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[Italian credits] A noi piace Flint (1967)

Nuova sorpresa dalla Fox Video, nota per non inserire mai localizzazioni italiane nelle VHS dei suoi film: dopo Il pianeta delle scimmie, ho trovato un altro film con splendide scritte italiane, con grafica d’altri tempi. Si tratta di A noi piace Flint (In Like Flint, 1967) di Gordon Douglas, seconda (e per fortuna ultima) avventura dell'”antispione” di James Coburn.

Essendo io totalmente immune dal fascino di James Bond, mi ritrovo nell’impossibilità di giudicare questo film: mi sembra spaventosamente datato e ridicolo proprio come il Bond di Sean Connery che gli è coevo, solo che quest’ultimo è sopravvissuto ai propri simili.
Eroi come il Derek Flint di Coburn o il Matt Helm di Dean Martin appartengono tutti alla stessa decade cinematografica, quegli anni Sessanta in cui il femminismo veniva usato per giustificare donnine dai costumi disinibiti, in cui si prendeva in giro la spy story e in cui si faceva sfoggio di arti marziali a casaccio. Coburn era un noto allievo di Bruce Lee, ma temo che neanche il Maestro sia riuscito ad insegnargli nulla, viste le tecniche imbarazzanti e buffonesche in cui l’attore si lancia, voglio sperare con intento parodistico.

Flint parla coi delfini, abbatte le porte con le lucette, sa ballare al Bolshoi e fa tutte quelle buffonate che gli valgono il titolo di “Austin Powers ante litteram“: non c’è un solo fotogramma serio in questo film, sebbene sia tutto identico ad un qualsiasi James Bond dell’epoca…

Sex symbol dal pantalone ascellare!

Arrivato nei cinema italiani il 13 aprile 1967, l’unica VHS di cui ho trovato prove certe risale alla “James Coburn Collection” del 1993! Forse non sono il solo ad aver trovato particolarmente ridicolo questo film…
In DVD invece il film è presentato dalla Koch Media dal 2010 e dalla collana “Cineclub Mistery” (Golem Video) dal 22 aprile 2015.

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L.

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Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni due venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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[Italian credits] Verdi dimore (1959)

Prima di Tarzan, prima dell’esplosione della moda dell'”uomo bianco che vive nella jungla”, a vivere in simbiosi con la natura era una donna: The Bird Girl. Inutile negarlo, “La ragazza uccello” non è proprio la definizione più felice che si possa pensare e può dare adito a varie battutine, meglio chiamarla come poi è stato ribattezzato l’intero genere: Jungle Girl.

La Hepburn nel ruolo della Jungle Girl

Sul Zinefilo sto dedicando un lungo speciale a questo tema: dopo il lungo viaggio nei monkey movies (con i sottogeri Pianeti delle Scimmie e King Kong e i suoi fratelli) era scontato passare a Tarzan, e allora perché non ampliare il discorso alla Jungle Girl? Ovviamente sto andando a scovare i titoli più assurdi e impensabili, perché ogni titolo famoso copia da un precedente ignoto: il celebre finale di King Kong (1933), per esempio, si limita a ripetere la stessa scena del Dottor Miracolo (1932), che a sua volta la prende da La figlia della jungla (1925).
Insomma, dietro a tutto… c’è sempre una donna.

Il naturalista ed ornitologo William Henry Hudson, americano ma nato e cresciuto nei pressi di Buenos Aires, ha scritto molto ma ha visto diventare celebre solo un suo libro: Verdi dimore (Green Mansions. A Romance of the Tropical Forest, 1904; Bompiani 1945).
Nel dopoguerra la MGM passa anni ad organizzare un film tratto dal romanzo e sceglie anche la protagonista: l’italianissima Pier Angeli (pseudonimo della cagliaritana Anna Maria Pierangeli). Poi tutto si ferma e la nostra connazionale rimane fregata: quando il progetto riparte la protagonista è Audrey Hepburn e il regista è suo marito, l’attore Mel Ferrer.
Il film Verdi dimore (Green Mansions, 1959) è un disastro così titanico che Ferrer viene accompagnato alla porta e gli viene data l’esclusiva: è escluso che farà ancora il regista! (Grazie Francesco Salvi per la battuta…)

