzotti con il genere e con l’ambientazione di Django: il western.

Perché di deturpamento si tratta quando nei dialoghi italiani viene mantenuto un soprannome come “Big Daddy” (così la schiava nera chiamava il suo padrone) in quanto, non solo un fantomatico rispetto delle fonti risulta insensato nel doppiaggio di un film di questo genere ma, al generico spettatore italiano, il sentire “big daddy” venir fuori dalla bocca di una persona di colore è più facile che possa rimandare alla subcultura rap americana moderna da videoclip, piuttosto che allo schiavismo dell’800.
Una scelta che fa leva su un linguaggio che, per quanto ovvia a molti di voi che mi leggete, non può arrivare a tutti. Chi non sa l’inglese, né conosce la cultura americana, glissa su quel nomignolo, forse non interpretandolo nemmeno come tale. Lo capisco io come bilingue? Certamente. Lo capisce lo spettatore medio dai 14 ai 45? Molto probabile! Ma c’è una qualche necessità narrativa o linguistica che porti ad esigere che un nomignolo rimanga identico al copione americano? Assolutamente no, specialmente quando lo si accosta poi ad un termine storicamente appropriato: “Gnorsì, Bid Daddy“.

bigdaddy

Boh… sarà un western!

Similmente, non si capisce il bisogno di tanta fedeltà ai nomignoli originali neanche per “Old Ben” (così veniva chiamato il servitore nero di fiducia della famiglia Candie) oppure nella scena in cui gli australiani chiamano il protagonista “blackie” (rimasto “blachi” anche in italiano, la “e” è muta ;D ), specialmente in un film dove poi si nomina Isacco Newton. Il generico pubblico italiano cosa dovrebbe trarne dall’improvvisato appellativo “blackie” (dispregiativo di “black”, nero, ma non forte come “negro”) detto in un paio di battute dirette a Django? (“affare fatto, blackie“)
Per lo spettatore di lingua inglese, questo appellativo sottolinea un modo di parlare britannico ma in italiano cosa starebbe a sottolineare? Assolutamente niente. Per questo gli appellativi dovrebbero essere adattati in italiano, perché altrimenti non significano niente; per alcuni finiscono per essere solo suoni vuoti, per altri sono suoni che “forzano” la mente dello spettatore a pensare “ah già, perché in inglese black è nero, quindi sarà stato l’appellativo con cui lo chiamavano in lingua originale”… un brevissimo flusso di pensieri che, per quanto inconsciamente possa avvenire, se avviene, rappresenta il fallimento dell’idea stessa di “doppiaggio”. La differenza è ancora più lampante quando lo confrontiamo col recente The Hateful Eight a cura di Valerio Piccolo dove NIENTE dei dialoghi viene lasciato in lingua inglese (meno che mai gli appellativi!) e in cui nessuno viene chiamato “blackie”, né “big daddy”; in parole povere nessun elemento dei dialoghi di The Hateful Eight vi fa mai pensare a “ah già, ma nella realtà loro parlano inglese!”.

In italiano, semplicemente, non c’è modo di rendere l’idea che il personaggio che diceva “blackie” parlasse con accento e modi di dire da australiano e questo, come ho detto, è uno dei limiti più noti del doppiaggio. Ma il far sì che almeno ciò che dicono i personaggi sia comprensibile a tutti (e sottolineo “a tutti”) fa parte proprio delle basi dell’adattamento! Indurre nello spettatore certi ragionamenti del calibro di “blackie sarà black, cioè nero, quindi forse è un appellativo perché Django è di colore” non trovano spazio in un sistema comunicativo che deve essere tanto immediato quanto lo è in lingua originale per l’orecchio anglosassone. Aggiungiamoci poi che in italiano “blacky” è un nome da animale domestico…

