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[Italian credits] Guerra tra i pianeti (1954)

guerra-tra-i-pianetiTorno ancora indietro nel tempo per presentarvi i “crediti” italiani di un film di fantascienza di serie B (comunque distribuito dalla RKO!), uno di quei titoli un po’ “ruspanti” che hanno fatto la gioia delle platee dei drive in americani: Guerra tra i pianeti (Killers from Space, 1954) di W. Lee Wilder, fratello del più celebre Billy.

Scritto da William “Bill” Raynor – autore di sceneggiature di fantascienza poi passato alla TV, e che nel 1953 ha scritto per lo schermo quel Fantasma dello spazio che ha terrorizzato la mia infanzia – Guerra tra i pianeti ci racconta del pilota Douglas Martin (un 28enne Peter Graves, futuro storico divo cinetelevisivo) che durante un incidente di volo viene prelevato da una razza di alieni occhiuti, che lo “riprogramma” perché passi loro informazioni sugli esperimenti nucleari terrestri (qualcuno ha detto sovietici? Ah, ok).
Scoperto subito dai suoi superiori, iniziano i tentativi dell’uomo per convincere del pericolo che sta correndo la Terra.

Fotobusta dell'epoca

Fotobusta dell’epoca

Il film arriva nei cinema italiani il 18 settembre 1957 e – com’era usanza dell’epoca – ci rimane qualche anno, tra prime visioni, seconde, terze, arene e cinema parrocchiali. (Sembra strano detto oggi, quando capita che un film rimanga in sala giusto una settimana…)
Non esistono tracce né di passaggi televisivi (almeno sui canali che hanno lasciato traccia del proprio palinsesto) né di distribuzione in VHS: la prima “apparizione” in home video è del 15 settembre 2010, quando la Passworld lo presenta in DVD.

I titoli che presento sono presi da un passaggio televisivo sulla sempre prodiga ReteCapri negli ultimi giorni del 2016.
Da notare che l’originale controverso story viene qui tradotto nei titoli di coda come “da un racconto di”: Myles Wilder, figlio del regista di questo film, scriveva soggetti per cinema e TV, non racconti. Succede spesso che “soggetto” venga confuso con “racconto”: è stato un dramma per me schedare la sere L’ora di Alfred Hitchcock e cercare di capire quali episodi si ispirassero a racconti e quali a soggetti originali…

Titoli di testa

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Titoli di coda

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L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) – Liberate tutemet ex VV.S. Andersonis

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Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997) in italiano è un curioso assortimento di esempi positivi su come adattare bene i dialoghi per il cinema di fantascienza ed esempi negativi su come non si dovrebbe tradurre e adattare un copione, regalandoci così allo stesso tempo errori faciloni vecchio stile e perle per i posteri.

Iniziamo con il dire che questo film rientra nei limiti di un’epoca nella quale ancora non era comune l’abuso di termini superflui in lingua inglese come maschera del provincialismo, del conformismo e sintomo di una scarsa conoscenza delle lingue (come ben spiegato in questo articolo in lingua inglese). Il suo adattamento italiano, sebbene non privo di errori e traduzioni dubbie, non pecca di un uso scorretto del linguaggio… la lingua parlata nel film è effettivamente “italiano” (oggi, 20 anni dopo, questa osservazione non è poi così ovvia) e da quel punto di vista caga in testa a qualsiasi The Martian, Captain America, Star Wars della Disney, etc… difatti we’re aborting non diventa “abortiamo” come accadeva in The Martianoverride e airlock non rimangono “override” e “airlock” anche in italiano come abbiamo sentito in Interstellar (una delle poche cose di cui peccava); persino offline non rimane all’inglese ma trova un suo corrispettivo funzionale alla trama con “non più attive”… eppure, guarda un po’, il film è riuscito a riportare ugualmente il loro significato nella nostra lingua con estrema naturalezza perché non sono elementi intraducibili come qualcuno potrebbe credere oggi, nel 2017, a neanche vent’anni di distanza.
Stabilito dunque che in questo film doppiato si parli un italiano plausibile e non un calco dei dialoghi in lingua inglese, privo anche di termini lasciati in inglese con la scusa d’essere “tecnici”, vediamo quali sorprese ci riserva l’adattamento di Punto di non ritorno e cominciamo, come sempre, dal titolo.