Arrivato nelle sale italiane il 16 settembre 1959, il 19 dicembre 1981 inizia sulla RAI la sua non lunga vita televisiva. Ignoto all’home video, nel 2014 due case simili se lo contendono e lo fanno uscire in DVD: A&R Productions il 29 agosto, Golem Video il 24 settembre.

Per saperne di più sul film vi rimando al mio post sul Zinefilo, mentre dal sito di Antonio Genna scopro che questo è l’unico film in cui la Hepburn è doppiata da Fiorella Betti. Anthony Perkins invece è doppiato dal consueto Gianfranco Bellini.

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L.

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[Italian credits] La mummia (1999)

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo! (Siete tutti invitati.)

Questa settimana è il turno dei titoli italiani dimenticati del secondo grande film Universal sulla celebre creatura bendata: La mummia (The Mummy, 1999), scritto e diretto da Stephen Sommers.
Il film esce in patria il 16 aprile 1999 e arriva in Italia il 27 agosto successivo.

Le immagini che seguono sono tratte da un’edizione VHS Universal – trovata fortunosamente tra la polvere di un mercatino – che non riporta altra data se non un «Packaging Design 1999 Universal Picture (Italy)».
Non c’è niente che faccia pensare a ristampe: sembra davvero una prima edizione o almeno così mi piace pensare.

Faccio notare quanto sia orribilmente brutta la grafica italiana del titolo del film…

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[VIDEO] Non comprate quel biglietto #19: “Alien: Covenant”

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Per coloro che seguono le nostre discussioni di svago cinematografico, è arrivato il nuovo episodio della rubrica non comprate quel biglietto, oggi dedicata ad Alien: Covenant.

copertina

Dell’adattamento e del doppiaggio italiano di Covenant invece ho già parlato nel mio ultimo articolo Alien Covenant e gli idiotismi della traduzione italiana moderna.

Altri articoli e recensioni “aliene”:

Alien (1979) – L’alieno è siliconato (articolo sull’adattamento italiano di Alien)
Aliens – scontro finale (1986) (articolo sull’adattamento italiano di Aliens)
Videocommento a PROMETHEUS  (dalla nostra serie  “i videocommentatori”)
Alien Covenant – La recensione nuclearizzata (recesione del film sul blog Il ZinefiloViaggi nel cinema di serie Z)
e per chi sa leggere l’inglese, questa splendida e comica disamina del film dal blog Cinewipe che vi consiglio caldamente:
Alien: Covenant review – An ungodly hybrid

[Italian credits] La mummia (1932)

Sta per arrivare in Italia il nuovo film di Tom Cruise, The Mummy, e quindi è il momento di scatenare un raffica di post a blog unificati: è il momento di parlare di mummie nell’immaginario collettivo! (Siete tutti invitati.)

In questo grande ciclo inter-blog, mi sembra doveroso presentare i deliziosi titoli italiani del film La mummia (The Mummy, 1932) di Karl Freund, con il mitico Boris Karloff: per l’occasione presentato unicamente come “Karloff the Uncanny”.
Presentato in patria il 22 dicembre 1932, arriva nei cinema italiani il 7 novembre 1933.

da “La Stampa”, 7 novembre 1933

Le schermate che vi presento sono precedenti alle edizioni rimasterizzate – e ridoppiate – in digitale: appartengono alla vita più “rozza” del film, quando durava solamente 62 minuti (contro i 72 originali!) e le stupende voci dei personaggi erano ricoperte di fruscio. Era il tempo in cui questo Boris Karloff era doppiato da Mario Ferrari – come dice Antonio Genna e confermo, grazie alla consulenza di Evit – e in cui le scritte venivano tradotte. Mi piace illudermi che sia la versione del film che videro i nostri connazionali nel 1933, ma non oso sperare tanto…
Da dove arrivano dunque queste schermate? Da un’edizione VHS della M&R che definire rara è poco, ma che per fortuna si può ancora trovare.