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Mettiamo in questa lista di orrori anche anche un bel “marshal” (“ora potete chiamare il marshal” / “lo iù-es-Marshal“), perché se non avete familiarità con la giustizia americana, magari non avete idea di che cosa sia uno “U.S. Marshal”! Se però ve lo descrivessi come uno “sceriffo federale” (come lo traducevano nel film Il Fuggitivo) vi sarebbe subito più chiaro e, almeno intuitivamente, chiunque può capire che si tratti di un ruolo di grado superiore a quello dello sceriffo di città. Capisco sempre l’esigenza di rispettare i tempi delle battute ma non la giustifico. Dovremmo forse pensare che il doppiaggio debba anche svolgere una funzione educativa, insegnandoci a pronunciare i nomi originali di ruoli istituzionali americani solo perché chi ha adattato i dialoghi ritiene sia bene conoscerli? Non è meglio favorire invece l’immediata comprensione dei dialoghi per tutti? Non è certo la prima volta che sentiamo parlare degli “U.S. Marshals” nel cinema doppiato ma, come sempre in questo campo, c’è da valutare anche il contesto, se c’è tempo e modo per far comprendere a tutti di cosa si stia parlando e altre cosette così che sembrano da poco ma non lo sono; in questo western, la parola Marshal piomba come un macigno per chi non l’ha mai sentita prima, viene ripetuta 11 volte nel giro di 2 minuti e poi non la sentiamo pronunciare mai più per tutto il resto del film, ergo se ne poteva fare anche a meno.

django-unchained-Schultz …continuiamo?

Quando sentiamo parlare di una banda di fuorilegge chiamata i Brittle brothers, è proprio necessario questo “assaggio” di cultura americana? Che senso ha questo fritto misto dove “brothers” rimane in inglese? È il nome di una banda di fratelli malviventi oppure di una banda musicale? L’allitterazione era così fondamentale da giustificare una non-traduzione? Emblematica la reazione dei miei genitori (ultrasessantenni) quando videro il film e non colsero niente di quel “Brittle Brothers”. Quando ti ritrovi a dover “spiegare” (o ripetere) alcune parole di un film western doppiato a degli ultrasessantenni (che di western ne hanno visti a bizzeffe ai loro tempi) qualche domanda sulla qualità dell’adattamento me la porrei a prescindere.
Passando oltre, che senso ha dire “ammetto che siamo un bel team” in ambito western? Erano ad una riunione aziendale del 2013?
Ancora. Quando Django fa lo spelling del suo nome a Franco Nero, che senso ha che lo faccia con alcune lettere pronunciate all’inglese e altre all’italiana? “Di-gei-a-en-gi-o”. Passi anche quel “gei”, dall’inglese “jay” (che comunque non esiste in italiano), ma in Italia la lettera “n” si legge “en”? E da quando? In quale universo parallelo accade ciò? Nell’Italia dei shish forse.

Django-Unchained-Sorry

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Google Translate 1 – Adattamento italiano 0

Ad aggravare il tutto, ci sono dialoghi in cui si sente il peso di una traduzione pedissequa come quando ci dobbiamo sorbire “200 dollari, morto o vivo” dall’iconico “dead or alive” americano che in Italia è sempre stato tradotto con l’altrettanto iconico “vivo o morto”. In entrambe le lingue l’ordine delle parole è probabilmente dettato dalla sonorità, oltre ad essere un’assodata formula storica, ma nel doppiaggio di Django Unchained si è deciso di reinventarla per chissà quale insensata “ricerca dell’originale”.
Inizialmente lo dice il dentista tedesco e lo spettatore italiano viene portato a pensare che sia parte del suo stravagante modo di parlare, difatti, durante la sopra citata visione con i miei genitori (oh, qualsiasi scusa è buona per rivedersi Tarantino), mia madre rise per l’inaspettato modo di dire del Dr. Schultz tetesco di Cermania… in realtà ci sarebbe da piangere quando dopo si scopre che anche personaggi madrelingua dicono “morto o vivo” al posto di “vivo o morto” ed è chiaro che è stato scelto (per non si sa quale motivo) di tradurre alla lettera la frase americana.

django_wanted

Siccome poi piove sempre sul bagnato, quando Django legge il manifesto di alcuni ricercati, in italiano dice “Wanted morti o vivi…” quando poteva tranquillamente dire “Ricercati vivi o morti…“. Certo, “wanted” è facilmente comprensibile da gran parte del pubblico moderno ma, ancora una volta, era necessario? E a che pro? Il fatto che in quella scena il pubblico abbia modo di vedere chiaramente il manifesto con la scritta WANTED non deve certo essere la scusa per propinarci un italiano con cui, onestamente, gli italiani hanno poca familiarità (mi riferisco all’inversione “morto o vivo”) e che sembra tradotto da qualcuno che non ha mai visto un solo film western (doppiato) in vita sua.

djangotranslate

Insomma, quando Google Translate fa meglio di voi, ancora una volta, io qualche domanda me la porrei.