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Un titolo bivalente in entrambe le lingue

Il titolo originale, Event Horizon, non è un nome casuale assegnato dagli sceneggiatori all'(astro)nave fantasma che funge da ambientazione per il film. Il nome fa riferimento ad un concetto della relatività generale riferita ai buchi neri, l’orizzonte degli eventi che su Wikipedia in lingua inglese viene descritto in parole povere (in layman’s terms) come the shell of “points of no return“, i punti oltre i quali l’attrazione gravitazionale diventa così grande da rendere la fuga impossibile, anche per la luce. I buchi neri sono l’argomento principe nel film dato che il motore della nave Even Horizon sfrutta proprio i buchi neri (creati artificialmente) per viaggiare oltre i confini della galassia. [È curioso notare che nei dialoghi originali qualcuno chieda a Sam Neill di spiegargli il concetto proprio in “layman’s terms”… richiesta che dopo porterà alla battuta “Fuck layman’s terms, do you speak English? / Parole povere un cazzo, potrebbe parlare come noi?”]

event-horizon-singularityÈ adesso chiaro che la scelta del titolo non è così casuale come potrebbe apparire di primo acchito a molti ma, al contrario, è stata ben ponderata e mira a riportare un doppio senso nel titolo: se in originale questo includeva sia il nome della nave che il concetto fisico relativo ai buchi neri, in italiano (e direi molto appropriatamente) il titolo fa sia riferimento al concetto fisico dell’orizzonte degli eventi che ad un più generico “punto di non ritorno”, che ben si adatta al genere horror. Simili sforzi sono lodevoli se valutati oggi, nell’era di titoli sputacchieri alla CaPTain America. Direi che i paesi di lingua spagnola si siano impegnati molto meno con la loro nave de la muerte, sebbene abbiano ingarrato perfettamente il corretto sottogenere horror, cosa per altro ben spiegata in questo approfonditissimo articolo del nostro blog amico Il Zinefilo, vero ispiratore della mia analisi sull’adattamento.

L’adattamento

Seppur in generale molto buono e con dialoghi che non sono mai traduzioni letterali (nel 2017 questa sola frase potrebbe concludere la mia analisi), l’adattamento rimane un po’ altalenante purtroppo.
A volte frasi secondarie e tutto sommato inutili vengono cambiate con altrettanta inutilità, come hats off in the tank (niente cappelli nelle vasche) – detto dal capitano prima di togliere il cappello ad un membro dell’equipaggio che lo stava ancora indossando mentre entrava nella “vasca ionica” – che diventa “apri il portello delle vasche“(?). Altre volte i dialoghi tendono alla semplificazione (probabilmente per questioni di tempi del labiale), già nei primi 5 minuti infatti troviamo espressioni colorite (molto comuni negli horror americani di quegli anni) che con una traduzione diretta avrebbero confuso lo spettatore: “I haven’t got more than my hand in weeks” (letteralmente: “non ho avuto altro che la mia mano nelle ultime settimane”) diventa più comprensibilmente “sei settimane senza sesso“.
Altre volte ancora la presenza di battute è intuibile solo dalle espressioni degli attori, come quando la spalla comica di colore (altro elemento tipico degli horror di quell’epoca) dice ad un collega in procinto ad uscire in esplorazione: “oh, calmo, calmo, dimentichi la valigetta“, mentre invece in inglese recitava “caro, caro, dimentichi la valigetta” (honey, honey, don’t forget your briefcase!), una frase stereotipata da moglie casalinga anni ’50 che aiuta il marito a prepararsi ad andare a lavoro. E non si capisce infatti perché in italiano l’altro debba ridere visto che effettivamente poi gli viene passata una valigetta con la strumentazione.