da “La Stampa”, 11 luglio 1933, quando il film si chiamava ancora “La mummia di Thot”

La vita in home video

Stupisce quanto sia rara una copia in VHS de La mummia pur essendo stato abbondantemente ristampata. Il titolo appare infatti nei cataloghi M&R, Swan Video, Skema, Videobox, Ricordi Video, Fonit Cetra Video, Eden Video, 20th Century Fox Home Entertainment, CDE Home Video, Hobby&Work, Universal. Tutto scomparso nel nulla – a parte Hobby&Work (1994) e Universal (1999). E qui scatta un ricordo personale.

Fra il 1990 in cui acquistai la VHS di Frankenstein (1931) e il 1992 in cui l’uscita del Dracula di Coppola fece rispolverare ai distributori nostrani il Nosferatu di Murnau, in edicola iniziò una serie di videocassette dedicate ai grandi classici dell’orrore: una serie che ho amato molto ma di cui purtroppo dopo tanti anni non sono riuscito a conservare neanche il titolo. Agli albori del fenomeno delle “edicole-videoteche”, diversi titoli d’annata – alcuni celebri altri molto meno – venivano venduti a prezzi abbordabili quando le videocassette originali non erano ancora economiche.
Purtroppo non sono riuscito a recuperare altre informazioni dalla mia memoria, ma i titoli usciti sicuramente in questa collana sono quelli che ho acquistato, di cui dunque posso dare testimonianza diretta: Nosferatu il vampiro (1922), La mummia (The Mummy, 1932), Il bacio della pantera (Cat People, 1942) e Notti di terrore (The Devil Bat, 1940), film costruito a tavolino con scene ripetute con protagonista Bela Lugosi. Sicuramente ne ho acquistati di più ma questi sono gli unici che, spremendomi le meningi, riesco a ricordare.
Mi piace pensare che l’edizione VHS di cui riporto qui le immagini sia la stessa che comprai nei primi anni Novanta.

Segnalo che, con un nuovo doppiaggio, la Universal Pictures presenta La mummia in DVD Original Monsters dal 19 ottobre 2005 e in edizione DVD Speciale (2 dischi) dal 17 settembre 2008. Poi lo riprende la Sinister Film che lo ristampa dal 15 aprile 2014 nella collana “Horror d’Essai”, con presentazione di Luigi Cozzi, e infine dall’8 giugno 2017 la Universal presenta il film in una edizione Blu-ray (2 dischi).

Il racconto della mummia

Come regalo speciale per il ciclo dedicato alla mummia, ecco il racconto di Imhotep – con la voce di Mario Ferrari, fino a prova contraria – in cui racconta eventi di tremila anni precedenti. «Vi sveglierò memorie d’amore, di delitti e di morte…»

(Potete anche scaricare l’mp3, aprendo in una nuova finestra con il tasto in altro a destra)

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Scritte di presentazione

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L.

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“Alien: Covenant” e gli idiotismi della traduzione italiana moderna

