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[VIDEO] Non comprate quel biglietto #19: “Alien: Covenant”

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Per coloro che seguono le nostre discussioni di svago cinematografico, è arrivato il nuovo episodio della rubrica non comprate quel biglietto, oggi dedicata ad Alien: Covenant.

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Dell’adattamento e del doppiaggio italiano di Covenant invece ho già parlato nel mio ultimo articolo Alien Covenant e gli idiotismi della traduzione italiana moderna.

Altri articoli e recensioni “aliene”:

Alien (1979) – L’alieno è siliconato (articolo sull’adattamento italiano di Alien)
Aliens – scontro finale (1986) (articolo sull’adattamento italiano di Aliens)
Videocommento a PROMETHEUS  (dalla nostra serie  “i videocommentatori”)
Alien Covenant – La recensione nuclearizzata (recesione del film sul blog Il ZinefiloViaggi nel cinema di serie Z)
e per chi sa leggere l’inglese, questa splendida e comica disamina del film dal blog Cinewipe che vi consiglio caldamente:
Alien: Covenant review – An ungodly hybrid

[Italian credits] La mummia (1932)

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo! (Siete tutti invitati.)

In questo grande ciclo inter-blog, mi sembra doveroso presentare i deliziosi titoli italiani del film La mummia (The Mummy, 1932) di Karl Freund, con il mitico Boris Karloff: per l’occasione presentato unicamente come “Karloff the Uncanny”.
Presentato in patria il 22 dicembre 1932, arriva nei cinema italiani il 7 novembre 1933.

da “La Stampa”, 7 novembre 1933

Le schermate che vi presento sono precedenti alle edizioni rimasterizzate – e ridoppiate – in digitale: appartengono alla vita più “rozza” del film, quando durava solamente 62 minuti (contro i 72 originali!) e le stupende voci dei personaggi erano ricoperte di fruscio. Era il tempo in cui questo Boris Karloff era doppiato da Mario Ferrari – come dice Antonio Genna e confermo, grazie alla consulenza di Evit – e in cui le scritte venivano tradotte. Mi piace illudermi che sia la versione del film che videro i nostri connazionali nel 1933, ma non oso sperare tanto…
Da dove arrivano dunque queste schermate? Da un’edizione VHS della M&R che definire rara è poco, ma che per fortuna si può ancora trovare.

da “La Stampa”, 11 luglio 1933, quando il film si chiamava ancora “La mummia di Thot”

La vita in home video

Stupisce quanto sia rara una copia in VHS de La mummia pur essendo stato abbondantemente ristampata. Il titolo appare infatti nei cataloghi M&R, Swan Video, Skema, Videobox, Ricordi Video, Fonit Cetra Video, Eden Video, 20th Century Fox Home Entertainment, CDE Home Video, Hobby&Work, Universal. Tutto scomparso nel nulla – a parte Hobby&Work (1994) e Universal (1999). E qui scatta un ricordo personale.

Fra il 1990 in cui acquistai la VHS di Frankenstein (1931) e il 1992 in cui l’uscita del Dracula di Coppola fece rispolverare ai distributori nostrani il Nosferatu di Murnau, in edicola iniziò una serie di videocassette dedicate ai grandi classici dell’orrore: una serie che ho amato molto ma di cui purtroppo dopo tanti anni non sono riuscito a conservare neanche il titolo. Agli albori del fenomeno delle “edicole-videoteche”, diversi titoli d’annata – alcuni celebri altri molto meno – venivano venduti a prezzi abbordabili quando le videocassette originali non erano ancora economiche.
Purtroppo non sono riuscito a recuperare altre informazioni dalla mia memoria, ma i titoli usciti sicuramente in questa collana sono quelli che ho acquistato, di cui dunque posso dare testimonianza diretta: Nosferatu il vampiro (1922), La mummia (The Mummy, 1932), Il bacio della pantera (Cat People, 1942) e Notti di terrore (The Devil Bat, 1940), film costruito a tavolino con scene ripetute con protagonista Bela Lugosi. Sicuramente ne ho acquistati di più ma questi sono gli unici che, spremendomi le meningi, riesco a ricordare.
Mi piace pensare che l’edizione VHS di cui riporto qui le immagini sia la stessa che comprai nei primi anni Novanta.