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Battute dubbie

Passiamo alle frasi che è facile identificare come scelte poco sensate anche senza il testo originale a fronte:

django-unchained-vicesindaco

Dopo aver liberato gli schiavi, il dentista tedesco suggerisce loro di fuggire verso aree del paese più tolleranti e dice “e nel remoto caso che vi siano degli appassionati di astronomia in mezzo a voi, la stella polare è quella” (e se ne va).
Ora, questa frase in italiano non può che lasciare gli schiavi allibiti, quasi avesse fatto loro una piccola supercazzola (anzi dovrei dire “supercàzzora“). A cosa può servire a degli schiavi (che molto probabilmente erano del tutto ignoranti) una simile informazione? Azzarderei a dire che nel 2016 anche qualche italiano potrebbe non sapere che la stella polare indichi il nord.
In inglese la stella polare si chiama North Star, il suggerimento per aiutare gli schiavi in fuga stava dunque nel nome stesso della stella indicata, a prescindere dal “remoto caso che vi siano appassionati di astronomia” tra i suddetti schiavi (una frase che ovviamente era una battuta! Infatti non serviva che ci fossero tra loro degli appassionati di astronomia per capire il messaggio implicito). Avrebbe avuto più senso inserire qualche parola in più nel dialogo italiano affinché questa frase avesse senso nel contesto: “la stella polare che indica il nord è quella!” (o “la stella che indica il nord è quella!”).

NdA: se pensate che tutto ciò siano solo inutili minuzie non conoscete ancora bene il mio blog e non avete idea di quante altre piccole lamentele ho eliminato in fase di correzione bozze perché apparivano troppo pedanti persino per me.😉 Ai nuovi lettori, benvenuti a Doppiaggi Italioti.

Poi ancora…” (cit.) quando Django trova i “Brittle brothers” dice alla schiava della piantagione “va’ da quel bianco che è venuto con me“, frase che per chi parla italiano significa implicitamente “vai da quel bianco e restaci”. In realtà avrebbe dovuto dire “va’ a chiamare quel bianco che è venuto con me” e lo si intuisce anche senza andare a verificare che in inglese diceva infatti “go git that white man I came here with“. Per rientrare nei tempi della frase al massimo si poteva sacrificare il “che è venuto con me” in favore di “che era con me”, ma certamente non il verbo “chiamare” [lasciamo perdere il fatto che comunque “I came here with” avrebbe dovuto essere tradotto come “con cui sono arrivato”].
Il “va’ da quel bianco” lascia sottinteso un po’ troppo (al contrario della lineare frase originale) e alla prima visione passa inosservato ma diventa palese nelle successive, quando già sappiamo cosa intendesse dire.

Django-shootout

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Casi con scusanti e qualche elogio

L’unico momento in cui lo spelling all’inglese non stona lo abbiamo quando il dentista tedesco afferma che non aveva “intenzione di morire a Chickasaw County, Mississippi, U.S.A.” (pronunciato “iù-es-ei”), questo funziona unicamente perché a pronunciare queste parole è uno straniero, il dentista tedesco, il quale si può supporre stia canzonando il modo di scrivere gli indirizzi postali americani, così sottolineando in modo spregiativo il luogo in cui non aveva intenzione di morire. Lo avesse detto un personaggio americano allora sarebbe l’ennesimo caso di non-adattamento, ma in bocca al tedesco funziona. Come vedete è sempre una questione di contesto. [Tolto il fatto che un personaggio madrelingua, nel doppiaggio, avrebbe dovuto dire perlomeno “nella contea di Chickasaw” e non “a Chickasaw County”]

Il resto dell’adattamento di questo film non manca di momenti veramente azzeccati come il “positive?” tradotto come “persuaso?” di cui Django non conosceva il significato, come il linguaggio del dentista tedesco che risultava troppo raffinato per i bifolchi americani i quali replicavano con “speak English, goddamit!” (-> Parla cristiano, perdio!), oppure per altre espressioni similmente memorabili (to parley with you -> per avere un abboccamento).