In generale l’adattamento se la cava bene con il gergo da piloti spaziali e, come ho già accennato, risulta privo di inglesismi superflui laddove anche “are off-line” diventa “non sono più attive” e dove non ci sono “airlock esterni” (outer airlocks) bensì “ingressi esterni” ma alcuni piccoli momenti offrono occasione di dire “eh, cosa?”:
Originale: We have a lock on Event Horizon’s navigation beacon.
Doppiato: Stiamo ricevendo il riflesso luminoso della Event Horizon.

Eh, cosa? Avete tradotto navigation beacon come “riflesso luminoso” invece di “radiofaro”? Mai visto Alien e Aliens a cui questo film si ispira PESANTEMENTE, tanto da esserne quasi una fotocopia? (tranne nei momenti in cui diventa “Hellraiser in space” ovviamente)

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Quando controllano le bombole di refrigerante ancora funzionanti (sempre ad emulazione di una scena in Alien) uno esclama “shot!” per tutte quelle che trova vuote o, suppongo, non funzionanti. In italiano esclama “chiuso” sebbene non ne capisca bene il motivo della scelta di questa parola, sarebbe stato più chiaro un “andato” (o “vuoto”) per ciascun cilindro che scarta gettandolo per terra. La parola shot era anche già stata utilizzata in una precedente frase dove si parlava di filtri di CO2 “the CO2 filters on the Event Horizon are shot” che in italiano era riportata come “i filtri di CO2 della Event Horizon sono saltati“, quindi dire “chiuso!” non ha proprio alcun precedente nei dialoghi.
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L’allarme di prossimità, il proximity warning, viene enunciato come manovra di aggancio (eh, cosa?).
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Ribadisco di non voler dare l’impressione che il gergo tecnico sia costantemente sbagliato, tutt’altro! Il film brilla in moltissimi momenti, è proprio per questo che le piccole sviste risaltano ancora di più.
Quando in inglese viene accennata la “singolarità” (singularity), ad esempio, in italiano si parla di eccentricità (eh, cosa?). Non c’è dubbio che alla fine degli anni ’90 questo termine associato ai buchi neri fosse ancora sconosciuto ai più, difatti soltanto da pochi anni ha cominciato a farsi strada tra le masse anche in Italia, proprio grazie al cinema di fantascienza. Negli Stati Uniti il termine singularity è generalmente più noto e da molto più tempo ma di solito viene usato nei film quasi fosse una parola magica da buttare lì, in mezzo ai dialoghi, per fare linguaggio tecnico con poco e, sebbene non sia automaticamente sinonimo di “buco nero”, di solito nei copioni lo diventa. In questo film però il termine è usato volutamente come “parolone” quando Sam Neill (il fisico a bordo) deve fare la gag della spiegazione tecnica che nessuno degli altri personaggi (e degli spettatori) può capire:
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“Si usa un trattenitore di campo magnetico per mettere a fuoco un fascio luminoso di gravitoni in modo che pieghino lo spazio tempo conformemente alla legge della dinamica tensiva di Weyl, finché la curvatura dello spazio-tempo non diventa infinitamente grande producendo un’eccentricità…”
Insomma, non sappiamo a cosa si riferisca quell’eccentricità ma forse è proprio questo il punto… non serve saperlo, anzi, non DOVETE saperlo! Poco dopo infatti arriverà la spiegazione “per tutti” che nomina i buchi neri con l’esempio del foglio di carta piegato su sé stesso e attraversato da una penna (Interstellar, non pensavi mica di passarla liscia), quindi tutto sommato non perdiamo niente da questa curiosa sostituzione di singolarità con eccentricità, ma con la prima forse il film in italiano sarebbe risultato ancora più attuale oggi.
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Continuando con le alterazioni degne di nota…