Segnalo che, con un nuovo doppiaggio, la Universal Pictures presenta La mummia in DVD Original Monsters dal 19 ottobre 2005 e in edizione DVD Speciale (2 dischi) dal 17 settembre 2008. Poi lo riprende la Sinister Film che lo ristampa dal 15 aprile 2014 nella collana “Horror d’Essai”, con presentazione di Luigi Cozzi, e infine dall’8 giugno 2017 la Universal presenta il film in una edizione Blu-ray (2 dischi).

Il racconto della mummia

Come regalo speciale per il ciclo dedicato alla mummia, ecco il racconto di Imhotep – con la voce di Mario Ferrari, fino a prova contraria – in cui racconta eventi di tremila anni precedenti. «Vi sveglierò memorie d’amore, di delitti e di morte…»

(Potete anche scaricare l’mp3, aprendo in una nuova finestra con il tasto in altro a destra)

Titoli di testa

Scritte di presentazione

Titoli di coda

L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

– Ultimi post simili:

“Alien: Covenant” e gli idiotismi della traduzione italiana moderna

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Cari lettori…

Quando un nuovo film di Alien girato da Ridley Scott si rivela essere la più grande stronzata da quando l’uomo inventò l’alieno[*], puoi solo sperare che il doppiaggio italiano lo deturpi in maniera ridicola, così da farsi due risate almeno su questo blog. Invece no, il disappunto con Alien: Covenant è totalizzante: la versione italiana non fa schifo. Hanno fatto un buon lavoro.
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C’è soltanto un piccolo particolare…
Colombo
.
È vero, di inglesismi stupidi o inutili non ce ne sono in Alien: Covenant, ad esempio non si parla mai di “airlock” bensì ritornano le vecchie care (e familiari) “camere stagne” e vi assicuro che di questi tempi il non sentire certe parole in un doppiaggio italiano è un autentico sollievo. Da qualche anno infatti sembra che la parola airlock abbia cominciato a farsi strada nel doppiaggese (quell’italiano che sentiamo solo nei film doppiati ma che nessun concittadino userebbe mai nella vita reale) senza però un valido motivo. Se i blaster dell’adattamento italiano dei nuovi Star Wars possono rifarsi ad un linguaggio presente tra i videogiocatori e che quindi qualcuno troverà familiare (e di quanto sia triste e culturalmente abietto ne ho già parlato fin troppo in passato), non si può certo dire che “airlock” sia tra le parole straniere attualmente in uso nella cultura popolare del momento. Eppure, con le giustificazioni più varie, airlock si sta insinuando sempre più spesso (e più insidiosamente) nel cinema doppiato senza alcuno sforzo per renderlo comprensibile a tutti (Interstellar e The Martian rei convinti e, più di recente, anche Life non è stato da meno nonostante il resto del film fosse adattato perfettamente).

Già nel 2014 introducevo Interstellar con questa vignetta che mi pare adatta all’occasione:

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…come non disse mai nessuno nella saga di Alien.

Il mio commento sotto quelle vignette continua ad essere valido: la saga di Alien, Covenant incluso, rimane priva di “airlock” per il momento… per fortuna! La parola “airlock” non porta con sé nessun concetto ignoto o inesprimibile in lingua italiana e se l’equivalente italiano risultasse troppo lungo per il labiale di certe scene vuol dire che bisogna fare qualche salto mortale in più. Se sono riusciti ad infilarci un equivalente nostrano per 70 anni, non vedo come improvvisamente possa diventare un problema insormontabile del doppiaggio italiano, tanto da dover lasciare la parola in inglese. Ma va be’, “airlock” non c’era nei dialoghi doppiati di Covenant. [*Piccolo applauso*]

Idiotismi alieni

La versione italiana di Covenant, per quanto nel suo complesso ottima (quindi valutate la mia critica con il dovuto peso) purtroppo non è esente da strascichi di esigenze aziendali moderne, quelle che impongono un’inventiva pari a zero da parte dei dialoghisti e, per l’amor di Dio, di non azzardarsi mai ad adattare niente. Il testo originale è sacro e inviolabile, anche a costo di tradurlo alla lettera e quindi, paradossalmente, anche a costo di renderlo meno comprensibile in italiano.