Ho volutamente evitato l’argomento “doppiatori e interpretazioni” ma se devo sbilanciarmi per dire almeno una cosa in merito, voglio che sia qualcosa di positivo: voglio quindi sottolineare la insita comicità nell’interpretazione di Mario Cordova sul personaggio di “Big Daddy” dove ogni frase è degna di un riavvolgimento con tasto rewind per poterla risentire una seconda volta e ridere di nuovo. Per fare un parallelo con un precedente film di Tarantino doppiato in italiano, un momento equivalente a questo, ovvero un momento dove un personaggio doppiato rende molto bene le intenzioni comiche originali (e le supera?), lo troviamo in Kill Bill 2 dove Marco Mete doppiava Larry, il volgare proprietario di strip club con il suo “è l’ora del calendario di Budd“… e probabilmente non è un caso che le interpretazioni più memorabili originino proprio da quei doppiatori che vengono dalla “vecchia scuola” di doppiaggio.

larry kill bill

CONCLUSIONE – Sì, ci siamo arrivati
In conclusione, ribadisco ciò che già ho detto all’inizio dell’articolo: il film in italiano ha molte frasi memorabili (sarei sciocco a sconsigliarvene una visione in italiano perché non è tutto da buttare) quindi mi spiace davvero che anche questo adattamento sia dovuto finire nella mia lista nera a far bella compagnia a Star Wars VII – Il risveglio della Forza e ai Bastardi senza gloria (e se gli appellativi lasciati in inglese e gli anglicismi inutili vi hanno ricordato il recente Star Wars VII non è un caso) ma certi futili inglesismi, certe frasi tradotte pedissequamente che nemmeno google translate si azzarderebbe a proporvi e, addirittura, lo spelling mezzo all’inglese e mezzo all’italiana(!), sono tutte cose che meritano di essere fatte saltare in aria con la dinamite.

Per l’adattamento di Django Unchained… BOOM!

DjangoUnchained_end.gif

From → Film

34 commenti
  1. Riccardo permalink

    Divertente come sempre, e fantastica l’immagine di Google Translate più sensata della traduzione originale.

    Del personaggio di Big Daddy (Paparone?) non mi è piaciuto neanche il “cazzarola” ripetuto più volte, che mi è sembrato un po’ troppo moderno come intercalare.

    E riguardo il “blackie”, magari avrebbero potuto prendere spunto da quella miniera di insulti e vezzeggiativi razzisti che è “48 ore” (capolavoro, naturalmente) dove fra le tante frasi carine che Nick Nolte rivolge e Eddie Murphy c’è anche “carboncino”, che mi pare abbastanza una possibile traduzione abbastanza calzante.

    • Ti dirò, anche io pensavo a “carboncino”. È esattamente nello spirito dei dialoghi di quella scena.

      Niente da ridire su cazzarola, rende molto bene l’idea di un dialogo “sudista” dove coesiste un curioso misto tra linguaggio educato (il non voler bestemmiare) e volgare (insito nello schiavismo)

  2. Io spezzerei una lancia anche in favore di “giovane” per tradurre “boy”, mi è sembrato calzante come termine gergale ma anche un po’ vecchio stampo che comunque esiste nell’italiano corrente. Molto più dei vari “ragazzo” o “figliolo” che spesso si sentono!

    • Ci sono tanti piccoli momenti azzeccati. Ne ho citati pochi ma non mancano durante tutto il film.

  3. Solo un appunto: “Old Ben” non è il nomignolo del personaggio di Samuel L. Jackson ma quello di un negro che aveva servito in casa di Calvin e di cui Calvin aveva conservato il teschio per i propri studi di frenologia.

  4. iononsonoio permalink

    Allora, blackie è dispregiativo di “nero” ma non è forte come “negro”. Tradurlo con “moro”, “moretto” sarebbe azzeccato?

    • Visto il contesto, personalmente preferisco “carboncino”. “Moro” ricorda troppo i Mori storici (arabi), “moretto” invece si dice più come complimento ad un ragazzo con capelli scuri.

  5. Riccardo permalink

    “Moro” e “moretto” sono un po’ troppo alla romana.
    “A morooo!” è un classico da film pasoliniano.😀

  6. Antonio L. permalink

    I tuoi articoli mi aprono la mente e mi permettono di acquisire una maggiore consapevolezza sulla mediazione culturale che avviene attraverso un buon adattamento.

    Mi viene da pensare che in questo caso le scivolate siano davvero futili, nel senso che non era necessario essere particolarmente colti in fatto di traduzione per ottenere un risultato meno stridente. Come hai giustamente detto tu alcune frasi sono adattate molto bene, solo che poi il dialoghista perde colpi per dei termini lasciati in inglese e altre sciocchezze. Se penso alle “salsicce volanti” e altre oscenità degli adattamenti del passato questo qui fa quasi tenerezza.