Il “drive” che tanto fa fantascienza

 Il mio più grande problema con le scelte di adattamento di questo film ruota intorno al termine “drive” che, in generale, si riferisce ad un tipo di propulsione, letteralmente una spinta. Già dall’inizio, il film ci introduce al suo vocabolario fantascientifico e sentiamo parlare di astronavi normali spinte da una “ion drive” e della sperimentale “gravity drive” che invece spinge la Event Horizon attraverso buchi neri.
Il problema è la scelta italiana di tradurre quel drive come trasferitore (eh, cosa?). Abbiamo dunque un trasferitore ionico (ion drive) ed un trasferitore gravitazionale (gravity drive)… ma cosa trasferisce esattamente? Potremmo dire che, trattandosi di fantascienza, trasferirà ioni (???) in una maniera a noi sconosciuta e quindi insondabile ma che in qualche modo fa funzionare quella tecnologia, praticamente l’equivalente di un motore a cosi ionici, è fantascienza… che ce ne frega, giusto? Ma il “drive” non è poi così insondabile e di difficile comprensione per gli americani, è semplicemente una “propulsione”. Ricordate la propulsione silenziosa (silent drive) di Caccia a Ottobre Rosso? Anche quella era tecnologia fantascientifica ma di significato immediatamente comprensibile e avrei preferito che lo fosse anche qui. Una propulsione ionica e una propulsione gravitazionale non sfigurerebbero affatto nei dialoghi italiani di Event Horizon. Peccato fu deciso di tradurlo con un “coso” invece.
I fan del film mi potranno dire: e che dire delle grav tanks che diventano vasche ioniche? In questo caso non c’è un errore e, anzi, ci dimostra che chi ha lavorato alla versione italiana è stato molto attento alla trama. Le vasche nelle quali l’equipaggio dormiva durante tutto il viaggio, come viene spiegato nel film, servono ad annullare gli effetti dell’accelerazione dovuta alla spinta della propulsione ionica (scusate se non la chiamo “trasferimento ionico”) che altrimenti schiaccerebbe l’equipaggio alla partenza e all’arrivo. Quindi sono le vasche da usare durante la spinta ionica… “vasche ioniche”. È un’ottima trovata con un suo lato pratico: abbrevia ottimamente la frase italiana che altrimenti sarebbe dovuta essere con tutta probabilità “vasche gravitazionali”, di lunghezza veramente eccessiva per qualcosa di così breve come “grav tanks”
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Ma passiamo alla vera supposta spaziale. Pronti? Occhio che arriva….
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Ahia!

Il latinorum spaziale

In un blog in cui parlo di traduzione dall’inglese all’italiano è curioso che mi ritrovi a parlare di latino. Nel film sentiamo una registrazione audio che inizialmente viene scambiata come richiesta di aiuto e solo successivamente viene correttamente interpretata come un messaggio di avvertimento (tutti i riferimenti ad Alien sono puramente casuali). In questo caso il messaggio non è alieno ma è in latino, quindi in teoria è il genere di situazione che dovrebbe facilitarci durante l’adattamento italiano… e non portare al suicidio della logica.
Liberate me (ex inferis)“, sembra recitare il messaggio in inglese, molto disturbato e smozzicato anche dopo un’ardua pulitura tramite magici filtri audio. La rivelazione arriva dopo quando si scopre che in realtà il messaggio diceva “libera tutemet (ex inferis)“, salvatevi dall’Inferno. Sebbene la frase originale già fa discutere in quanto a correttezza del latino stesso, in italiano si va oltre.
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Un fan di Terenzio