E qui voglio puntare il dito su eventuali figure estere che supervisionano i doppiaggi italiani perché quando sentiamo questa frase della buonanotte “non farti mordere dai ragni“, il bilingue che è in me si domanda se possano realmente aver avuto il coraggio di tradurre alla lettera il detto “don’t let the bed bugs bite” (letteralmente: non farti mordere dalle cimici dei letti) che nel mondo anglosassone è una frase rituale della buonanotte, in rima (la frase intera è: Goodnight/Sleep tight, don’t let the bed bugs bite) e che in Italia ha equivalenza solo con “buonanotte e sogni d’oro”, cioè la nostra tipica frase da coperte rimboccate. Diversa concettualmente? Certo che sì, origina da una cultura diversa dalla nostra! Non possiamo certo aspettarci di poter ricavare l’italiano ritraducendo alla lettera una lingua estera. Poco importa che abbiano cambiato il parassita di riferimento (ragni invece di cimici. Quali ragni? Quelli rossi domestici con cui abbiamo più familiarità qui in Italia?), la frase è comunque tradotta alla lettera ed è insensata. Punto.

Con questo esempio appare molto evidente il limite della traduzione letterale, tanto amata dai supervisori americani al doppiaggio e da alcuni ignoranti che popolano il web. In inglese si tratta di una frase di rito che come tale viene percepita dal pubblico anglosassone, il personaggio di Michael Fassbender la usa per dare la buonanotte e non sta realmente consigliando alla protagonista di non farsi mordere dalle cimici del letto durante il sonno, né tanto meno da ragni. Le espressioni idiomatiche di solito funzionano proprio così.

idiomatismo definizione

Ve la stampate sul muro, per favore?

Trasporre questa frase in maniera letterale vuol dire ribaltare la percezione della stessa. Per il pubblico italiano infatti non può che risultare come uno stravagante consiglio che sbuca letteralmente dal nulla (non farti mordere dai ragni? Che c’entrano i ragni? QUALI RAGNI?), di certo non è una frase che può essere percepita dal pubblico italiano come una tipica buonanotte.
Già ce lo vedo il supervisore americano che inorridisce quando scopre che le “cimici del letto” possano diventare “sogni d’oro” in italiano. Giammai! Ed ecco dunque che traducendo alla lettera in modo da rispettare la (sacra) fonte si è stravolto lo scopo della frase originale, ottenendo l’effetto opposto.

Se qualcuno venisse dirmi che in inglese l’androide-Fassbender stava facendo un velato riferimento ai mostri che si attaccano alla faccia per impiantare embrioni alieni (noti tra i fan come “facehuggers“) si aspetti un mio ceffone, virtuale.

Una traduzione più accettabile di “goodnight, don’t let the bed bugs bite” sarebbe potuta essere “dormi bene e non fare brutti sogni” (altra frase plausibile nel contesto), non certo “non farti mordere dai ragni”, a meno che non si voglia alienare il pubblico italiano. ALIEN-are, capito? ALIEN-… capito? [*Flauto a coulisse*]

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Mater è morta, stronzo.

L’aderire a tutti i costi alle fonti non di rado manda a puttane la continuità con altri film della stessa saga. Lo abbiamo visto con tutti i nuovi Guerre Stellari e lo troviamo anche qui, sebbene limitato ad una singola scelta: il computer di bordo adesso si chiama Mother (come in inglese) e non più Mater come accadeva nella versione doppiata di Alien.

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eh già.

Poco male se la discontinuità nell’adattamento si limitasse ad un singolo caso ma forse si sono dimenticati che in Alien – La clonazione (Alien: resurrection, 1997) il computer di bordo, Father, era stato adattato in Pater (“Pater è morto, stronzo” cit.), una scelta di Tonino Accolla che era rispettosa dell’adattamento del primo film e dei fan, dava coerenza al tutto. Ah, la coerenza… [*Silenzio*].

A proposito di coerenza, una brevissima nota sul titolo dato da Scott a questo seguito di Prometheus. Per chi non avesse visto il film, il titolo rimane in inglese perché “Covenant” è il nome della nave presente nel film, esattamente come accadeva in Prometheus, solo che lì non veniva preceduto dal marchio registrato “Alien”. Speriamo che alla fine della nuova trilogia quel rincoglionito di Scott non andrà a ri-titolare tutti i film così da avere “Alien: Prometheus”, “Alien: Covenant”, “Alien: Nostromo”, “Alien: Sulaco”, etc… fine della parentesi sul titolo (che niente ha a che vedere con l’adattamento italiano).

Per farla breve, Mother e la buonanotte aracnoidea mi puzzano di imposizione dall’alto ma posso soltanto tirare ad indovinare.