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Cari lettori…

Quando un nuovo film di Alien girato da Ridley Scott si rivela essere la più grande stronzata da quando l’uomo inventò l’alieno[*], puoi solo sperare che il doppiaggio italiano lo deturpi in maniera ridicola, così da farsi due risate almeno su questo blog. Invece no, il disappunto con Alien: Covenant è totalizzante: la versione italiana non fa schifo. Hanno fatto un buon lavoro.
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C’è soltanto un piccolo particolare…
Colombo
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È vero, di inglesismi stupidi o inutili non ce ne sono in Alien: Covenant, ad esempio non si parla mai di “airlock” bensì ritornano le vecchie care (e familiari) “camere stagne” e vi assicuro che di questi tempi il non sentire certe parole in un doppiaggio italiano è un autentico sollievo. Da qualche anno infatti sembra che la parola airlock abbia cominciato a farsi strada nel doppiaggese (quell’italiano che sentiamo solo nei film doppiati ma che nessun concittadino userebbe mai nella vita reale) senza però un valido motivo. Se i blaster dell’adattamento italiano dei nuovi Star Wars possono rifarsi ad un linguaggio presente tra i videogiocatori e che quindi qualcuno troverà familiare (e di quanto sia triste e culturalmente abietto ne ho già parlato fin troppo in passato), non si può certo dire che “airlock” sia tra le parole straniere attualmente in uso nella cultura popolare del momento. Eppure, con le giustificazioni più varie, airlock si sta insinuando sempre più spesso (e più insidiosamente) nel cinema doppiato senza alcuno sforzo per renderlo comprensibile a tutti (Interstellar e The Martian rei convinti e, più di recente, anche Life non è stato da meno nonostante il resto del film fosse adattato perfettamente).

Già nel 2014 introducevo Interstellar con questa vignetta che mi pare adatta all’occasione:

alien-vignetta

aliens-vignetta

…come non disse mai nessuno nella saga di Alien.

Il mio commento sotto quelle vignette continua ad essere valido: la saga di Alien, Covenant incluso, rimane priva di “airlock” per il momento… per fortuna! La parola “airlock” non porta con sé nessun concetto ignoto o inesprimibile in lingua italiana e se l’equivalente italiano risultasse troppo lungo per il labiale di certe scene vuol dire che bisogna fare qualche salto mortale in più. Se sono riusciti ad infilarci un equivalente nostrano per 70 anni, non vedo come improvvisamente possa diventare un problema insormontabile del doppiaggio italiano, tanto da dover lasciare la parola in inglese. Ma va be’, “airlock” non c’era nei dialoghi doppiati di Covenant. [*Piccolo applauso*]

Idiotismi alieni

La versione italiana di Covenant, per quanto nel suo complesso ottima (quindi valutate la mia critica con il dovuto peso) purtroppo non è esente da strascichi di esigenze aziendali moderne, quelle che impongono un’inventiva pari a zero da parte dei dialoghisti e, per l’amor di Dio, di non azzardarsi mai ad adattare niente. Il testo originale è sacro e inviolabile, anche a costo di tradurlo alla lettera e quindi, paradossalmente, anche a costo di renderlo meno comprensibile in italiano.

E qui voglio puntare il dito su eventuali figure estere che supervisionano i doppiaggi italiani perché quando sentiamo questa frase della buonanotte “non farti mordere dai ragni“, il bilingue che è in me si domanda se possano realmente aver avuto il coraggio di tradurre alla lettera il detto “don’t let the bed bugs bite” (letteralmente: non farti mordere dalle cimici dei letti) che nel mondo anglosassone è una frase rituale della buonanotte, in rima (la frase intera è: Goodnight/Sleep tight, don’t let the bed bugs bite) e che in Italia ha equivalenza solo con “buonanotte e sogni d’oro”, cioè la nostra tipica frase da coperte rimboccate. Diversa concettualmente? Certo che sì, origina da una cultura diversa dalla nostra! Non possiamo certo aspettarci di poter ricavare l’italiano ritraducendo alla lettera una lingua estera. Poco importa che abbiano cambiato il parassita di riferimento (ragni invece di cimici. Quali ragni? Quelli rossi domestici con cui abbiamo più familiarità qui in Italia?), la frase è comunque tradotta alla lettera ed è insensata. Punto.

Con questo esempio appare molto evidente il limite della traduzione letterale, tanto amata dai supervisori americani al doppiaggio e da alcuni ignoranti che popolano il web. In inglese si tratta di una frase di rito che come tale viene percepita dal pubblico anglosassone, il personaggio di Michael Fassbender la usa per dare la buonanotte e non sta realmente consigliando alla protagonista di non farsi mordere dalle cimici del letto durante il sonno, né tanto meno da ragni. Le espressioni idiomatiche di solito funzionano proprio così.

idiomatismo definizione

Ve la stampate sul muro, per favore?