    Devo dire che da quando ho visto la vignetta del Marshal Jon Rock non riesco a trattenere un sorrisetto quando sento questa parola in un film (e qui la colpa è tua caro Evit🙂 ), ma del resto io rido anche solo quando sento “Texas ranger” pensando ai calci rotanti di Chuck Norris😀

    • A volte dimentico le mie stesse vignette… a grande richiesta: MARSHAL JOHN ROCK

  7. Carmelo permalink

    La più assurda è senza dubbio la traduzione letterale di Dead or Alive

  8. a me invece ha fatto venire in mente questa scena😀

  9. Carmelo permalink

    Nel prossimo western “Cowboy” lo tradurranno “Muccaragazzo”

    • Visto l’andazzo più che traduzioni forzate ci troveremo sempre di più frasi e parole in inglese. “Motherfucker” rimarrà in inglese in futuri doppiaggi? A questo punto dico: probabile!

  10. L’adattamento di Django, per me aveva degli alti e bassi. Alcune trovate appunto azzeccate e in linea con il contesto storico altre, che risentite, mi hanno fatto percepire la solita noncuranza, dovuta alla mancanza di tempo, dei recenti doppiaggi. Quindi come al solito, questi moderni direttori pensano: se la imbrocco subito in 5 minuti bene, se no amen e passiamo oltre. Le voci mi sono sembrate abbastanza buone. Pezzulli va bene qui per DiCaprio, però cambiarlo non sarebbe stato un delitto. Dato il personaggio, schiavista del sud, ignorante, ma saccente, la sua voce risulta troppo pulita e ben educata… Gusti personali ovviamente. Solito problema degli inglesismi, non hanno voluto, per mancanza di tempo e mezzi, adattare Marshall, che boh, io non ho capito che ruolo abbia nella scala gerarchica delle forze dell’ordine. A me ricorda solo la marca di amplificatori….

    • Nooo, che mi fai Gabriel! Dico di lasciar perdere discussioni sulla scelta delle voci e mi parli di Pezzulli su DiCaprio? Ti faccio arrestare dal Marshal!
      Ahah. Ti prendo in giro ovviamente😉

  11. Ahahahaha. Perdonami! Pezzulli è’ una mia debolezza!

  12. Momento, momento, momento (cit. Peter Griffin, che in originale dice “whoa, whoa, whoa”) a proposito di “motherfucker” io mi ricordo che nel doppiaggio di un film del ’79, The Rose, alla protagonista interpretata da Bette Midler le fanno dire, ad un certo punto un agghiacciante “fottimadre”. Il film l’avrò visto una sola volta una 20na di anni fa, ma sta cosa mi è rimasta impressa. Ciao Evit, articolo esaustivo, preciso e completo, come sempre e le vignette fatte con i fotogrammi dei film mi uccidono dal ridere tutte le volte!

    • Grazie caro. Non è la prima volta che viene tradotto alla lettera, nel caso di Edipo in La Pazza Storia del Mondo era più che giustificato, ahah!

  13. Giuspee permalink

    Ciao Evit! Volevo innanzitutto farti i complimenti per quest’articolo e più in generale per tutto il sito, che è davvero molto interessante per il tema che tratti.

    A proposito del termine “marshall”, che ne pensi del fatto che nel doppiaggio italiano di “Ombre Rosse” (Stagecoach) di Ford il termine era tradotto con ‘maresciallo’ (così si trova appunto nelle liste dei personaggi nella maggior parte dei siti italiani con le schede cinematografiche dei film)? A mio avviso questa parola stona un po’ nel contesto del genere western, meglio la soluzione da te citata dello ‘sceriffo federale’.