Tutto qui? Solo due errori, Evit? Be’, che io ricordi, sì. Se vogliamo proprio andare a scavare, potrei anche aggiungere che la pronuncia del cognome di Robinson Crusoe (“un Crusoe, per intenderci” cit.) è la prima volta che la sento dire all’inglese (Crùso… /’kruzo/) e, per carità, è tecnicamente corretta ma certamente non la più familiare per il pubblico italiano. Crusoe è sempre stato pronunciato in moltissimi modi, da Crusò a Crusoè con più varianti della ricetta per la pastiera napoletana. Teoricamente parlando potremmo sostenere che, essendo britannici sia l’autore sia il personaggio, la cosa più corretta da fare sarebbe quella di pronunciarlo all’inglese (Crùso) e se tale romanzo fosse stato scritto l’anno scorso vi darei pienamente ragione. Ma con personaggi entrati nella cultura italiana da qualche secolo è un po’ più difficile fregarsene, perché dovremmo anche ignorare lo storico adattamento italiano che da 217 anni (prima edizione italiana è del 1800) lo vede nominato come Robinson Crusoè (pronuncia: /robinˈsɔŋ kruzoˈɛ*/), come ci ricorda anche la voce del dizionario di ortografia e di pronunzia della Rai. Chi siamo noi per ignorare oltre 200 anni di pronuncia italianizzata? È dunque un errore? Non esattamente ma quando sento “un crùso, per intenderci“, da italiano con 217 anni di Crusò/Crusoè alle spalle, diciamo che rimango spiazzato per un ventiquattresimo di secondo.
Mi piace immaginare il robot David (che si era studiato tutte le lingue del mondo) come una sorta di talebano della letteratura con momentanei slanci di estro filologico che solo in pochi possono apprezzare.

(Come suggeritomi dal lettore “Napoleone Wilson”, a voler essere estremamente pignoli, in Italia in genere se si vuole fare un paragone con il personaggio di Defoe si usa direttamente il nome proprio Robinson. Sarebbe stato più chiaro e immediato che dire “un crùso”.)

Nazi vs grammar nazi

Solo due-tre errori allora? Per coloro che valutano la qualità di un adattamento soltanto come una somma algebrica, sì, solo due-tre errori in tutto, per il resto si trattava di un adattamento quasi invisibile, ovvero il massimo complimento che si possa fare ad un adattamento. Io però spero di fornirvi altri metri di giudizio e spunti di riflessione in merito ad elementi sui quali molti sorvolano pericolosamente. Vedere una traduzione letterale di “don’t let the bed bugs bite” nel 2017 fa più male al cuore di un silicon che nel 1979 viene tradotto ingenuamente come silicone invece che come silicio (vedi Alien (1979) – L’alieno è siliconato), ma sono certo che non rifletta il livello di bravura o le mancanze del dialoghista di turno, piuttosto un modo di fare comune da parte dei committenti che mettono bocca in quella che alla fine continua ad essere una vera e propria arte, la traduzione.
L’ossessione della fedeltà al testo originale da parte dei supervisor talvolta è così estrema e dettata da tale ignoranza che porta ad insensate traslitterazioni di frasi idiomatiche. Nel mondo della traduzione non c’è niente di più grave.

Se passasse l’idea che dopotutto non si tratta poi di chissà quale reato linguistico, magari presto o tardi cominceremo anche a tagliare gli angoli per risparmiare, a perdere la nave, a sedere sullo steccato, a prendere le cose con un pizzico di sale e ad attraversare i ponti. Perché questa è la strada intrapresa dal doppiaggio italiano: traduzioni dirette e termini inutilmente lasciati in inglese perché tanto… che fa?
Se poi si dovesse trattare davvero di un errore umano commesso dal traduttore o dal dialoghista mi sentirei molto più sollevato.

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Disse Ridley Scott in livornese parlando della saga.

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Se volete una recensione del film e non solo del suo adattamento, vi rimando all’autorevole articolo del blogger Lucius Etruscus. Non dimenticate anche la nostra discussione pre-film
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…e il nostro episodio della serie “non comprate quel biglietto
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[Video] Prequel-sequel-reboot 2017

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In preparazione alla visione di Alien: Covenant e di dozzine di altri film tra sequel e reboot (seguiti e rifacimenti) tra i quali Blade Runner 2049, IT, The War – Il pianeta delle scimmie (qualcuno alla distribuzione italiana la deve proprio detestare questa nuova serie sul pianeta delle scimmie perché ogni singolo titolo è sbagliato o stupido), abbiamo pubblicato una breve conversazione di svago cinematografico a tema.