Trasporre questa frase in maniera letterale vuol dire ribaltare la percezione della stessa. Per il pubblico italiano infatti non può che risultare come uno stravagante consiglio che sbuca letteralmente dal nulla (non farti mordere dai ragni? Che c’entrano i ragni? QUALI RAGNI?), di certo non è una frase che può essere percepita dal pubblico italiano come una tipica buonanotte.
Già ce lo vedo il supervisore americano che inorridisce quando scopre che le “cimici del letto” possano diventare “sogni d’oro” in italiano. Giammai! Ed ecco dunque che traducendo alla lettera in modo da rispettare la (sacra) fonte si è stravolto lo scopo della frase originale, ottenendo l’effetto opposto.

Se qualcuno venisse dirmi che in inglese l’androide-Fassbender stava facendo un velato riferimento ai mostri che si attaccano alla faccia per impiantare embrioni alieni (noti tra i fan come “facehuggers“) si aspetti un mio ceffone, virtuale.

Una traduzione più accettabile di “goodnight, don’t let the bed bugs bite” sarebbe potuta essere “dormi bene e non fare brutti sogni” (altra frase plausibile nel contesto), non certo “non farti mordere dai ragni”, a meno che non si voglia alienare il pubblico italiano. ALIEN-are, capito? ALIEN-… capito? [*Flauto a coulisse*]

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Mater è morta, stronzo.

L’aderire a tutti i costi alle fonti non di rado manda a puttane la continuità con altri film della stessa saga. Lo abbiamo visto con tutti i nuovi Guerre Stellari e lo troviamo anche qui, sebbene limitato ad una singola scelta: il computer di bordo adesso si chiama Mother (come in inglese) e non più Mater come accadeva nella versione doppiata di Alien.

mater

eh già.

Poco male se la discontinuità nell’adattamento si limitasse ad un singolo caso ma forse si sono dimenticati che in Alien – La clonazione (Alien: resurrection, 1997) il computer di bordo, Father, era stato adattato in Pater (“Pater è morto, stronzo” cit.), una scelta di Tonino Accolla che era rispettosa dell’adattamento del primo film e dei fan, dava coerenza al tutto. Ah, la coerenza… [*Silenzio*].

A proposito di coerenza, una brevissima nota sul titolo dato da Scott a questo seguito di Prometheus. Per chi non avesse visto il film, il titolo rimane in inglese perché “Covenant” è il nome della nave presente nel film, esattamente come accadeva in Prometheus, solo che lì non veniva preceduto dal marchio registrato “Alien”. Speriamo che alla fine della nuova trilogia quel rincoglionito di Scott non andrà a ri-titolare tutti i film così da avere “Alien: Prometheus”, “Alien: Covenant”, “Alien: Nostromo”, “Alien: Sulaco”, etc… fine della parentesi sul titolo (che niente ha a che vedere con l’adattamento italiano).

Per farla breve, Mother e la buonanotte aracnoidea mi puzzano di imposizione dall’alto ma posso soltanto tirare ad indovinare.