Nel doppiaggio italiano il messaggio dice chiaramente (e forse più correttamente) “liberate vos“, ma il nostro traduttore della domenica, il personaggio che riconosce il latino laddove nessun esperto sulla terra era riuscito nell’impresa, ci sente erroneamente “liberate me“, che poi traduce agli altri come salvatemi. Un momento di raccoglimento… Sicuri che non avrebbe dovuto sentirci “liberate nos” e quindi tradurlo con salvateci? Perché sarebbe giustificabile scambiare vos con nos in un audio disturbato e giustificare il colpo di scena che arriva a tre quarti del film.
Questa è la situazione:
MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (lingua originale)
Libera tutemet / liberate me
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MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
Liberate vos / liberate me
______
Come sarebbe dovuto essere…
MESSAGGIO REALE / MESS. PERCEPITO (doppiato)
Liberate vos / Liberate nos
Come nos/vos possa essere scambiato con “me” non è chiaro, la spiegazione secondo me è solo una: l’unico di loro che parlava latino era anche sordo come una campana… in italiano. Il labiale chiaramente NON era il problema principale visto che nella rivelazione finale il “liberate me” della traccia audio inglese diventa tranquillamente altro.
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Insomma, al latino da cono in testa dietro la lavagna degli americani ci aggiungiamo anche del nonsenso tutto italiano? La frittata è completa.
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In conclusione, un adattamento decisamente interessante. Peccato solo per quella frase in latino e per qualche altra scelta dubbia, perché per il resto rimane veramente un lavoro esemplare con ottimi interpreti.
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[Italian credits] La zona morta (1983)

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Continuo a presentare la titolazione italiana dei film tratti da romanzi di Stephen King. Dopo Shining (1980) e Cose preziose (1993), questa settimana è il turno de La zona morta (The Dead Zone, 1983) di David Cronenberg.

Tratto dal romanzo omonimo del 1979 (in Italia, Sperling & Kupfer 1981), il film arriva sugli schermi italiani il 6 settembre 1984 e inizia la sua vita in home video – in data imprecisata – grazie a VHS targate Multivision e Skorpion, passando addirittura in Laserdisc RCS. Dal 2002 inizia ad essere ristampato in DVD e nel novembre 2014 la Pulp Video lo porta in DVD e Blu-ray.

I titoli italiani che riporto qui sotto non provengono da nessuna di queste fonti: a sorpresa provengono da una trasmissione sulla Pay-TV StudioUniversal, che ha mandato in onda la pellicola italiana.

Nota di Evit: la direzione del doppiaggio di questo film, come confermato dalle immagini qui sotto, è del nostro affezionato Carlo Marini. La ditta, la F.C.M. di Marini, e i dialoghi di Letizia Miller ci portano praticamente la stessa squadra di doppiaggio di Terminator. Con Carlo parlammo del doppiaggio della Zona Morta e di Terminator nella famosa intervista.

Titoli di testa

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[Italian credits] Le avventure di Oliver Twist (1948)

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Il lettore e collaboratore  Antonio Luca De Tomaso (il nostro Antonio L.) torna a mandarci una chicca imperdibile: dopo Notorious (1946), ecco dunque la titolazione italiana dimenticata del film Le avventure di Oliver Twist (Oliver Twist, 1948) di David Lean, recuperati da «una VHS registrata da Raiuno nei primi anni Novanta».
Gli unici passaggi che combaciano con questa descrizione sono il 31 luglio 1991 e il 19 ottobre 1995, quindi le immagini qui presentate potrebbero risalire ad una di queste due date.

Il film tratto dal celebre romanzo di Charles Dickens esce in patria britannica il 28 giugno 1948 e dal 30 ottobre successivo appare sugli schermi italiani (checché ne dica IMDb!), per poi apparire in TV già il 1° settembre 1958: per l’epoca è un vero record!
Uscito in VHS per Lanterna Home Video (?) non ha lasciato altre tracce in home video, continuando a girare per piccoli canali locali.

Il doppiaggio

Purtroppo non sembrano esistere molte informazioni sul doppiaggio, così riporto le uniche due che ho trovato: la prima dall’Enciclopedia del Doppiaggio e la seconda dal sito di Antonio Genna.