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Seguiranno articoli sui loro adattamenti italiani se necessario.

[Italian credits] Il diavolo è femmina (1935)

Questa settimana torniamo a tuffarci nel fascino del bianco e nero, con i titoli italiani di un altro “classicone” trasmesso dalla sempre prolifica Retecapri.
Si tratta de Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett, 1935) diretto dal celebre George Cukor per la RKO e interpretato da due mostri sacri: la giovanissima Katharine Hepburn (anzi, Caterina Hepburn nella grafia italiana dell’epoca) e un particolarmente gioviale Cary Grant.
Il film arriva in Italia il 14 dicembre 1938 e rimane a lungo nei cinema, prima di riapparire il 10 ottobre 1977 su Rete Uno (Rai1) all’interno di un ciclo televisivo dedicato alla Hepburn.

Prima edizione DVD, targata MHE / Elleu 2003

Ignoto al mondo dell’home video, la pellicola in pratica scompare nel nulla per decenni finché il 12 giugno 2003 la MHE (Mondo Home Entertainment) ed Elleu lo presentano in DVD, ristampato poi nel 2010 dalla compianta Stormovie: per ora non ho modo di sapere se queste due edizioni digitali siano identiche fra loro, ma non escludo future “cacce fortunate”.

Il film è tratto dal romanzo La strana vita di Sylvia Scarlett (The Early Life and Adventures of Sylvia Scarlett, 1918) di Compton Mackenzie (Garzanti 1947, traduzione di Mario Benzi), ritradotto da Elisabetta Stefanini per Elliot nel 2013 come Vita e avventure di Sylvia Scarlett.
La fortuna del personaggio spingerà Mackenzie a tornare a raccontarne le vicende nei romanzi Adventures of Sylvia Scarlett (1950) e Sylvia Scarlett (1971), inediti in Italia.

da “La Stampa”, 14 dicembre 1938

Fuggita dalla Francia al seguito del padre, che ha perso tutto al gioco e ha i creditori alle costole, Sylvia Scarlett (Katharine Hepburn) aiuta l’amato genitore portando i capelli corti e vestendosi da uomo e facendosi chiamare Sylvester: una figlia a carico sarebbe solo un peso, mentre un uomo ha tutte quelle libertà negate ad una donna. (Ehi, la storia è del 1918, non c’è da stupirsi!)
In Inghilterra la vita non sarà facile così i due decidono di darsi alla criminalità, aiutati dal ladruncolo-truffatore Jimmy Monkley (Cary Grant). Con colpi degni del miglior Cattivik, il terzetto di decerebrati proprio non riesce a rubare neanche un sasso, così diventano clown in spettacolini da località balneare e poi si finisce tutti nella commedia sentimentale quando il cuore di ragazza di Sylvia sciaborda dai rudi vestiti da maschietto che è costretta ad indossare.

Il momento più alto è quando la voce italiana di Cary Grant – Cesare Barbetti – chiama la co-protagonista… «Silvestro Scarletto». Quel momento da solo vale l’intero film!

Ridoppiaggio

da “La Stampa”, 8 ottobre 1977

Il nostro lettore Andrea87 fa notare che la doppiatrice della Hepburn, Maria Pia Di Meo, essendo nata un anno dopo la prima apparizione italiana di questo film sta a testimoniare come le immagini qui presentate si debbano per forza riferire ad un ridoppiaggio successivo.
Plausibilmente la riedizione del film si può far risalire al ciclo “Le mille stagioni di Katharine Hepburn“, titolo con il quale nell’ottobre 1977 Rete Uno (Rai1) presentò dieci film dell’attrice ad un pubblico che in pratica li ignorava: erano apparsi al cinema molti decenni prima e, non esistendo né home video né passaggi televisivi, quei dieci titoli erano in pratica dieci prime visioni.