    • C’è da considerare che Ombre Rosse è un film del ’39 quindi suppongo sia stato doppiato negli anni ’50, probabilmente ad opera di Cigoli. Ogni era ha avuto le sue problematiche nell’adattamento.
      Non avendo visto il film però mi astengo dal commentare il caso specifico, può darsi che all’interno del film stesso il ruolo sia “spiegato” o reso chiaro in qualche modo, può darsi che si possa dire insomma che comunque un adattamento è stato fatto. Se chi adatta lascia il termine americano di “Marshal” anche nei dialoghi italiani, senza che ci sia modo di capire quale sia il suo ruolo, vuol dire che non fa nessun adattamento, cosa che in un film ambientato nell’800 trovo più grave che fare un adattamento meno corretto o in qualche modo discutibile.
      Inoltre c’è da notare che essendo quelli i primi anni in cui si sentiva parlare dei ruoli del sistema di giustizia americano (e che non avevano corrispondenze con i nostri), anche scegliere “maresciallo” era magari un tentativo di presentare agli italiani questo ruolo, una scelta poi abbandonata col tempo.
      Tradurre “maresciallo” oggi è certamente una scelta sconsiderata ma all’epoca neanche poi tanto. Bisogna sempre vedere ciascun caso nel contesto che è poi ciò che faccio sul mio blog, in proposito, mille grazie per i complimenti!

  14. Anonimo permalink

    Sono andato a guardare The Hateful Eight (a settanta millimetri!) e il doppiaggio mi ha davvero soddisfatto.
    Un momento di incertezza però m’ha colto tristemente in un punto assai carico di tensione narrativa. Bob il messicano, infatti, usa come alibi il suo essere stato al pianoforte a «suonare Silent Night». Forse “Astro del ciel” è una traduzione poco conosciuta?

    Ah, ora che ci penso, nella meravigliosa scena della ballata, Daisy canta “Jim Jones at Botany Bay”, prima di aggiungere una strofa inventata da lei come dileggio. Ora, solo quest’ultima è stata tradotta e doppiata. Capisco che far apparire dei sottotitoli all’improvviso possa non piacere, o che una canzone esistente non vada tradotta per evitare di passare come pecoroni ignoranti, ma a me il contrasto ha fatto davvero crollare la sospensione dell’incredulità.

    • Anche io penso che avrebbero dovuto tradurre l’intera canzone (non solo la strofa aggiuntiva) e sono sicuro che Piccolo ne sarebbe stato più che capace visto che è anche un musicista e poeta. Sono quasi certo che sia stata una scelta dei produttori che vedevano quella canzone come parte integrante della colonna sonora e quindi intoccabile. Comunque chiederò a Valerio Piccolo in persona.

  15. Antonio L. permalink

    Io avevo pensato a “Bianco Natale” come possibile traduzione del titolo.

  16. Antonio L. permalink

    No, la canzone naturalmente🙂

  17. Il “wanted” e lo spelling misto non si possono sentire, ho provato a vedere il film doppiato, ma complice il fatto che non riesco più a sopportare Pino Insegno (che ormai doppia ogni genere di personaggio senza una logica) e le trovate che hai descritto, ho selezionato subito l’inglese. Ora dovrò leggermi anche il tuo pezzo sui “bEsterdi” come li chiamo io😉 Cheers!

    • Non capisco l’odio diffuso verso quel particolare doppiatore, mi viene riferito spesso ma onestamente non ci ho mai fatto caso… probabilmente per il solito motivo a cui accennavo nell’articolo, ovvero che di rado do opinioni sulla scelta degli interpreti. Cioè, basta che non mettete la voce di Pisellino su Marcellus Wallace e io non mi agito

  18. MarcoZ permalink

    Evit, so che sarò il milionesimo a dirlo, ma io attendo l’articolo su Deadpool. Mai prima d’ora sono arrivato ad odiare talmente tanto un adattamento da incazzarmi sul serio in sala, durante la visione.

    • Ahah, non sei il primo effettivamente! Ancora devo vederlo questo Deadpool

  19. Rado il Figo permalink

    A proposito del termine “marshall”, che ne pensi del fatto che nel doppiaggio italiano di “Ombre Rosse” (Stagecoach) di Ford il termine era tradotto con ‘maresciallo’

    AH, non sono il solo a ricordarmelo, allora (l’avevo segnalato qualche tempo fa)🙂

    Rientrando nel tema del film, speravo di leggere nel tuo pezzo una spiegazione dell’assai deludente cameo del Django unico e originale. Nel senso che credevo si trattasse di qualche scambio di battute “inadattabile” in italiano e quindi (tra)lasciato un po’ alla buona.
    Invece, mi pare di capire, che anche nella versione originale non sia nulla di che… 😦

    • Proprio niente di che, Tarantino ce la poteva risparmiare. Ma soprattutto ci potevano risparmiare che in italiano Franco doppiasse se stesso. Se negli anni ’70 veniva doppiato da altri un motivo ci sarà stato!

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