Personaggio Attore Doppiatore
Oliver Twist John Howard Davies Luciano De Ambrosis
Dodger Anthony Newley Ferruccio Amendola

(NdR: Rimandiamo l’aggiornamento di questa lista ad un futuro ascolto del film, preannunciando però alcuni nomi che Antonio dice di aver probabilmente riconosciuto come Wanda Tettoni e l’onnipresente Emilio Cigoli. Aspettate ad aggiornare Wikipedia però)

Titoli di testa

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(quando il nome dei doppiatori era molto secondario da non essere neanche incluso nei titoli)

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Titoli di coda

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[Italian credits] Il pianeta delle scimmie (1968)

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Con un colpo di quella “fortuna” che spesso viene chiamata con ben altro nome, in un polveroso mercatino dell’usato sono riuscito a recuperare uno dei rarissimi (forse l’unico?) film distribuiti dalla FOX che abbiano mantenuto in home video i “crediti italiani”.

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VHS Fox/Mondadori 2002

Il film in questione è lo storico Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, 1968) in un’edizione VHS da edicola, numero 26 della collana “Videoteca del Secolo” (Mondadori) in vendita ad € 3,50 in allegato a “Panorama”, “Sorrisi & Canzoni TV”, “CIAK” o “Donna Moderna”.

L’unica data presente sulla confezione è il copyright della Twentieth Century Fox Home Entertainment Inc: un 2002 compatibile con il prezzo espresso in euro.

Nel mio blog “Il Zinefilo” ho dedicato un lungo ciclo al Pianeta delle scimmie, presentando tutti i film (classici, reboot e remake), la serie televisiva e anche la parodia porno (Play-Mate of the Apes), così come “Doppiaggi Italioti” ha parlato della saga e nella serie Youtube “i Videocommentatori” hanno detto la loro sui nuovi capitoli della saga. Infine, nel 2016 la Dark Horse Comics si è divertita a trasportare i personaggi di Cornelius e Zira… nella giungla di Tarzan! Tarzan on the Planet of the Apes è la rivelazione a fumetti dell’anno…
Sembrerebbe già detto tutto, però una piccola parentesi mi sento di aprirla.

La nascita cine-letteraria

Piccolo intervallo: per spiegare come gli asiatici diventarono scimmie…
Pierre BoulleC’era una volta un ingegnere che lavorava in un’industria della gomma in Malesia. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale combatté e fu prigioniero sempre nel sud-est asiatico, tanto che di ritorno in patria decise di scrivere romanzi che raccontassero le persone e le cose incredibili che aveva visto.
Era anche un agente segreto francese, e il suo nome era Boulle. Pierre Boulle.
Cominciò a scrivere romanzi di guerra e spionaggio – come William Conrad, la controspia – finché arrivò il successo internazionale con il suo Pont de la rivière Kwaï (1952) – da cui il premiato film omonimo – romanzo che cambia i nomi ma racconta gli incredibili fatti veri di una delle pagine più sporche del secondo conflitto.
Mumble, mumble, fece il cervello di Boulle: cosa si fa quando un autore diventa famoso? Semplice: si copia qualcuno…

Secondo piccolo intervallo:
super_science_stories_194103Sul numero del marzo 1941 di “Super Science Novels Magazine” i trentenni Peter Schuyler Miller e Lyon Sprague de Camp presentano, in pieno conflitto mondiale dove uomini uguali ma diversi si uccidono tra loro, un romanzo in cui gorilla e scimpanzé si fanno la guerra…
Il romanzo Genus Homo (portato in Italia nell’aprile 1953 da “I Romanzi di Urania” n. 13 con il titolo Gorilla Sapiens) si apre con un pullman che cade in una voragine. La voragine si è aperta per un terromoto (provocato da esplosione nucleare?) e nel pullman tra gli altri viaggiava uno scienziato con un tubo che conteneva la sua ultima invenzione: il tubo si rompe, il gas fuoriesce e i viaggiatori… cadono in letargo. Si risvegliano una milionata di anni dopo e scoprono che l’umanità è scomparsa e la Terra è abitata da mostroni cattivi. Tutte le specie sono più grandi e più cattive, e i poveri viaggiatori vengono rapiti da dei gorilla e finiscono in uno zoo.
Gorilla sapiensDopo vari sforzi riescono a comunicare con i gorilla, diventano amici e stimati e inizia un lungo e noioso racconto della guerra contro gli scimpanzé, a cui gli uomini partecipano attivamente.
Il romanzo Le règne du gorille arriva in Francia nel 1951: l’ha letto Pierre Boulle? Probabile, visto che lo ricalca aggiungendo però un altro tipo di sottotesto.