Per completezza d’informazione, riporto i dieci film che hanno composto quel ciclo Rai del 1977: 1) Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett, RKO 1936); 2) Maria di Scozia (Mary of Scotland, RKO 1936); 3) Palcoscenico (Stage Door, RKO 1937); 4) Susanna! (Bringing up Baby, RKO 1938); 5) Il mare d’erba (The Sea of Grass, MGM 1947); 6) La costola di Adamo (Adam’s Rib, MGM 1949); 7) Tempo d’estate (Summertime, UA 1955); 8) Improvvisamente l’estate scorsa (Suddenly Last Summer, Columbia 1959); 9) Il leone d’inverno (The Lion in Winter, Avo-Embassy 1968); 10) Amore tra le rovine (Love Among the Ruins, 1975).

Titoli di testa

Scritte nel film

Titoli di coda

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P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

– Ultimi post simili:

[Video] Non comprate quel biglietto #17 e #18 (SPECIALE 2017)

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Tornano le nostre discussioni private di svago cinematografico per la serie Non comprate quel biglietto; in questi due episodi facciamo una rapida rassegna dei film di inizio 2017.

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Fi-Pi-Li horror festival 2017 – L’evento toscano che non dovreste perdervi

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Alla sua sesta edizione, il festival cine-letterario “Fi-Pi-Li” ritorna ad occupare uno spazio di rilievo nel panorama dei corti, degli autori emergenti, delle proiezioni inedite e degli ospiti speciali legati al cinema.

Non sono nuovo ad eventi internazionali organizzati dal basso, quelli nati per iniziativa di pochi privati i quali, con un dispendio di energia pari soltanto alla passione che li guida (e sempre con una bella dose di rischio economico), riescono a riproporre con costanza uno spazio culturale molto più significativo di dozzine di altri festival che invece nascono per volontà politica con finanziamenti a pioggia e comparsate di personaggi dell’amministrazione pubblica in cerca di visibilità o, ancora peggio, di fiere create dal nulla soltanto per sfruttare modelli commerciali che in altre città si sono dimostrati di grande successo finanziario. Eppure il Fi-Pi-Li horror festival mi ha lasciato profondamente stupito.

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Il bello degli eventi nati dal basso è che riescono a mantenersi a misura d’uomo, il contatto tra visitatori, artisti e organizzatori avviene in maniera semplice, organica, senza forzature.
Ad esempio, entri al nuovo teatro delle commedie di Livorno di domenica mattina e ti ritrovi subito davanti un’artista che con il suo lavoro ha influito in maniera incalcolabile sulla distribuzione cinematografica italiana. Magari non lo hai mai sentito nominare perché non sei un esperto di artisti della cartellonistica italiana ma basta fare quattro passi alla sua destra, dove gli organizzatori del Fi-Pi-Li festival hanno allestito una piccola mostra con alcuni dei poster cinematografici dell’artista, e sai già che lì seduto a quel modesto tavolino c’è il tuo nuovo eroe che fino ad un minuto prima non sapevi di dover ringraziare.

Se la piccola mostra di locandine ti ha incuriosito, cerchi su internet altri lavori dello stesso artista per avere il quadro completo della sua carriera e l’ultrasettantenne lì seduto ascende automaticamente a livello divinità… ed è lì a due passi da te. Ti avvicini, lo scopri persona modesta e affabile, gli fai tante domande, ti togli tante curiosità. È proprio questo il bello dei festival a misura d’uomo, come semplice visitatore puoi fare esperienze inimmaginabili che in eventi più grandi, più sponsorizzati, più blasonati, più tutto, potresti solo sognare… oppure che puoi mettere in atto grazie ad un comodissimo “pass VIP” che ti costringe ad imbarazzanti e fugaci interazioni forzate per la modica cifra di 40 euro+prevendita.

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Al Fi-Pi-Li l’interazione con gli artisti è alla portata di tutti, si possono fare incontri straordinari e se come me possedete una certa curiosità per le testimonianze dirette, magari potreste togliervi anche qualche dubbio storico: i soggetti delle locandine che venivano disegnate in quegli anni (spesso sconnesse dal film stesso) seguivano indicazioni precise del distributore italiano oppure erano a libera interpretazione? Chi decideva che La Casa (Evil Dead) fosse ben rappresentato da una riproposizione della casa di Psycho con tanto di madre di Norman alla finestra? Se siete curiosi di conoscere la risposta che mi è stata data, i suoi disegni erano tutti di libera interpretazione basata unicamente sul titolo e su una vaga descrizione della trama, a volte neanche quello. Ciò non gli impediva di creare opere che sarebbero diventate incontestabilmente iconografiche e non di rado superiori alla locandine estere.
Sono stato anche felice di sapere che la moda attuale di pubblicare copertine Blu-Ray in stile “old-new”, retro-nostalgico, sta cominciando a riportare il lavoro nelle mani dei veri artisti della cartellonistica come Sciotti, a scapito di insipidi (e spesso maldestri) collage in Photoshop che dall’avvento del formato DVD ci fanno rimpiangere le vecchie VHS!