Tutto qui? Solo due errori, Evit? Be’, che io ricordi, sì. Se vogliamo proprio andare a scavare, potrei anche aggiungere che la pronuncia del cognome di Robinson Crusoe (“un Crusoe, per intenderci” cit.) è la prima volta che la sento dire all’inglese (Crùso… /’kruzo/) e, per carità, è tecnicamente corretta ma certamente non la più familiare per il pubblico italiano. Crusoe è sempre stato pronunciato in moltissimi modi, da Crusò a Crusoè con più varianti della ricetta per la pastiera napoletana. Teoricamente parlando potremmo sostenere che, essendo britannici sia l’autore sia il personaggio, la cosa più corretta da fare sarebbe quella di pronunciarlo all’inglese (Crùso) e se tale romanzo fosse stato scritto l’anno scorso vi darei pienamente ragione. Ma con personaggi entrati nella cultura italiana da qualche secolo è un po’ più difficile fregarsene, perché dovremmo anche ignorare lo storico adattamento italiano che da 217 anni (prima edizione italiana è del 1800) lo vede nominato come Robinson Crusoè (pronuncia: /robinˈsɔŋ kruzoˈɛ*/), come ci ricorda anche la voce del dizionario di ortografia e di pronunzia della Rai. Chi siamo noi per ignorare oltre 200 anni di pronuncia italianizzata? È dunque un errore? Non esattamente ma quando sento “un crùso, per intenderci“, da italiano con 217 anni di Crusò/Crusoè alle spalle, diciamo che rimango spiazzato per un ventiquattresimo di secondo.
Mi piace immaginare il robot David (che si era studiato tutte le lingue del mondo) come una sorta di talebano della letteratura con momentanei slanci di estro filologico che solo in pochi possono apprezzare.

(Come suggeritomi dal lettore “Napoleone Wilson”, a voler essere estremamente pignoli, in Italia in genere se si vuole fare un paragone con il personaggio di Defoe si usa direttamente il nome proprio Robinson. Sarebbe stato più chiaro e immediato che dire “un crùso”.)

Nazi vs grammar nazi

Solo due-tre errori allora? Per coloro che valutano la qualità di un adattamento soltanto come una somma algebrica, sì, solo due-tre errori in tutto, per il resto si trattava di un adattamento quasi invisibile, ovvero il massimo complimento che si possa fare ad un adattamento. Io però spero di fornirvi altri metri di giudizio e spunti di riflessione in merito ad elementi sui quali molti sorvolano pericolosamente. Vedere una traduzione letterale di “don’t let the bed bugs bite” nel 2017 fa più male al cuore di un silicon che nel 1979 viene tradotto ingenuamente come silicone invece che come silicio (vedi Alien (1979) – L’alieno è siliconato), ma sono certo che non rifletta il livello di bravura o le mancanze del dialoghista di turno, piuttosto un modo di fare comune da parte dei committenti che mettono bocca in quella che alla fine continua ad essere una vera e propria arte, la traduzione.
L’ossessione della fedeltà al testo originale da parte dei supervisor talvolta è così estrema e dettata da tale ignoranza che porta ad insensate traslitterazioni di frasi idiomatiche. Nel mondo della traduzione non c’è niente di più grave.

Se passasse l’idea che dopotutto non si tratta poi di chissà quale reato linguistico, magari presto o tardi cominceremo anche a tagliare gli angoli per risparmiare, a perdere la nave, a sedere sullo steccato, a prendere le cose con un pizzico di sale e ad attraversare i ponti. Perché questa è la strada intrapresa dal doppiaggio italiano: traduzioni dirette e termini inutilmente lasciati in inglese perché tanto… che fa?
Se poi si dovesse trattare davvero di un errore umano commesso dal traduttore o dal dialoghista mi sentirei molto più sollevato.

Alien-Covenant3

Disse Ridley Scott in livornese parlando della saga.

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Se volete una recensione del film e non solo del suo adattamento, vi rimando all’autorevole articolo del blogger Lucius Etruscus. Non dimenticate anche la nostra discussione pre-film
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…e il nostro episodio della serie “non comprate quel biglietto
copertina

[Video] Prequel-sequel-reboot 2017

by

In preparazione alla visione di Alien: Covenant e di dozzine di altri film tra sequel e reboot (seguiti e rifacimenti) tra i quali Blade Runner 2049, IT, The War – Il pianeta delle scimmie (qualcuno alla distribuzione italiana la deve proprio detestare questa nuova serie sul pianeta delle scimmie perché ogni singolo titolo è sbagliato o stupido), abbiamo pubblicato una breve conversazione di svago cinematografico a tema.

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Seguiranno articoli sui loro adattamenti italiani se necessario.