La planète des singes (portato in Italia nel 1975 dagli Oscar Mondadori) è un romanzo che con uno dei più classici spunti – il manoscritto ritrovato in bottiglia, fluttuante nello spazio! – racconta in prima persona di Ulysse Mérou e del suo viaggio spaziale iniziato nel 2500 alla volta di Bételgeuse, guidato dal professor Antelle. (Il film accenna alle teorie di un certo dottor Hasslein.)
PlaneteDesSinges1_13082002Atterrati sul pianeta Soror, gli umani incontrano umani primitivi e scimmie parlanti e tutto il resto che si vede anche nel film. Rimasto da solo in gabbia, Ulysse – che ovviamente non capisce cosa dicano le scimmie – racconta della sua prigionia e delle cure della dottoressa Zira, che gli insegna a parlare “scimmiesco”. Convinte le scimmie che lui non è un primitivo bensì un viaggiatore stellare, viene liberato e fa carriera nella società di Soror, partecipando agli scavi archeologici scoprendo alla fine una verità terribile… No, non è quello che pensate!
Boulle non sta parlando di fantascienza, sta plausibilmente raccontando della sua prigionia nelle galere asiatiche, dove non capiva cosa dicessero e dove si rifiutavano di riconoscere la sua superiorità in quanto francese.
Il pianeta delle scimmiePerché l’Asia era il giardino di casa della Francia finché non è esploso tutto, ed è questa la “rivelazione” che si scopre nel romanzo: le scimmie erano i servi terrestri che un giorno si sono ribellati e hanno cominciato a guardare negli occhi i loro signori. Gli umani di Soror si sono lasciati andare e le scimmie hanno preso il sopravvento. (Leggi, gli europei hanno sbragato e le scimmie asiatiche hanno alzato la testa.)
Quando Ulysse decide che non può restare, torna nella sua nave e viaggia fino alla Terra – perché Soror non è la Terra! – ma appena sbarca scopre che (ciao Tim Burton!) nel pianeta natale è successa la stessa cosa: non è difficile vedere dietro questa trovata l’eco delle emozioni provate da Pierre Boulle quando, dopo il tempo passato nelle prigioni asiatiche, è tornato a casa per non ritrovare il Paese padrone dell’Asia che aveva lasciato.

Tutte le metafore originali vengono cancellate dagli sceneggiatori Michael Wilson e Rod Serling: sì, proprio quel Rod Serling! Sì, proprio l’autore della serie TV Ai confini della realtà. Sì, proprio l’autore dell’episodio 1×15 (I Shot an Arrow into the Air, 1960), in cui un’astronave terrestre atterra nel deserto e i tre membri dell’equipaggio sono convinti di essere su Marte… invece il colpone di scena è che sono sulla Terra. Vi dice niente?

L'astronauta che cadde su Marte... e scoprì che invece era la Terra!

L’astronauta che cadde su Marte… e scoprì che invece era la Terra!

Rod Serling ricicla il suo proprio soggetto – tre astronauti naufragano su un pianeta desertico e alla fine scoprono che è la Terra – e lo amalgama col romanzo pseudo-fantascientifco di Boulle ma… amalgamandolo con ciò che sta succedendo nel mondo in quel periodo.