Enzo Sciotti era lì con i suoi poster in vendita a prezzi auto-concorrenziali (inferiori a quelli presenti sul suo stesso sito) ma l’acquisto non era necessario, potevi anche solo fermarti a chiacchierare con lui e farti una foto insieme. Inimmaginabile un incontro simile ad un festival con tappeti rossi o alle fiere i cui nomi terminano in “-omics”.

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Allo stesso tempo Sergio Stivaletti, creatore di effetti speciali per Argento, Bava, Salvatores e molti altri, conduceva un suo corso (“workshop”) di trucco (“make-up”) e per un conflitto di orari non mi è riuscito di incontrarlo, peccato perché volevo raccontargli di come la scena della rimozione degli occhi cibernetici in Nirvana di Salvatores aveva fatto scappare via due anziani dalla sala, nel lontano 1997.

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Nirvana (1997)

Dire che all’epoca quella scena fece schifo anche a me penso sia un buon complimento da fare ad un creatore di effetti speciali.

Nel primo pomeriggio sono riuscito a guardare alcuni corti internazionali dalla Scozia, dalla Spagna e dalla Francia, quello scozzese sottotitolato in francese, quello spagnolo sottotitolato in inglese, quello francese in swahili. Scherzo ovviamente, almeno quello francese era sottotitolato in italiano. Il mio coinvolgimento da spettatore però è terminato lì per via di altre attività in programma nelle quali ero coinvolto in prima persona. La giornata di domenica 23 infatti era dedicata al regista John Carpenter ed ha portato una serie di sorprese inedite.

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Frusciante che parla di Carpenter. Sulla sinistra io che rido alla sua descrizione di E.T.

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Ad un’introduzione di Federico Frusciante dedicata a Carpenter è seguita la mia presentazione di due audiovisivi a sorpresa:

  1. il prologo apocrifo a Per un pugno di dollari, andato in onda solo una volta per la televisione americana nel 1977 e chiara fonte di ispirazione per il film 1997: Fuga da New York. Per la prima volta viene proiettato in Italia, a questo festival, con sottotitoli da me curati.
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  2. A questa curiosità è seguita la versione italiana restaurata di 1997: Fuga da New York che dopo 36 anni torna ad essere proiettata così come appariva nei nostri cinema nel 1981, con titoli di inizio fedeli alla pellicola italiana, audio stereofonico originale e, per la prima volta nella storia del film, con oltre 220 fotogrammi ripuliti individualmente. Un lavoro di preservazione storica cinematografica che mi ha tenuto impegnato per svariati mesi e che supera in qualità qualsiasi versione attualmente esistente.

Vi ricordo il mio articolo sull’adattamento e il doppiaggio di Fuga da New York reperibile qui.

La giornata dedicata a Carpenter è arrivata a conclusione grazie al creatore del blog John Carpenter Italia, presente anche su Facebook con la pagina Il Seme della Follia, il quale ha portato al festival un’altra proiezione inedita, Captain Voyeur, il primo corto del regista statunitense, girato nel 1969 quando era ancora studente dell’università di cinema in California e ritrovato da un archivista solo nel 2011, per caso. Il corto di 8 minuti presenta elementi che poi ritroveremo nei film di Carpenter, in particolare Halloween, ed è stato considerato di importanza storica dal National Film Preservation Foundation.

Il giorno successivo mi sarei perso Maurizio Nichetti (spero che qualcuno abbia registrato il suo intervento intitolato “da Roger Rabbit a Volere volare“) e Ruggero Deodato, ma il festival è così ricco in tutti i suoi quattro giorni che risulta difficile riuscire a godere a pieno di tutte le cose che riesce ad offrire.

Il mio profondo ringraziamento agli organizzatori Alessio Porquier e Ciro Di Dato sia per l’ottima organizzazione dell’evento sia per l’invito e lo spazio che hanno messo a mia disposizione.

Trofei della giornata

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Foto con l’amministratore di “Il seme della follia”

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Federico Frusciante sempre emozionato dal farsi le foto con me

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A memoria della mia partecipazione