Tra le più iconiche immagini della storia del cinema... peccato che Rod Serling la copiò da un suo episodio di "Ai Confini della Realtà"!

Tra le più iconiche immagini della storia del cinema…
peccato che Rod Serling la copiò da un suo episodio di “Ai Confini della Realtà”!

Il film è del 1968 ed è sciabordante di richiami agli scontri con la nascente cultura giovanile dell’epoca, quando invece Heston rappresentava il patriarcato più oltranzista e tradizionale. Appena può Heston si rade, perché tra la sua gente solo i giovani portano la barba lunga; non starò a notare che le scimmie sedano le rivolte con l’uso di idranti e soprattutto che le scimmie protagoniste hanno problemi di razzismo… e hanno i cognomi che finiscono in -us, come i neri… (Chi ha detto Cassius Clay?)
A fine film, Heston si avvicina al giovane Lucius (Lou Wagner) e gli dice «Continua a spiegarle, le bandiere del malcontento: e non ti fidare di nessuno sopra i trent’anni.» E così il pubblico sessantottino è acchiappato.

Il doppiaggio

Le informazioni sono estrapolate dal sito di Antonio Genna.

Personaggio Attore Doppiatore
Taylor Charlton Heston Renato Turi
Cornelius Roddy McDowall Massimo Turci
Zira Kim Hunter Vittoria Febbi

Titoli di testa

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Titoli di coda

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[Italian credits] Notorious (1946)

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Dopo il Natale in bianco e nero, anche questa Epifania rimaniamo nella sezione Classici con i crediti italiani di un grande film di culto: Notorious. L’amante perduta (Notorious, 1946) di Alfred Hitchcock.

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VHS De Agostini 1993

I lettori di questo blog non sono solo ben informati, ma anche generosi: ringrazio dunque Antonio Luca De Tomaso per aver inviato le schermate che potete ammirare in questa pagina.

Presentato a New York il 15 agosto 1946 e arrivato sugli schermi italiani il 30 ottobre del 1947 – nella grafia Notorious (L’amante perduta) – il film è tra i più celebri di Hitchcock ed ha conosciuto una vasta distribuzione italiana in home video: dalle VHS (Deltavideo, Skema, AVO Film, Mondadori Video, Eden Video, San Paolo Audiovisivi, DeAgostini, Gruppo Editoriale Bramante, Tecnedit, Skorpion) al laserdisc, dal DVD (Quadrifoglio, A&R Productions, Rai Cinema, Ermitage Cinema) al Blu-ray (Studio 4k).
Sicuramente ci saranno altre edizioni che sfuggono a questo elenco, comunque i crediti italiani qui presentati risalgono all’edizione in VHS DeAgostini 1993.

da "La Stampa", 30 ottobre 1947

da “La Stampa”, 30 ottobre 1947

La lettera

Intorno ai 38 minuti, nel film vediamo una lettera con un nome: l’edizione italiana, com’era usanza dell’epoca, inserisce la versione italiana del nome, mentre quella originale si può intravvedere quando la telecamera si sposta velocemente.
Come si può vedere dalle immagini qui sotto, la pellicola italiana in pratica appone un foglio bianco sulla scena, senza ricreare le ombre che si possono vedere nell’immagine originale.

Il doppiaggio

Le informazioni sono estrapolate dal sito di Antonio Genna.

Personaggio Attore Doppiatore
Devlin Cary Grant Gualtiero De Angelis
Alicia Huberman Ingrid Bergman Lydia Simoneschi
Alexander Sebastian Claude Rains Amilcare Pettinelli

Titoli di testa

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Titoli di coda

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L.

P.S.
Se simili resoconti vi interessano continuate a seguirci ogni venerdì qui su Doppiaggi Italioti e vi invito a venire a trovarmi anche sul mio blog Il Zinefilo: viaggi nel cinema di serie Z.

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